E, con quattro pennellate, Woody Allen mette a fuoco il mondo narcisistico di Hollywood. E ne sorride. Anche di sé

(di Marisa Marzelli) Chi ha paura dell’84enne Woody Allen? O meglio, chi ha paura di non prendere abbastanza le distanze da un regista finito nel tritacarne di sospetti e censure che in alcuni casi (basti pensare, simmetricamente, alla travagliata uscita del nuovo film di Roman Polanski L’ufficiale e la spia, sul “caso Dreyfus” di fine Ottocento) arrivano al fanatismo? Sia chiaro, il movimento Me Too cavalca un sacrosanto diritto delle donne di non essere molestate o peggio, ma da lì a scatenare una talebana caccia alle streghe ce ne passa. Si rischia di scivolare sul pericoloso piano inclinato che fa un unico sommario fascio di autori in odore di zolfo (il diritto alla presunzione di innocenza, sino a prova contraria, dov’è finito?) e delle loro opere creative.
Da decenni, periodicamente, emergono voci a proposito di presunte molestie del regista newyorkese verso una delle figlie adottive. Molestie mai provate, ma il dubbio continuava a covare e quando, a fine 2017, il nuovo film di Allen Un giorno di pioggia a New York era pronto, gli Amazon Studios (produttore e distributore consociato di Amazon) si sono rifiutati di farlo uscire. Si è andati avanti per un po’ finché Amazon si è ritirata dalla distribuzione. Il regista l’ha allora citata per 68 milioni di dollari per rottura del contratto e mancata realizzazione di questo e altri tre film del regista. Va anche detto che i film di Allen, negli Stati Uniti, non hanno mai fatto grandi incassi (troppo intellettuale per il pubblico di casa) ed è molto più amato e stimato in Europa che in patria. Comunque, la causa si è chiusa di recente con un accordo extragiudiziale e, dopo ritardi e rinvii, il 49mo titolo del regista finalmente in Italia esce (negli States non ancora; ma già le critiche di riviste specializzate sono negative, mentre parte del cast, attento a prendere le distanze, ha devoluto il cachet ad enti benefici).
Un giorno di pioggia a New York è un Allen di buona annata. Intelligente, ironico, con dialoghi azzeccati e – soprattutto – girato con quella leggerezza di tocco che fa sembrare il lavoro di regia un facile gioco da ragazzi. La tematica e lo stile sono alleniani doc. Una “ronde” sentimentale con Manhattan sotto la pioggia, illuminata dalla complice fotografia di Vittorio Storaro. Ai nostri giorni, il giovane Gatsby (attenzione al nome, che rimanda immediatamente a Scott Fitzgerald) e la fidanzatina, entrambi universitari, programmano un weekend a New York, dove lei deve intervistare per il giornale universitario un famoso regista. Gatsby (il divo in ascesa Timothée Chalamet (foto sopra), quello dell’estetizzante Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino), newyorkese ricco insofferente della famiglia, e la fidanzata Ashleigh, appartenente all’aristocrazia del denaro dell’Arizona, quindi una provinciale (Elle Fanning – foto sotto –, svampita ma con i piedi per terra), non riusciranno a godersi la vacanza tra mostre e ristoranti esclusivi perché il caso decide diversamente. Lei va all’appuntamento col regista tormentato e depresso (Liev Schreiber), poi incontra lo sceneggiatore in piena crisi matrimoniale (Jude Law) e quasi finisce nel letto dell’attore belloccio e seduttore (Diego Luna). Lui accetta una comparsata in un film dove incontra la sorella minore di una ex-fiamma (Serena Gomez) e si ritrova al party radical chic organizzato dalla propria madre, che avrebbe voluto evitare come la peste.
Apparente commedia realistica (ma non lo è affatto) il film ci racconta per l’ennesima volta, però sempre con variazioni e improvvisazioni a ritmo di jazz, l’amore di Woody Allen per le commedie sofisticate dell’età d’oro di Hollywood; il matto mondo del cinema; la metropoli stregata, snob e indifferente dove tutto può succedere. E ce n’è anche per la classica figura della “yiddishe mama”, con cui l’autore regola i conti.
Come emerge tutto ciò? Dagli snodi della trama. Il giovane Gatsby, nevrotico e sempre scontento, sul cui punto di vista è impostato il film, rappresenta l’alter ego di Allen stesso, che da quando si ritiene troppo vecchio per interpretare di persona i suoi protagonisti si affida ad attori sempre più giovani. Gatsby, come Allen, come “il grande Gatsby” di Fitzgerald, è innamorato di un mondo passato, che forse non è mai esistito se non nella sua testa (già leitmotiv di film alleniani precedenti, come Midnight in Paris e Café Society) ed è pieno di soldi (la facilità con cui vince a poker è chiaramente un elemento non realistico). Ama girare per musei e pianobar e attraversa la vita con l’indifferenza dei privilegiati; ma con occhio attento alle contraddizioni, anche se non si lascia coinvolgere. Quanto al mondo del cinema, con quattro pennellate Woody Allen mette a fuoco le personalità narcisistiche che lo bazzicano (ne fa parte anche lui e non giudica, ne sorride). E poi le donne, di cui conosce bene le differenti tipologie. Tutto questo dentro l’immaginario di una New York che è un universo a parte.
Attori magnificamente diretti, tutti ben calati nelle parti, tutti capaci di creare una sinfonia all’altezza dell’amato George Gershwin.