Film di lucida cattiveria con un eccezionale cast di attori. Una spirale di rancori, paure, violenza. È l’America di oggi?

(di Marisa Marzelli) Il regista si chiama Martin McDonagh, è inglese ed è un noto drammaturgo. Forse ci voleva lo sguardo di un non americano per disegnare gli umori di un’America rurale, profonda, incattivita, arrabbiata e molto, molto dolente.
Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura alla Mostra di Venezia, il premio del pubblico ai Festival di Toronto e San Sebastian e qualche giorno fa quattro Golden Globes come migliore film drammatico, sceneggiatura, attrice protagonista (Frances McDormand) e attore non protagonista (Sam Rockwell). Probabilmente entrerà nella lista di candidati all’Oscar.
È davvero un film notevole. Vanta sceneggiatura solida (dello stesso McDonagh) dove ogni tassello narrativo s’incastra perfettamente nel disegno generale; mano registica sicura nello scivolare tra la commedia nera, il thriller e quei grandi spazi visivi esaltati dai western; toni cangianti dal drammatico al surreale, al grottesco; un cast di attori tutti efficaci – dalla protagonista McDormand all’ultimo dei comprimari –; tante sfumature per gestire le emozioni suscitate nello spettatore, senza mai esagerare in un senso o nell’altro. I contenuti sono duri, densi, però maneggiati con un’empatia scevra da pistolotti, facili buonismi o prese di posizione radicali. Il mondo, purtroppo, va così. Il film ne prende atto, lasciando un finale aperto anche alla speranza di cambiamento.
Opera terza dell’autore (dopo il debutto folgorante con In Bruges – La coscienza dell’assassino del 2008 e il meno noto 7 psicopatici del 2012), Tre manifesti a Ebbing, Missouri si prende il tempo necessario per sviluppare e far crescere il racconto insieme a disegno ed evoluzione dei personaggi. Cosa che raramente i film fanno ancora, stressati dall’urgenza di inseguire ritmi da videogame e sveltire la narrazione con ellissi che lo spettatore fatica poi a riempire di significato.
Ebbing (il nome significa riflusso) è una cittadina immaginaria. Tutto comincia quando Mildred (Frances McDorman, moglie di Joel Coen e già premio Oscar per Fargo dei fratelli Coen) percorrendo una strada periferica vede tre enormi cartelloni per le affissioni pubblicitarie. Mildred è piena di rabbia perché la figlia adolescente, sette mesi prima, è stata stuprata, assassinata e il corpo dato alle fiamme. Nel frattempo la polizia non ha trovato il colpevole e, brancolando nel buio, ha abbandonato le indagini. Così la donna, una divorziata che gestisce un negozietto di souvenir, affitta per un anno i tre cartelloni e vi fa affiggere altrettanti manifesti che sono un’accusa allo sceriffo di non fare il suo lavoro. Lo sceriffo (Woody Harrelson) è un brav’uomo malato di cancro che fa quel che può. Ma si scatena contro Mildred (la quale a sua volta fatica a gestire il senso di colpa perché la sera dell’omicidio aveva litigato con la figlia e le aveva negato le chiavi dell’auto) tutto il livore della comunità frustrata e conformista, indignata per questo atto di sfida all’autorità. Arrivano anche le televisioni locali e ne va del buon nome della cittadina.
Mildred, determinata e furente, non molla. Anche se le incendiano i manifesti. Cercano di intimidirla, in particolare un vicesceriffo infantile e razzista (Sam Rockwell), e ci andranno di mezzo altre persone. Intanto lo sceriffo si suicida ma non prima di aver scritto tre lettere piene di buon senso. La spirale di rancori, dolori e paure si quieta un po’ quando arriva in città il nuovo sceriffo (è un nero), ma i personaggi principali dovranno faticosamente rendersi conto che solo cambiando atteggiamento avranno un’opportunità di ragionare e forse convincersi che non tutto si risolve con vendette spicciole.
Ne esce tra le righe il quadro di un’America impulsiva ma emotivamente immobile e incapace di gestire il cuore; ripiegata su se stessa ma rissosa; addolorata, rancorosa. Solo qualche imprevisto atto gentile segnala che non tutto è perduto. È l’America di oggi? Quella che della Frontiera ha mantenuto gli aspetti violenti ma non lo sguardo limpido puntato verso l’orizzonte?