Gianrico Tedeschi, un secolo di amore per il grande teatro. Con i più celebri registi (e una venerazione per Eduardo)

MILANO, lunedì 20 aprile (di Andrea Bisicchia) Gianrico Tedeschi nasce il 20 aprile 1920, quando il teatro italiano vede l’affermazione, non solo di Pirandello col suo primo grande interprete, Ruggero Ruggeri, ma anche del Teatro del Grottesco, la cui fortuna fu dovuta a una serie di prime attrici e primi attori che recitavano testi di Rosso di San Secondo, Antonelli, Cavacchioli etc. Una stagione irripetibile costruita sul motto: “Quale teatro fare”, se non quello degli autori e dei suoi interpreti.
La nascita professionale di Gianrico Tedeschi avviene nel 1947, con un testo di Maxwell Anderson: “Sotto i ponti di New York”, regia Giorgio Strehler, con la Compagnia Maltagliati-Randone, di cui facevano parte Tino Carraro, Franco Parenti, Mario Feliciani, Bella Starace Modigliani. Anche il 1947 è un anno importante per il quale è più giusto il motto:” Come fare il teatro”, ovvero, in che modo la regia critica debba rapportarsi col testo. Il teatro italiano doveva uscire dal tunnel del fascismo, oltre che dalla crisi degli ultimi decenni, per allinearsi con la scena europea, dove la figura del regista non era più quella del metteur en scène, ma di chi riscrive il testo sulla scena. È anche l’anno della fondazione del Piccolo Teatro (17 maggio 1947) e quindi di un teatro di impegno civile e sociale, in netta contrapposizione col teatro borghese della prima metà del Novecento.
Gianrico Tedeschi ha subito la fortuna di lavorare con i grandi attori del secondo Novecento e con registi come Strehler, Salvini, Visconti, Squarzina, Costa, Ronconi. Il primo decennio lo vede impegnato con un repertorio tra classico e moderno, da Sofocle a Shakespeare, da Goldoni a Moliere, da Pirandello a Bontempelli, da Callegari a De Benedetti. Si diceva dei registi, presto diventati maestri di scena, ma va riferito anche che le Compagnie con cui Gianrico lavorava erano tutte “primarie”, si andava dalla Ricci- Magni, alla Pagnani-Cervi, con cui Gianrico avrà un lungo sodalizio, come lo avrà con la Compagnia del Piccolo Teatro della Città di Roma, diretta da Orazio Costa (suo maestro d’Accademia) di cui facevano parte: Tino Buazzelli, Giancarlo Sbragia, Rossella Falk, Nino Manfredi, Giorgio De Lullo.
Gianrico Tedeschi considerava il teatro, non solo una vocazione, ma anche una professione, insomma un lavoro, dato che, nel dopoguerra, aveva avuto tanto bisogno di lavorare, provenendo da anni alquanto difficili ed essendo vissuto in una casa di ringhiera in via San Gregorio, a Milano, senza bagno e senza acqua. Studiava, insieme ai fratelli, sul tavolo da cucina, ma riusciva a concentrarsi lo stesso, tanto da diplomarsi e da iniziare a insegnare come maestro, nelle scuole elementari. Erano seguite le difficoltà della guerra, con l’interruzione degli studi all’Università Cattolica, dove aveva conosciuto Padre Gemelli e dove si laureerà con una tesi in filosofia: “Esistenzialismo e teatro contemporaneo”, dopo gli anni vissuti in un campo di concentramento, nel quale aveva iniziato la sua carriera d’attore non ancora professionista, recitando “Enrico IV” di Pirandello , dove, tra il pubblico del lager, c’erano ad applaudirlo: Enzo De Bernard, che diventerà suo cognato, Enzo Paci, Giuseppe Lazzati, Giovanni Guareschi, Roberto Rebora, che lo elogiò dicendogli: “Sei un attore nato, tu lo devi fare”. Con Paci aveva dato un esame di filosofia, solo che, diceva, la filosofia non gli dava affatto energia. L’“Enrico IV” lo accompagnerà lungo la sua carriera, ma quando glielo proponeva qualche regista, rispondeva di no, perché lo sentiva dentro di sé, tanto che deciderà di portarlo in scena, con la sua regia e la consulenza di Siro Ferrone, nel 1994.
Il suo primo spettacolo, da protagonista, sarà “Anfitrione” di Plauto (1955), con la Compagnia del Piccolo Teatro della città di Genova, regia Edmo Fenoglio, accanto a Enrico Maria Salerno, Valeria Valeri, Annibale Ninchi. Da questo momento chi vuole Gianrico in Compagnia è obbligato a offrirgli parti da protagonista o coprotagonista, come avverrà con “La governante” di Brancati (1964-65), con la Proclemer-Albertazzi, e con “Io, l’erede” di Eduardo (1968), nella parte di Ludovico Ribera, regia di De Filippo, accanto a Ferruccio De Ceresa.
Nel 1968 si innamora di una bellissima giovane attrice, Marianella Laszlo che aveva conosciuto in occasione dello spettacolo: “Le nuvole”, con la regia di Guicciardini. Non tarderà a sposarla, in seconde nozze, e a diventare padre di Sveva che farà anche lei l’attrice. I grandi successi appartengono agli anni Settanta e Ottanta, con “Unterdenlinden” (1967), regia Raffaele Maiello, “L’Opera da tre soldi” (1972-73), regia di Strehler, dove interpreterà un Peachum da manuale, e con “Il Cardinale Lambertini” (1981), regia di Squarzina, un vero trionfo, si racconta che qualcuno del pubblico, alla fine dello spettacolo, gli chiedesse di essere benedetto. Gianrico divenne un attore molto richiesto e lo era talmente, da non accorgersi di quanto accadeva negli anni in cui si era registrato un successo tale della regia da far teorizzare a Roberto De Monticelli la scomparsa dell’attore, tranne che ammettere il suo rinsavimento, qualche anno dopo, con la crisi degli Stabili e della regia critica, quando sulle pagine del Corriere della Sera (27-3-1982), il critico scriverà: “È tornato l’istrione a catturare il pubblico”.
A dire il vero, Gianrico non ammetteva mai di essere un istrione, egli aveva vissuto il palcoscenico accanto a categorie diverse di attori, da quello di tradizione a quello dei Collettivi e delle Avanguardie, dall’attore santo, al giullare. In fondo, si sentiva di appartenere alla tradizione del grande attore, quello dei mostri sacri che non verranno mai scalfiti dagli attori delle “cantine” o dai performer, ma che sapevano sublimare ciò che interpretavano, anche quando dovevano accettare il confronto col cinema o la televisione, benché Gianrico, più che il cinema, amasse la televisione, per la quale aveva realizzato spettacoli di intrattenimento, ma anche tantissimi spettacoli teatrali.
Lui riconosceva le doti maieutiche del bravo regista, considerava Costa un suo maestro, ma riteneva Strehler, Squarzina, Ronconi dei talenti straordinari, fuori dagli schemi, capaci di tirare fuori tutte le potenzialità degli attori. A suo avviso, erano stati loro i veri rivoluzionari, oltre che innovatori. Diceva di essere stupito dal loro modo di lavorare, così come voleva essere stupito da ciò che un testo doveva comunicargli. Non nascondeva la sua venerazione per Eduardo, il quale, mi raccontò, aveva scritto, pensando a lui: “Gli esami non finiscono mai”, che non potrà interpretare per impegni già presi. Amava anche essere diretto da registi più giovani, come Marco Bernardi, Andrée Ruth Shammah, Piero Maccarinelli. Stimava molto Marco Bernardi per il suo modo di lavorare che non metteva mai a disagio gli attori. Con lui, pur avendola interpretata con Squarzina, scelse di rifare “La rigenerazione” di Svevo, perché lo aveva catturato l’idea registica di Marco, ovvero la sua capacità di alternare la dimensione onirica con quanto accadeva nell’inconscio dei personaggi. Il sodalizio con Bernardi continuerà col “Ruzante” e con “Il Maggiore Barbara”.
Aveva molta stima per la Shammah, per il suo profondo lavoro sugli attori e per un certo perfezionismo, tanto da mettere tutto in discussione fino all’ultimo giorno di prove. Dopo averlo diretto in “Noblesse oblige” di Santucci (1993), Andrée volle rifare con lui “I promessi sposi alla prova” di Testori,1994, perché vide in Gianrico un Maestro diverso da Franco, meno intellettuale, più ironico, più scettico, più brontolone, tanto che pensò proprio a lui per “Sior Todero brontolon” che debuttò nel 1999 a Verona, per l’Estate teatrale. Nel frattempo, nel 1997, aveva registrato un altro trionfo con “Il riformatore del mondo” di Bernhard, con Marianella Laszlo, con cui, da tempo, aveva formato una “ditta” stabile, regia Piero Maccarinelli.
Che dire quando alla fine dello spettacolo: “La compagnia degli uomini” di Bond, con la regia di Ronconi, lo applaudimmo tutti in piedi, d’accordo con Maria Grazia Gregori che, sulle pagine dell’Unità (13 gennaio 2011), lo definì “immenso” e con Franco Cordelli che scrisse sul Corriere (15 gennaio 2015), “Per fortuna c’è qui una presenza, commovente, direi grandiosa, quella di Gianrico Tedeschi”.
Gianrico aveva compiuto 91 anni, ma non finì lì, perché lo abbiamo visto ancora in scena, al Parenti, con “Farà giorno” (2013-14) regia Piero Maccarinelli, e “Dipartita finale” con la regia di Branciaroli accanto a Ugo Pagliai, Massimo Popolizio, Sebastiano Bottari. Ricordo che, finite le repliche (2016), anni 96, mi chiese: “Secondo te, cosa potrò fare la stagione prossima?”.

Per chi volesse conoscere gli anni trascorsi nei lager nazisti e altro, consiglierei di leggere di Enrica Tedeschi, la prima figlia: “Semplice, buttato via, moderno. Il teatro per la vita di Gianrico Tedeschi(v. qui la nostra recensione), edito da Viella 2019 (pp. 224, € 27). Ed ancora, a cura di Maria Immacolata Macioti: “Gianrico Tedeschi. Due anni nei campi nazisti”, Edizioni ANRP, 2019 (pp. 94).