Giovanni Morandi, un viaggio lungo quarant’anni. Da inviato a direttore. Glorie ed orrori, visti con gli occhi del cronista

(di Piero Lotito) «Sono una macchina per scrivere». Così annota, il 31 settembre 2005, un giornalista che ha girato il mondo come inviato e poi, dirigendo alcuni giornali, gli inviati li ha mandati lui in giro per il mondo. È Giovanni Morandi, oggi editorialista del “Quotidiano Nazionale” e già direttore de “Il Giorno”, “il Resto del Carlino” e “QN”. Una macchina per scrivere, dunque. Eppure, nel 2005 erano da anni operanti i computer: come mai, dunque, Morandi dice di sentirsi «una macchina per scrivere»? Non temiamo di sbagliare se riferiamo la metafora di Morandi alla vena di umanità che la tecnologia dei martelletti e del nastro rossonero garantiva un tempo ai cronisti, quando sfilare dal rullo il foglio di carta per un’ultima occhiata al pezzo era un quotidiano autoesame, un parziale rendiconto professionale che ogni volta faceva trepidare.
L’annotazione compare ne “Il giornale fatto coi piedi. Storie di un inviato speciale (Mauro Pagliai Editore), viaggio a ritroso nell’ultimo quarantennio, dal 2 agosto 1976, quando Morandi viene assunto a “La Nazione” da Domenico Bartoli («Mi trovò impacciato e timido e mi disse severo: “Andrai in cronaca dove non si deve essere formali”»), al 17 dicembre 2017, quando l’autore confessa il disagio da spaesamento che afferra i più al momento di lasciare alle spalle il lavoro in redazione: «Quando mi presento faccio una certa fatica a dire che sono un giornalista e biascico parole rese per pudore incomprensibili dal ricordo dei tanti anni – sia quando ero inviato che quando ero direttore – in cui dormivo in albergo trecentoventi giorni all’anno. Ora sto trecentoventi giorni l’anno a casa e mi sembra più appropriato presentarmi in altro modo ma non so come». Un disadattamento, una voglia impossibile di tornare indietro?
In questo arco di vita e di lavoro, il mondo ha visto tanti orrori e tante glorie, tante tragedie. Il 19 luglio 1985, Morandi viene mandato in Val di Stava, a Tesero, perché la diga ha ceduto. A notte fonda, dopo aver trasmesso il servizio al giornale e dopo essere tornato sul luogo del disastro per seguire le ricerche dei sopravvissuti, l’inviato trova un bar aperto con una camera libera da prendere in affitto. Vi sale con una bottiglia di whisky in mano e «prima di addormentarmi mi sono ubriacato scolandola tutta, perché avevo visto troppi morti e troppa disperazione».
Emerge insomma, dal libro del fiorentino Giovanni Morandi, il profilo tipo di uno degli eroi del tempo moderno, l’inviato speciale, personaggio un po’ guerriero e un po’ intellettuale, pronto a partire e quasi sempre restio a tornare. Ma in Morandi sempre affiora il tocco di umanità che rende il suo sguardo più profondo della già proverbiale vista d’aquila di questa figura professionale.
Così annota il 6 giugno 1996: «L’impassibilità ostentata da Piebke in aula, davanti ai parenti delle vittime, è indecente». Prosegue, il taccuino del cronista, perché l’inviato è soprattutto un cronista (e si intitola così, “Taccuino di un cronista”, il libro d’un altro giornalista di attacco e di riflessione, il pugliese Anacleto Lupo, che nel 1982 raccontava per De Donato l’epopea del Sud nel dopoguerra), prosegue anche con momenti di più personali considerazioni, come a volersi giudicare per come si è lavorato – e si lavora – e per come si è via via diventati: «È lo stile che fa la differenza. E l’idea. E la puntigliosa cura della verifica dà la credibilità»; «Ho fatto indigestione di pubbliche relazioni. Ora mi basta una persona». E il 17 dicembre 2017 arriva infine la scoperta, che diventa una confessione: «Perché continuo a scrivere? Penso sia voglia di parlare». Parlare, dunque: non più viaggiare. Perché scrivere è, insieme, parlare e viaggiare sempre.

Giovanni Morandi, “Il giornale fatto coi piedi – Storie di un inviato speciale”, Mauro Pagliai Editore 2019, pp. 249, € 12.