Grandezza e intuizioni della prima critica d’arte italiana, compagna di Mussolini, ma più lungimirante del futuro Duce

(di Andrea Bisicchia) Il volume di Massimo Mattioli: “Margherita Sarfatti”, Manfredi Editore, non è il risultato di una ricerca accademica, anche perché l’Opera completa della prima critica d’arte italiana, oltre che intellettuale cosmopolita e inventrice del movimento artistico “Novecento”, andrebbe approfondita, non solo nel contesto storico in cui è nata, ma anche riflettendo sulle capacità intuitive che accompagnarono le sue scoperte di artisti che, grazie a lei, acquisirono fama in Europa.
A dire il vero, alcuni tentativi recenti per una analisi completa ci sono stati, basterebbe leggere i volumi, a lei dedicati, da Simona Urso (Marsilio 2003), che tratteggia una figura in apparenza mondana e salottiera, ma determinata nella volontà; da Roberto Festorazzi (Edito da Angelo Colla, 2010), incentrato sul Memoriale, pubblicato a Londra, dal titolo: “My Fault”, in cui la Sarfatti polemizza col Fascismo e con Mussolini; da Rachele Ferrario (2015), che la definisce Regina dell’arte italiana, per capire meglio come questa donna sia riuscita ad avere un posto di primo piano sul palcoscenico variegato dell’Italia fascista.
Mattioli si mostra indignato nei confronti di storici dell’arte, di chiara fama, da Venturi ad Argan, a Crispolti, a Ragghianti, che hanno volutamente ignorato la Sarfatti, non solo perché compagna del Duce, ma perché integrata all’ideologia fascista. Eppure, più tardi, tanti sono stati integrati all’ideologia comunista, dettata da Togliatti nel dopoguerra, il quale teorizzava quanto auspicato dalla Sarfatti, ovvero che un grande partito abbia bisogno di essere protetto da intellettuali integrati, come a dire che ogni forma di cultura non libera, debba essere costretta a sottomettersi ai valori dell’ideologia del proprio tempo.
Mattioli ritiene che, per quanto riguarda la Sarfatti, occorreva fare delle dovute differenze, come del resto bisognava farle per Mussolini, distinguendo il periodo prefascista, quello dell’adesione da parte di entrambi al partito socialista e alla sua ideologia, da quello del Fascismo, o meglio ancora dal passaggio, non molto tumultuoso, dall’Avanti al Secolo d’Italia, con una virata culturale non indifferente.
C’è da dire che la Sarfatti si mostrò più lungimirante di Mussolini, le cui scelte politiche furono il risultato di un voltafaccia prodotto dai poteri forti di quel tempo che il futuro Duce aveva conosciuto proprio nei salotti di casa Grassini-Sarfatii.
In Italia, la politica personalistica non porta bene, Mussolini non fece altro che accelerarla, benché le mancassero quelle doti intellettuali che possedeva la Sarfatti e che lei, successivamente, metterà a disposizione del partito, convinta che l’intellettuale dovesse fondersi con esso, e mettersi alla guida di una nuova élite in grado di rappresentare una diversa idea della politica, fondata su una cultura egemone.
L’idea della Sarfatti non era diversa da quella di Platone che vedeva nei filosofi la guida ideale di una nazione, oltre che l’emblema di una classe dirigente che, secondo lei, occorreva formare negli anni Venti e che potesse incarnare una nuova idea di nazione. La sua rivoluzione non era più di tipo liberale, ma vitalistico, la corrente che, in filosofia, veniva rappresentata da Bergson e da Blondel, con quel tanto di religioso che la Sarfatti aveva ereditato dal “Modernismo” appreso durante la sua frequentazione del Fogazzaro.
La scelta della “forza vitale” le permetteva di andare oltre ogni forma di materialismo, anche se intriso di spiritualismo, per le origini divine della nostra vita. D’altra parte, bisognava fare i conti anche con D’Annunzio che credeva nello spirito vitale e con Pirandello che riteneva la vita un flusso continuo.
Mattioli ha diviso il suo lavoro di ricerca in quattro capitoli, analizzando, non solo i rapporti con Mussolini, ma anche quelli con gli artisti del tempo, dapprima con i Futuristi, in particolare con Boccioni, che le fece un noto ritratto e, successivamente, con i pittori di Novecento, il movimento da lei creato, che fece conoscere in tutto il mondo, preferendolo a quello futurista, tanto che lo presentò alla Biennale di Venezia suscitando le ire di Marinetti. Mattioli la considera una regina senza corona, ma pur sempre regina dell’arte italiana. L’autore ci racconta anche gli anni del disincanto, quando ebbe contro fascisti come Farinacci, che ambivano al ruolo culturale senza averne le competenze, e quelli della fuga dopo le leggi razziali.

Massimo Mattioli, “MARGHERITA SARFATTI”, Manfredi Edizioni 2019, pp 116, € 14