I secenteschi eroismi di Filippo Timi contro i draghi delle nostre paure. Divertissement più cabarettistico che epico

Filippo Timi in “Un cuore di vetro in inverno” (foto Noemi Ardesi)

MILANO, mercoledì 31 ottobre (di Paolo A. Paganini) Sulla scena della Sala Grande del Teatro Franco Parenti c’è un antico cavaliere con un suo scudiero e un mite menestrello. Un angelo malinconico e infelice, nelle vesti d’una discinta fanciulla, cerca fra cielo e terra un suo perduto paradiso, e un’altra ragazzotta, di facili costumi e di emiliane generosità, rallegra soldatacci rassegnati a lasciare le loro spoglie mortali sul campo di battaglia o pronti a tornare, se la scampano, tra le delizie della carne e tra le gambe dell’indimenticata romagnola.
I cinque personaggi sono i “dramatis personae”, come venivano intesi fino alla fine del Seicento, del dramma ora in scena. E in realtà voglioni rappresentare “un’azione” scenica d’ispirazione secentesca.
Stiamo parlando di “Un cuore di vetro in inverno”, interpretato dall’eroe cavalleresco Filippo Timi. Amatissimo e osannato da un fitto e fedele seguito di fans.
Qui s’intende rappresentare “la visione dell’essere umano che si ritrova a combattere la propria guerra… solo con se stesso… con un cuore di vetro in inverno, ovvero un cuore trasparente e fragile…”. La sua guerra personale sarà contro i metaforici draghi della paura, ch’egli dovrà vincere per trasformarsi da cavaliere in uomo.
Il Seicento di Timi è un pretesto drammaturgico come un altro, un divertissement tra il serio e l’ilare, tutto sommato fine a se stesso. Da un punto di vista storico letterario, mancano le meravigliose bizzarrie di questo secolo, con i suoi trionfi di fastosità spagnolesche, con le sue novità eccentriche e fragorose, con i suoi stili frondosi e complicati, dove l’esaltazione del formalismo celava in realtà il vuoto della sostanza umana. Vedasi Giovan Battista Marino e il “marinismo” del secolo, con i suoi “marinisti” maggiori, minori e minimi. Ma non dimentichiamo che è anche il secolo di Galileo, al quale e al cui “Sidereus nuncius” Timi ha forse voluto rendere omaggio inserendo sincronicamente nel suo dramma secentesco un tributo scientifico, rappresentato dal volo dei primi uomini da Cape Canaveral sulla Luna, nel luglio del 1969, e riportando gli storici dialoghi con Neil Armstrong.

“Un cuore di vetro in inverno”, di e con Filippo Timi, e con Marina Rocco, Elena Lietti, Andrea Soffiantini, Michele Capuano (foto Noemi Ardesi)

È qui una eccentricità abbastanza spiegabile, ma avulsa dal contesto, dato che il “marinismo” non vanta grandi nomi da un punto di vista epico. Noi non abbiamo avuto i Molière, i Corneille, i Racine, i Lope de Vega, Calderón, Shakespeare. Abbiamo avuto però il melodramma e la Commedia dell’Arte. E di consistente interesse letterario è stato piuttosto, nel Seicento, il poema eroicomico e burlesco, che nasce con Tassoni (“La secchia rapita”), e al quale e a tutto il resto – per nostra semplicità espositiva – sembra richiamarsi Filippo Timi, come autore, regista e interprete.
Lo spettacolo (un’ora e dieci senza intervallo) non esibisce storie di anime maledette, lacerate dal dolore o dalla follia, non si sprofonda in scavi di filosofiche elucubrazioni o in temerarie analisi sulla fragilità umana, sulle illusioni e sulle sconfitte delle nostre debolezze. Secondo il dichiarato significato dell’operazione, è vero che tutti dobbiamo combattere, per vincere o perdere in una guerra forse più crudele delle nostre stesse forze, talvolta vinti e piegati dalle paure, ma tal altra anche trionfanti sui draghi delle nostre angosce.
Timi, strenuo in battaglia o nudo nella neve, sconfiggerà i suoi draghi, e troverà alla fine la propria umanità, senza più corazze.
Detto così, è fin troppo facile.
Nella realtà Filippo Timi tenta anche una ricerca sulla parola, anche se qui più letteraria che teatrale, sfiorando perfino arcadiche tentazioni. Ma si fa “leggere”, anche perché l’attore possiede una dote di rara capacità, la simpatia e la complicità con il pubblico. Ormai nessuno sa più cosa sia stato il cabaret nelle cantine milanesi, da Via Canonica alla Bullona, dal Derby al Refettorio. Lui, Timi, canta, suona e interloquisce con la platea, ammiccando al vecchio genere, davanti a fanciulle, signore e signori giovani e attempati, tutti deliziati in gioiosa e divertita spensieratezza, tutto perdonando anche qualche caduta di gusto e una formale e superficiale drammaticità. Viene soprattutto perdonata l’assoluta mancanza di azione. Ma questo è insito nel cabaret, visto che ne abbiamo accettato la formula, e tutto si risolve prevalentemente con monologhi dei nostri cinque personaggi, in altrettante scene a se stanti, come camei, o altrettante stazioni di umane croci quotidiane, ciascuno spiegando le proprie, o da fanciulla angelicata, o da prostituta romagnola, o da menestrello che canta malinconicamente la vita, o da scudiero che, molto più semplicemente, senza tante storie, troverà la propria terrena felicità tra le cosce del suo amore.
Pubblico semplicemente entusiasta in una generosa riconoscenza di applausi meritatissimi per tutti.

“UN CUORE DI VETRO IN INVERNO”, di e con Filippo Timi; e con Marina Rocco, Elena Lietti, Andrea Soffiantini, Michele Capuano. Fino a domenica 11 novembre. Al Teatro Franco Parenti, Via Pier Lombardo 14, Milano
www.teatrofrancoparenti.it

Tournée:
Dal 28 novembre al 9 dicembre al Teatro Ambra Jovinelli di Roma

Dall’11 al 16 dicembre al Teatro Morlacchi di Perugia.