I territori insoliti di Robert Lepage. E, con le scenografie di Fillion, nasce una nuova poetica della macchina teatrale

(di Andrea Bisicchia) Non si può fare ricerca teatrale senza competenza e senza passione, ovvero senza far convivere materiali d’archivio e i segreti dell’arte della rappresentazione con quel processo osmotico che avviene tra chi indaga e chi è indagato. Anna Maria Monteverdi da circa vent’anni insegue la carriera artistica di Robert Lepage, di cui credo, anche a livello internazionale, sia la maggior conoscitrice, tanto che, nel volume: “Memoria, maschera, macchina nel teatro di Robert Lepage”, Meltemi Editore, è riuscita a convogliare le numerose interviste, fatte al maestro belga, oltre che le testimonianze dirette degli spettacoli visti e recensiti.
L’autrice ha diviso il suo lavoro in tre parti, arricchendolo con una antologia critica di giovani studiosi, preceduta da una introduzione di Valerio Mastropasqua, seguita da una completa teatrografia, con illustrazioni di alcuni spettacoli cult che danno la possibilità, al lettore, di capire meglio l’intervento teorico della Monteverdi, la quale si sofferma, non solo sull’idea di nuovo teatro di Lepage, ma anche sul modo di realizzarla, attraverso l’uso di territori insoliti, ben costruiti dalle scenografie, concordate con Carl Fillion, che sono, spesso, delle vere e proprie macchine sceniche che danno vita a quella estetica del movimento a cui i due artisti pervengono utilizzando codici espressivi correlati al dinamismo dell’apparato scenico.
La poetica della macchina era stata oggetto di studio da parte di Roberto Tessari, applicata al Futurismo e al Costruttivismo, l’uso della macchina è realizzato, da Lepage, in maniera diversa, non limitandola ai “girevoli”, poiché, nella sua idea, essa dovrebbe permettere all’uomo di riconquistare la dimensione perduta attraverso la trasmissione della memoria.
Lepage non si considera un regista demiurgo, anzi fin dagli inizi della sua carriera si pone contro quella che era definita “la regia dittatoriale”, alla quale egli contrappone quella della regia fondata sulla memoria, sulla macchina e sulla maschera, proprio perché convinto che il teatro non abbia un volto, bensì una maschera, ben lontana da un classico del primo Novecento di Chiarelli: “La maschera e il volto”. È la scenografia stessa che diventa maschera, oltre che riflesso del personaggio.
Ad Anna Maria Monteverdi non sfugge nulla del lavoro di Lepage, i cui spettacoli sono conseguenza di un lungo processo creativo e di una elaborazione che non ha mai fine, poiché al regista non interessa lo spettacolo “congelato” o “sigillato”, quello realizzato per le lunghe tournée, convinto che esso sia soggetto a continue mutazione che coincidono con quelle degli eventi storici. Anna Maria Monteverdi accompagna le sue riflessioni appoggiandosi anche a quelle di classicisti come Kerényi, per quanto riguarda il concetto di maschera, o antropologi come Turner, per quanto riguarda il dramma sociale, molto caro a Lepage, il quale lo rende visibile attraverso un uso sapiente della tecnologia che, con i suoi continui ritrovati, ha trasformato lo stesso modo di pensare il teatro e l’arte in genere, favorendo nuovi strumenti per raccontare, aiutando, nel frattempo, l’artista a modificare il concetto di “forma”.
Allora, perché non dovrebbe cambiare il concetto di scena, se la tecnologia è riuscita a occupare il posto del nostro mondo interiore? Essa, a sua volta, favorisce l’uso del teatro immagine, quello caro alla vista e non all’ascolto, essendo l’immagine, a sua volta, frutto dell’azione della luce tanto che, negli spettacoli di Lepage, l’effetto scenico è quello della “incisione luminosa”. Eppure, accade che, dinanzi alla complessità della tecnologia, abbia il sopravvento la semplicità estetica, come è accaduto, per esempio, nella messinscena del Ring wagneriano, di cui si possono ammirare, nel volume, i modelli e gli studi, oltre che la Story board tecnica.
Una ricerca completa, congegnata con un linguaggio teorico molto particolare che l’autrice ben conosce, come ha dimostrato in uno studio precedente: “Nuovi media, nuovo teatro. Teorie e pratiche tra teatro e digitalità”, Franco Angeli Editore.

Anna Maria Monteverdi, “Memoria, maschera, macchina nel teatro di Robert Lepage”, Meltemi Editore, pp 408, € 28.