Il compito della critica è culturale e sociale. Anche quando stronca. Purché fatta con onestà e indipendenza di pensiero

(di Andrea Bisicchia) È sufficiente esprimere delle proprie opinioni, in modo schietto, per essere un critico? È sufficiente, per un critico, essere una guida onesta e credibile? Queste e altre domande, le mette in bocca, a Giovanni Raboni, Luca Daino, curatore del volume che raccoglie 170 recensioni del noto critico e poeta, pubblicato dagli Oscar Mondadori: “Meglio star zitti. Scritti militanti su letteratura cinema teatro 1964-2004”.
Il testo è un’occasione per tornare a parlare della funzione del critico in un momento in cui sembrerebbe che la critica non possa interessare a nessuno, solo che dovremmo chiederci il perché di questo poco interesse. La risposta potrebbe essere: “Perché non esistono più libri o spettacoli che meritino l’attenzione del critico”? Prendiamo, come esempio, il teatro, ci sembra di trovarci dinanzi a un momento storico in cui si registra il predominio dell’attore, grande o piccolo che sia, per cui non esiste più la figura di chi esercitava, con proprie competenze, non solo la lettura approfondita di un testo, ma anche la dimensione saggistica della scena, dato che tutto, oggi, rispecchia, nei maggiori dei casi, una piatta superficialità, agevolata persino dai pochi registi veri che hanno, in parte, rinunziato al giudizio critico, perché convinti che non valga la pena impegnarsi e perché, andare fino in fondo, risulta molto faticoso, tanto da ritenere  inutile insistere, visto che i critici veri sono rimasti in pochi e, quando esprimono un giudizio negativo, li si invita a non mettere più piede nel teatro in cui ciò si è verificato.
Nel frattempo, sono in tanti a lamentarsi del poco spazio che viene concesso alla critica sui giornali, salvo dolersi quando il giudizio si trasforma in una stroncatura. È chiaro che esistono modi diversi di stroncare, ovvero di essere in disaccordo con quanto visto. Giovanni Raboni a volte lo faceva con delicatezza, altre volte si lasciava trascinare dalla rabbia, perché doveva parlare male di autori, di registi, di attori che pur stimava molto, come Dario Fo, Zeffirelli, Lavia, Gaber o Carmelo Bene (nella foto sotto).
Egli era convinto che una stroncatura, con un minimo di fondamento, non fosse da considerare un elemento distruttivo e che servisse alla salute della letteratura, del cinema, del teatro. In verità ciò che contraddistingue un critico da uno pseudo critico che, spesso, si improvvisa in una professione alquanto difficile, è la chiarezza espositiva, oltre che l’autorevolezza, lo studio, la conoscenza, la continuità. Di questa categoria di critici, da noi, ce ne sono ancora che svolgono il loro lavoro con una certa indipendenza che evita l’asservimento all’industria culturale, per la quale conta solo il prodotto da mettere sul mercato.
La funzione della critica è direttamente proporzionale all’importanza e alla qualità o meno di uno spettacolo, non è necessaria quando insegue le leggi del mercato. Raboni era consapevole di questo rischio, si sforzava, pertanto, di evitare certe imbarazzanti complicità e certe pratiche inquinanti. Egli sosteneva che l’autorevolezza di un critico passasse dalla capacità di “confrontare l’effimero con il durevole, il nuovo con il consolidato”. Il critico professionista fa delle scelte, soprattutto nei momenti di iperproduzione, sa già cosa va a vedere, nel caso in cui sceglie il grande regista, il grande autore, il grande attore, non può rimanere insensibile dinanzi a spettacoli del tutto sbagliati. Per fare alcuni esempi, Raboni mostra il suo disappunto, dopo aver visto “Zitti, zitti stiamo precipitando” di Dario Fo (3 dicembre 1990), sostenendo di essersi trovato dinanzi a uno spettacolo “sconclusionato, privo di senso, persino indescrivibile”. Ciò che Raboni non accetta di un autore importante come Dario Fo, è la sua caduta nella “sciatteria, nell’approssimazione, nella scempiaggine”.
Prende di mira anche Franco Zeffirelli, quando mise in scena “I sei personaggi in cerca d’autore”, con Enrico Maria Salerno e Regina Bianchi, ambientati in uno studio televisivo ipertecnologico e super affollato, dove tutto si svolge sotto l’occhio implacabile delle telecamere con risultati “intellettualmente deboli e velleitari, con la pretesa della disattivazione semantica ed estetica del testo” (11 agosto 1991).
A Carmelo Bene, Raboni rimprovera, per “Nostra Signora dei turchi”, la pretesa di dissacrare, chiedendosi: “Dissacrare Che?” (13 maggio 1969), mentre consiglia a Lavia, dopo aver visto “Il duello” di Von Kleist (27 gennaio 1994) “di fare l’attore e non il drammaturgo”, rimproverandogli “abissi di esteriorità, concitazione ed enfasi”.
Le stroncature sono evidenti, ma sono tutte in buona fede, essendo la conseguenza della sapienza intuitiva del critico costruita sul rapporto dovere-virtù, sulla consapevolezza del compito culturale e sociale della critica che sa riconoscere gli spettacoli che contano da quelli che non contano, così come sa distinguere i libri che contano da quelli che non contano.
Si diceva dell’opportunità di questa pubblicazione perché invita a riflettere sul perché alcuni ritengano la recensione superata. Per costoro, la scomparsa della critica permetterebbe la realizzazione di spettacoli senza alcun valore concettuale, oltre che estetico, per i quali, la stroncatura avviene già apriori.
Il volume contiene una introduzione alquanto accademica di Luca Daino a cui chiederei di curare un secondo volume che raccolga le critiche positive di Raboni.

Giovanni Raboni, “Meglio star zitti. Scritti militanti su letteratura cinema teatro (1964-2004)”, a cura di Luca Daino – Oscar Mondadori 2019 – pp. 480 – € 15.