Il “Faust” di Goethe. Algida operazione di Federico Tiezzi. Vibrante di passione grazie a Leda Kreider (Margherita)

MILANO, mercoledì 19 febbraio ► (di Paolo A. Paganini) Generalmente, si fa risalire Faust a Goethe. Anzi, per i milanesi, c’è solo il Faust di Strehler, che, nel 1988, lo mise in scena in fulgidi e laceranti “frammenti”, da lui stesso recitati, al Piccolo Teatro Studio, in una sensazione di umana impotenza e di disperata solitudine, al fianco di Franco Graziosi, Gianfranco Mauri, Giulia Lazzarini.
Ora, “Faust”, con la regia di Federico Tiezzi, è al Piccolo Teatro Grassi di Via Rovello (quasi due ore senza intervallo), non più a “frammenti”, com’era per Strehler, ma in “scene”. Ma là, dove Strehler ci metteva il cuore, qui, Tiezzi, ci mette l’anima, che è anche più consona, visto che poi se la gioca con Mefistofele.
Per la Storia, va ricordato che, ancor prima di Goethe (1749-1832), Faust era conosciuto fin dalla seconda metà del Cinquecento, quando, intorno al 1480, in Cracovia, esisteva la leggenda d’un famoso incantatore, forse realmente esistito, dedito allo studio della magia, che vendette l’anima al diavolo.
Poi, agli inizi del Seicento, venne conosciuto “Il Dottor Faustus” di Christopher Marlowe (nel 1967, film con Richard Burton ed Elizabeth Taylor), dove Faust subisce una prima trasformazione intellettuale: un ribelle contro ogni dogma.
E fino alla metà del Settecento, basta. Pur continuando a vivere e ad affascinare negli spettacoli di burattini.
Ma ecco, finalmente, il tormentato Faust di Goethe. È un personaggio divorato dall’ansia della conoscenza, che tenta di conoscere i misteri della vita e, disperato, si dedica ai libri e alla magia per riuscire a possedere tutto il mondo dentro di sé. Incontra Mefistofele, che gli promette felicità ricchezza conoscenza amore e sempre nuove conquiste, in cambio della sua anima. Affare fatto.
È questo, in relativa misura, il Faust di Federico Tiezzi, il quale, per penetrare e capire la crisi dell’uomo contemporaneo, a sua volta alla ricerca della conoscenza, ma senza mefistofeliche dannazioni.
Tiezzi si rivolge a un suo simbolico Mefistofele per penetrare il suo Faust, ora rivolgendosi a Thomas Mann (l’oratorio apocalittico della “Lamentatio Doctoris Faust”, con riferimenti anche a Nietzsche), ora a Dostoevskij (“I fratelli Karamazov” dove “il cuore degli uomini non è che il campo di battaglia in cui lottano Dio e il diavolo”) e infine all’aspirazione goethiana di Freud (“Divenne predominante in me l’esigenza di capire qualcosa degli enigmi del mondo che ci circonda…”).

Marco Foschi (Faust) e Sandro Lombardi (Mefistofele) in una delle “Scene da Faust”

Ma l’ansiosa sete di conoscenza di Tiezzi è più nelle parole che non nei fatti, più vicino a Ronconi che non a Strehler (o a Bob Wilson, mi suggerisce un’amica), privilegiando soprattutto i segni superficiali del dolore, dell’amore e della morte, in una successione di algide ma anche inquietanti “scene”, che vanno dall’incontro e al patto “Mefistofele/Faust, dalla “cucina della strega” all’incontro con Margherita, dalle tentazioni alle colpe, dalla morte in duello di Valentino al carcere di Margherita, in un disperato delirio di amore e morte, di passione e follia (che ha meritato a Leda Kreider l’unico applauso a scena aperta). E non poteva essere diversamente. In questa scena conclusiva del “Faust”, Margherita ci mette cuore carne sesso per gridare la sua disperazione. Per il resto, tutte le altre precedenti “scene” danno la sensazione di encomiabili esercizi di stile, algidi e ferocemente lucidi (con intermezzi di affascinanti canti d’autore).
Il Faust di Marco Foschi vibra di sentimenti propri, ma senza mai raggiungere la divorante sete di conoscenza del personaggio goethiano. Anche perché l’azione non si avvale d’un comprensibile piano sequenza drammaturgico, ma risulta frantumato, parcellizzato in inevitabili cambi di scena, ai quali volenterosamente, e talvolta coreograficamente, si prestano come servi di scena gli otto attori dell’ultimo biennio del Teatro Laboratorio della Toscana.
Inoltre, il diavolo di Sandro Lombardi, un umanizzato Mefistofele, potrebbe benissimo essere qui la rappresentazione d’un vecchio libidinoso, di paciosa bonomia goldoniana, che insegna al più giovane e ingenuo Faust qualche trucco per portarsi a letto la vergine Margherita ancora fanciulla. E ce la farà. E quel diavolo di Mefistofele se la godrà, anche perché, in fondo, è un Maligno bonaccione, un pover diavol, on gran diavol… per fa nagott e per fa-su la gent (i francesi diranno la stessa cosa: c’est un grand diable), e soltanto Margherita ha appunto, alla fine, el diavol adoss. A ruoli cambiati, potrebbe ricordare “il diavolo in corpo”, del precoce scrittore francese, Raymond Radiguet (1903-1923!), indimenticabile lettura erotica, dove si narra la squilibrata, cinica e tragica passione tra un adolescente e una donna più grande. Niente di nuovo sotto il sole.
Pubblico generosamente plaudente alla fine per tutti.

“Scene da Faust”, di Johann Wolfgang Goethe. Regia e drammaturgia Federico Tiezzi. Con Sandro Lombardi, Marco Foschi e Leda Kreider; e con Dario Battaglia, Alessandro Burzotta, Nicasio Catanese, Valentina Elia, Fonte Fantasia, Francesca Gabucci, Ivan Graziano, Luca Tanganelli. Scene e costumi Gregorio Zurla. Canto Francesca Della Monica. Al Piccolo Teatro Grassi (via Rovello 2 – Milano). Repliche fino a domenica 1 marzo).

Informazioni e prenotazioni 0242411889
www.piccoloteatro.org