“Il nipote di Wittgenstein”. Così Orsini domina la geniale pazzia di Bernhard. Un monologo da matti. Imperdibile

MILANO, giovedì 28 novembre ► (di Paolo A. Paganini) Thomas Bernhard (1931-1989), di umili origini, trascurato dalla madre, che per la propria sciagurata esistenza aveva altro a cui pensare, nei suoi primi anni venne cresciuto amorevolmente dal nonno materno, che lo avviò all’arte, alla musica, al sentimento del bello, anche se, fin da giovane, irrequieto e talvolta violento, di salute cagionevole, malato di polmoni con lunghi periodi in sanatorio, stentò a trovare la sua strada di scrittore e drammaturgo, poeta e giornalista. E divenne uno dei massimi autori della letteratura del Novecento, seppur con una insanabile visione critica della sua Austria, della sua gente e del bigottismo dei conservatori di “desolante stupidità”. L’Austria lo ricambiò di uguale moneta, con querele e sequestri. Dopo la morte, la sua casa divenne un museo. Ma sembra, così dicono, che la maggiore attrattiva siano le sue centinaia di scarpe lì conservate.
La sua irrequietezza e un insanabile sentimento di morte e di dolore, l’isolamento, la solitudine e un senso di inutilità, lo accompagneranno per tutta la vita, e in tutta la sua produzione drammaturgica. “Ogni cosa è ridicola, se paragonata alla morte”, lascerà scritto. La sua vita e la sua sterminata produzione, tra romanzi, autobiografie, racconti, lettere e raccolte saggistiche, drammi e pubblicistica, non fu mai di un uomo ridicolo, forse perché sempre condizionato dal pensiero della morte.
“Il nipote di Wittgenstein”, romanzo semi-autobiografico, è del 1982. Bernhard descrive la profonda amicizia, nata nel 1967 in un ospedale viennese, tra lui, malato di polmoni, e Paul (nipote del filosofo Ludwig Wittgenstein), ricoverato per uno dei suoi ricorrenti attacchi di follia. Un’amicizia cementata da una comune eccentricità esistenziale, da un ironico senso della relatività e delle umane vanità, e da un uguale disgusto per la borghesia viennese. Il loro affetto, in reciproca stima e intimità spirituale, fu condiviso dodici anni, fino alla morte di Paul, che Bernhard soffrì con un profondo senso di colpa, avendo lasciato solo l’amico nella tristezza e nella solitudine dei suoi ultimi momenti. Paul usava dire a Bernhard: «Duecento amici verranno al mio funerale e tu dovrai tenere un discorso sulla mia tomba». Quando Paul Wittgenstein morì, non duecento, ma solo otto o nove persone andarono al suo funerale.
In quel momento, Bernhard era a Creta.
E per non aver potuto dedicargli quel discorso funebre sulla sua tomba, che pur gli aveva promesso, rimedierà con il romanzo “Il nipote di Wittgenstein – Un’amicizia”, adattato per il teatro dal regista Patrick Guinand, e ora in scena al Piccolo Teatro Grassi, con la singolare ed emozionante interpretazione di Umberto Orsini. Un monologo di un’ora e quindici (scenicamente coadiuvato dalla silenziosa presenza di Elisabetta Piccolomini, figura di alleggerimento, come governante di Bernhard, con ben inseriti piccoli sketch personali, come tic di teutonico e maniacale ordine domestico).
Nel programma di sala, con poche ma acute osservazioni, Orsini, tra l’altro, spiega, in brevi ma essenziali parole, il fenomeno di transfert attore/autore, interprete/personaggio.
Da Freud a Melanie Klein, a Jung, la psicologia e la psicoanalisi dedicano centinaia di pagine al transfert. Orsini, senza andare troppo in là, et sufficit, chiarisce: «Qui non cerco di interpretare un personaggio, non “faccio Bernhard”, qui ho deciso di “essere Bernhard” e quindi più che fare un personaggio sono me stesso che parla con le parole di un autore grandissimo, che finirà comunque per prevaricarmi e quindi rappresentarsi» …
E poi reciterà, spiegando lo strano gemellaggio di un’unica pazzia tra Bernhard e Paul: «L’unica differenza tra Paul e me è che Paul si è lasciato completamente dominare dalla sua pazzia, si è calato, se così si può dire, nella sua pazzia e io invece no, io non mi sono mai lasciato dominare completamente dalla mia pazzia, peraltro non meno grande della sua; per tutta la vita io ho sfruttato la mia pazzia, l’ho dominata, al contrario di Paul che non ha mai dominato la sua pazzia io la mia pazzia l’ho sempre dominata e può darsi che proprio per questo motivo la mia pazzia sia perfino più pazza di quella di Paul».
L’interpretazione di Umberto Orsini è di per sé una pazzia teatrale imperdibile. Al Piccolo, è stata seguita da un folto pubblico, specie giovanile, divertendosi e commovendosi in un rito di religioso silenzio. Anche se nessuno ha dato peso all’infelice e sciagurato utilizzo microfonico, che imponeva all’interprete di parlare da una parte mentre la voce usciva da tutt’altra. Un effetto straniante che forse sarebbe piaciuto solo a Brecht.
Calorosi applausi alla fine, con alcuni esiti di standing ovation. Esagerati.
Repliche fino a domenica 22 dicembre.