Il sogno d’una vita, un cappotto nuovo come riscatto sociale. Dura poco. Glielo rubano. Ma c’è la Giustizia, pensa l’illuso

Il_cappotto_VittorioFranceschi_1_phRaffaellaCavalieriMILANO, venerdì 12 dicembre  ♦  
(di Emanuela Dini) “Il cappotto” di Gogol’, scritto nel 1842, è uno dei più famosi racconti della letteratura mondiale e narra la vicenda dell’umile copista Akàkij Akakièvič, che vive serenamente la sua anonima attività di amanuense negli uffici del ministero. “Lì, in quel copiare, egli vedeva un certo mondo proprio, vario e piacevole” fino a quando, costretto dal freddo pungente di Pietroburgo e dallo scherno dei colleghi si decide a ordinare al sarto Petròvič un nuovo cappotto, dal momento che il suo era diventato “leggero come un velo e il panno si era talmente liso che si vedeva attraverso”.
E l’acquisto di un nuovo cappotto diventa un progetto di vita, di autogratificazione, di ascesa sociale, di riscatto dalle umiliazioni… insomma, la realizzazione di un sogno: “Probabilmente fu il giorno più solenne della vita di Akàkij Akakièvič quello in cui Petròvič gli portò finalmente il cappotto”. Un sogno destinato a durare poco, perché al povero Akàkij rubano il cappotto il giorno dopo, e la sua ingenua ricerca di giustizia (la denuncia, la richiesta di intervento da parte delle autorità) si scontra con l’arroganza e l’ottusità del Potere e lui ne soffre al punto da ammalarsi e morire. Il testo di Gogol’ si chiude con un finale surreale e consolatorio, con il fantasma di Akàkij che vaga per Pietroburgo a sottrarre cappotti ai potenti.
La versione in scena al Carcano – un’ora e mezza spezzata da un intervallo di 15 minuti – firmata da Vittorio Franceschi e con la regia di Alessandro D’Alatri è “liberamente ispirata” al racconto di Gogol’, ne rispetta la trama, ma inserisce tutti i dialoghi (inesistenti o quasi nel testo di originale), le figure del poeta-narratore e della padrona di casa e, soprattutto, elimina la parte finale, in cui Akàkij riappare come fantasma. «Perché in teatro i doppi finali non funzionano e perché la sua storia di uomo semplice e innocente si chiude, ai miei occhi, con la sua morte», ha spiegato Franceschi, che interpreta anche il protagonista.
Sul palco, una scenografia suggestiva e pulita raccoglie i tre ambienti della storia -la casa, l’ufficio, la bottega del sarto- con qualche betulla stilizzata a rievocare Pietroburgo e un indovinato gioco di luci a scandire non solo i momenti della giornata, ma anche gli stati d’animo di Akàkij. Pochi e sapienti tocchi di regia – un telo ricamato gettato sulle cataste di pratiche da copiare e un tintinnare di calici- trasformano, nel secondo atto, i grigi uffici del ministero nella scintillante sala della festa dove il povero Akàkij si muove a disagio, più frastornato che felice. L’interpretazione di Franceschi disegna un Akàkij docile e ingenuo, ma non sciocco e mai macchiettistico; accanto a lui il sarto Petròvič (Umberto Bortolani) e il poeta-narratore ubriaco (Giuliano Brunazzi) gli fanno da controcanto, insieme alle figure femminili della moglie del sarto (Marina Pitta) e della padrona di casa (Federica Fabiani), entrambe, a loro modo, donne dal cuore d’oro e tenerezze nascoste.
Pubblico folto, applausi calorosi, e un paio di volte anche a scena aperta.

“Il cappotto”, di e con Vittorio Franceschi, liberamente ispirato all’omonimo racconto di Gogol’. Regia di Alessandro D’Alatri. Teatro Carcano, corso di Porta Romana 63, Milano. Repliche fino a domenica 21 dicembre.

Dal 14 al 18 gennaio: Brescia, Teatro sociale