“Il Turco in Italia”. Un’opera buffa? Forse no, magari malinconica. Tragico invece “Il Trovatore”: in tutti i sensi

MILANO, domenica 23 febbraio (di Carla Maria Casanova) Eppure, Black milk (andato in scena per sole tre sere al Teatro dell’Arte quattro anni fa) con le donne travestite da mucche, corna in testa e colorati vestitini leggeri, era stato uno spettacolo geniale, forte ma pieno di poesia. Così, appena avvistato il nome del regista lettone, Alvis Hermanis, nel cartellone della Scala – “Il trovatore” di Giuseppe Verdi, produzione del Festival di Salisburgo – mi sono apprestata a segnarlo in rosso in agenda. Avendo perso per contrattempi le prime recite, ho fatto di tutto per beccarne almeno una, prima che sparisse dalla programmazione.
Mal me ne incolse.
All’intervallo sono tornata a casa. In oltre 60 anni di militanza nell’opera lirica non ricordo evenienza analoga. La storia è rivisitata, ma ne abbiamo viste di peggio. Qui la trasposizione (l’originale sarebbe Spagna, 1400) avviene in un grande museo pullulante celebri tele che vengono illuminate via via, la vicenda cita un guerriero, una dama, una zingara ecc. corrispondente a colui/colei che sta cantando. E fin qui, anche se Leonora, nella fattispecie cantante piccola e rotonda, vestita goffamente come severa inserviente di sala, non è il massimo del fascino. Poi, tutti cambiano abito e si trovano (sempre nel museo) in piena epoca storica. La regìa (per la serie “tutti possono sbagliare”) soccombe a una confusione epocale. Il coro corre qua e là. Non si capisce niente. Il peggio di tutto, comunque, è che i cantanti lanciano berci pazzeschi. A metà primo atto qualcuno urla dal loggione l’usato “è una vergogna”. Irrilevante a chi la protesta sia diretta. Va bene per chiunque. Allora, via. Pazienza per l’acuto della “pira”.  Forse è l’età a impormi che non è più il caso di sprecare tempo prezioso. In cartellone rimangono 3 recite.

————————- ooo►O◄ooo ———————-

Tutta un’altra musica (in senso figurato e letterale) “Il Turco in Italia di Gioachino Rossini, andato in scena ieri sera. Allestimento secondo l’onesta tradizione, con regolari costumi stile Impero (l’opera è del 1814) però splendidi.
Le solite trite situazioni con gioco degli equivoci delle opere buffe non mancano, ma sono gestite magistralmente – regia di Roberto Andò, scene di Gianni Carlucci, costumi di Nanà Cecchi, video di Luca Scarzella -. E poi tanto buffa quest’opera non è. A volte malinconica, con un percorso che tocca riflessioni e sentimenti, finisce con la sua bella morale per nulla ridanciana. D’altronde il libretto di Felice Romani definisce “Il Turco: “dramma buffo”.
Assente dalla Scala da 23 anni, “Il Turco in Italia” non è tra i titoli rossiniani più frequentati. Dopo il clamoroso successo de “L’italiana in Algeri”, questi harem, sultani e caimacani incominciavano a stufare e il pubblico ci mise un po’ ad accettare un nuovo soggetto consimile. Anzi, passò addirittura più di un secolo, finché Gianandrea Gavazzeni gli ridiede lustro rilanciandolo con la Callas protagonista, a Roma, nel 1950 e poi alla Scala nel 1954, con una memorabile regìa “tutta brio, pepe e languori”, firmata da un giovanissimo Zeffirelli.
Due atti ma tosti, per un totale, intervallo compreso, di 185 minuti.
L’ avventura si dipana su due piani: un Poeta (Prosdocimo) è in cerca di un soggetto (“Ho da far un dramma buffo/ e non trovo l’argomento”), lo trova grazie all’incontro con certi personaggi dagli amori insicuri e tormentati, e lo racconta, intervenendo con loro in palcoscenico.
La musica forse non raggiunge le vette sfolgoranti del Barbiere e di Cenerentola, ma è decisamente pregevolissima, senza cali. Dopo una turgida sinfonia che già ti mette di buonumore, è un equilibrato susseguirsi di recitativi secchi, arie, cavatine, duettini, cori, quintetti, due strepitosi finali. Travolgente quello del primo atto, splendida la grande aria di don Geronio (spesso non eseguita, qui ripristinata) e il quintetto con coro “Guardate che accidente”, e la prodigiosa aria finale della protagonista, che sta alle grandi pazzie donizettiane, prodigiosamente cantata dalla Feola.
A dirigere è un superesperto: Diego Fasolis. Il maestro avrebbe amato eseguire l’opera con strumenti storici “ma molti maestri dell’orchestra Scala suonano con i miei barocchisti e c’è comune prassi esecutiva». Infatti, l’orchestra si manifesta con grande talento e Fasolis fraseggia con i cantanti trovando per ciascuno la tinta espressiva più appropriata.
Gli interpreti, per dirla alla buona, uno più bravo dell’altro. Eccezionale la protagonista la casertana Rosa Feola, autentica rivelazione. La voce è di timbro seducente, di estrema gradevolezza, facile nel registro acuto e di grande musicalità, non disgiunta da una certa arguzia, sottolineata da un versatile, elegantissimo gioco scenico. Le sta intorno una ruota di interpreti pregevoli, dal collaudatissimo Alex Esposito (Selim) premio Abbiati già nel 2007 come “miglior cantante dell’anno” a Giulio Mastrototaro, “sempliciotto” don Geronio (però la vince lui), allo svettante tenore Edgardo Rocha (don Narciso), a Mattia Oliveri (Prosdocimo) reduce da uno splendido Mercutio in Roméo et Juliette, a Laura Verrecchia (viperina Zaide) e fino al giovane Manuel Amati (classe 1996) nel defilato ruolo di Albazar qui rimesso in luce grazie al ripristino dell’aria “Zaida infelice”, da lui eseguita con una mimica irresistibile.
Certo, anche merito del regista (di cinema, opera e prosa) Roberto Andò, per la prima volta alle prese con il Turco, in “libera costrizione”, come ha felicemente definito il suo lavoro. Infatti, non forza niente. L’unica “libertà” sono le entrate in scena dei personaggi, da botole, su carrelli… L’ambiente è piacevole, e si evince “molto lavoro nato in falegnameria”. Ma soprattutto è pregevole il lavoro psicologico che Andò ha operato sui personaggi, vestiti e acconciati con elegantissima fantasia da Nanà Cecchi.
Lo spettacolo ha avuto esito trionfale. Ovazione, meritata, per Rosa Feola.
Repliche 25, 28 febbraio, 4,13,15,17,19 marzo (CORONAVIRUS PERMETTENDO)

www.teatroallascala.org