“La forma dell’acqua”, un capolavoro in equilibrio fra reale e fantastico. Del Toro in corsa per fare l’en plein agli Oscar?

(di Marisa Marzelli) Dopo Cuaron con Gravity (2014) e il bis di Iñarritu con Birdman (2015) e Revenant (2016) sarà di nuovo un messicano a mettersi in tasca l’Oscar del miglior regista? Le premesse ci sono per La forma dell’acqua: soggetto, sceneggiatura, produzione e regia di Guillermo del Toro. Il film l’anno scorso ha già vinto il Leone d’oro alla Mostra di Venezia.
Le candidature all’Oscar per La forma dell’acqua sono 13, comprendendo quasi tutte le categorie. E non è un’esagerazione perché siamo di fronte a un film d’autore in senso classico; l’autorialità di stile si riconosce e permea coerentemente ogni componente del lavoro. È sinora l’opera migliore e più completa del regista messicano. Una versione più matura del suo già apprezzato e famoso Il labirinto del fauno (2006). Là, la dimensione barocca, dark e fiabesca incorniciava una dolorosa riflessione sulla guerra civile spagnola, qui illustra uno spaccato dell’America dei primi anni ’60.
L’azione si svolge a Baltimora. Elisa (l’attrice inglese Sally Hawkins) è un’umile donna delle pulizie in un laboratorio governativo segreto, dove avvengono esperimenti di cui è totalmente all’oscuro. Muta a causa di un trauma, frequenta solo una collega di lavoro afroamericana (Octavia Spencer) e un anziano vicino di casa artista e gay (Richard Jenkins). Elisa vive in un suo mondo abitudinario e malinconico che all’inizio ricorda quello “favoloso” di Amelie. È evidente che i tre personaggi sono degli emarginati in quanto diversi. Ma la protagonista scopre che nel superprotetto laboratorio sta succedendo qualcosa: vi è stata nascosta una misteriosa creatura forse sopravvissuta ad una razza preistorica, un umanoide anfibio, un esemplare da sperimentazione scientifica, scovato in Amazzonia dove gli indios lo veneravano come un dio. Essendo il diverso per eccellenza, il “mostro” entra in rapporto empatico con la timida Elisa, che se ne innamora perdutamente. Il cattivo del film è invece un agente governativo (Michael Shannon) incaricato di sorvegliare la creatura. Razzista e sprezzante, si ritiene un cittadino modello depositario di legge e ordine. Ma l’abitante degli abissi fa gola anche ai sovietici, che hanno una spia nel laboratorio.
Elisa a questo punto deve salvare il “mostro” e, con l’aiuto dei suoi disorganizzati amici, ne organizza la rocambolesca fuga, per gettarlo in un canale dal quale potrà raggiungere il mare e la libertà.
Una versione alternativa de La Bella (in questo caso bruttina) e la Bestia ma anche molto di più. Perché lavorando bene sugli elementi del plot il film riesce a inserire tutti i generi cinematografici, dall’horror (con un occhio di riguardo per il cult Il mostro della Laguna Nera, 1954) alla spy-story, al fantasy, al thriller, alla commedia sentimentale e sociale, a scene di musical… Oltre che a giostrare tra cinema classico e B-movie. E, a fare da cornice, un vecchio cinema, situato sotto il modesto appartamento di Elisa, dove si proiettano filmoni biblici come Sansone e Dalila e dove si ritroverà, stupita e perplessa, anche la creatura anfibia in fuga.
Poi c’è il tema dell’acqua, elemento molto presente e dai molteplici significati. L’acqua, la cui forma è imprendibile, è vita, scorre, dilaga dalle barriere, accoglie; è fluida come le riprese avvolgenti dell’intero film, che si snoda in un labirinto (anche mentale) di corridoi, tubature, cisterne, vasche (anche da bagno), luci al neon e spesso sotto la pioggia notturna battente che è quella dei noir. L’acqua come componente dell’anima e di un immaginario onirico per illustrare una realtà storica ben precisa, non senza punte di dosata ironia.
Guillermo Del Toro è stato definito un architetto di incubi e mai come in questo film riesce a ben equilibrare il tocco tra reale e fantastico. Se il sottotesto è il cinema e l’amore per tutte le sue declinazioni, il racconto fiabesco affonda in un substrato realistico (gli anni ’60, le paranoie della Guerra Fredda, la questione razziale, la corsa alla conquista dello spazio in competizione con i sovietici) del tutto centrato.
Cast azzeccato, di ottima resa complessiva; sceneggiatura complessa che non fa una grinza; fotografia evocativa dai colori saturi. Anche gli effetti speciali della misteriosa creatura (un mix tra trucco e apposita tuta in lattice per l’attore Doug Jones e una versione digitale in grado di riprodurre i movimenti dell’attore) sono convincenti. È difficile trovare a La forma dell’acqua qualche difetto.