La verità deve starsene in segreto, perché, a dire quel che si pensa, si rischia di passare dalla veridicità alla menzogna

(di Andrea Bisicchia) Mi diceva Diego Fabbri, durante una passeggiata milanese da Piazza San Babila a Porta Venezia, in occasione del suo debutto di “Area fabbricabile”, con Raf Vallone e Lia Zoppelli (marzo 1973) che, per un essere umano, è necessario mantenere almeno un segreto, a costo di non dire la verità, essendo, il segreto, un vero compagno di vita.
Oggi il segreto è diventato oggetto di spettacolo di bassa lega, lo si vende per quattro denari in qualsiasi trasmissione televisiva, anche se menzognero. Chiediamoci, allora, quale rapporto esista tra verità e menzogna, ovvero se il segreto possa essere ancora la dimora della verità. O meglio, chiediamoci se dire il vero equivalga a dire ciò che si pensa.
Insomma, la verità può coincidere con l’essere onesti? Alcesti, nel “Misantropo” di Molière, odiava gli esseri umani perché li ritiene incapaci di dire la verità, anzi perché ne fanno vilipendio e la sottopongono ai loro interessi. Non dire la verità comporta un atto di ingiustizia, non solo contro se stessi, ma anche contro gli altri. C’è, inoltre, chi ritiene che la verità coincida con quel che si dice. Per Michele, protagonista di “Ditegli sempre di sì” di Eduardo, tutto ciò che vien detto corrisponde al vero, con tutte le conseguenze immaginabili, anche se, sempre Eduardo, in “Le bugie con le gambe lunghe”, sostiene che esse siano necessarie per non far cadere l’impalcatura della società fondata sulla menzogna.
Andrea Tagliapietra, docente di filosofia teoretica, ha curato, per Cortina Editore, di Immanuel Kant, “Bisogna dire sempre la verità?”, mettendo a confronto Benjamin Constant col filosofo tedesco sul principio di veridicità e sul diritto di mentire per amore dell’umanità. In generale, si è soliti dire che il principio di ogni morale debba essere la verità. Per Constant è un dovere che, però, se dovesse essere preso in modo assoluto e isolato renderebbe, come sosteneva Eduardo, impossibile ogni tipo di società.
Nel volume, Andrea Tagliapietra, che è autore di una lunga introduzione, una specie di saggio a sé, ha raccolto uno scritto di Constant: “Il principio di veridicità e il diritto di mentire”, oltre che una serie di interventi di Kant su simili argomenti, sui quali spicca: “La veridicità non dipende dalla filantropia, ma dal senso del diritto”, per quanto, dire il falso, possa essere utile a molti. Tuttavia, si tratta sempre di una menzogna, anche perché la felicità degli altri non costituisce una ragione per giustificarla. Kant sostiene, inoltre, che debba essere la ragione umana il criterio per distinguere il vero dal falso, convinto che le relazioni umane decadono nel caso in cui non venga rispettata la verità, argomento che sviluppa in “Lezione sulla veridicità”, dove ammonisce chi la utilizza in maniera fraudolenta, perché la verità non ha bisogno di difensori, in quanto dipende da se stessa e perché, il non mentire, è fonte di saggezza.
A proposito di menzogna, Kant distingue quella che può rendere danno alla dignità altrui, da quella che può rendere l’uomo oggetto di disprezzo. Come appare evidente, attraverso i suoi scritti, Kant va alla ricerca della trasparenza tra vita e verità, a suo avviso, interscambiabili, perché chi mente è responsabile delle conseguenze di questa sua scelta.

Immanuel Kant, “BISOGNA DIRE SEMPRE LA VERITÀ?”, a cura di Andrea Tagliapietra. Raffaello Cortina Editore 2019 – pp 170, €13.