L’Arcadia, come paradigma di libertà e di giustizia. Contro le contraddizioni del mondo e la violenza predatoria del potere

(di Andrea Bisicchia) In una società imbarbarita come la nostra, in cui l’idea di potere tende sempre più a condizionare i bisogni della vita umana, plasmando la mente dei cittadini, pensare che possa esistere un’idea di potere che favorisca la salute, la felicità, l’eguaglianza, potrebbe sembrare un’assurdità. In verità, solo la vita felice può opporre una forma di resistenza al potere.
Quale vita? Quale potere?
Roberto Fai in “Pastorale arcadica. Per un regno giusto”, Mimesis, partendo da un testo di Monica Ferrando, “Il regno errante. L’Arcadia come paradigma politico”, pubblicato da Neri Pozza, si sofferma, non solo sul concetto di Arcadia, ma anche e, soprattutto, su quello di Nomos nel suo triplice significato di Legge, Canto, Pascolo. Legge, però, che non si impone con la prepotenza, ma che si tramanda attraverso il canto che, all’origine, era quello dei pastori.
Roberto Fai, trattando il testo della Ferrando come un classico, ha deciso di dedicargli un saggio, allineandosi al disegno dell’autrice e, nello stesso tempo, approfondendolo con alcune sue considerazioni sul concetto di “paradigma politico”. Pertanto, la sua lettura dell’Arcadia evita la superficialità settecentesca dei damerini vestiti da pastori, per intrattenersi su una regione impervia e agreste, abitata da ninfe e pastori,da intendere come modello di un particolare rapporto tra città e territorio, nel quale vengono elaborati forme non autoritarie di potere che permettono agli abitanti di essere protagonisti, non di una vita utopica, quella che Aristofane teorizza negli “Uccelli”, bensì di una vita in cui l’azione non è concepita come patimento ( Eliot diceva: agire è patire), proprio perché fondata sul Nomos, sulla Legge che ha come fine l’armonia, da raggiungere attraverso il canto e la distribuzione delle terre, ovvero il Pascolo.
Nelle società delle origini, prima dell’avvento della scrittura, si comunicava attraverso il corpo, la danza, il canto, il sacrificio, quest’ultimo ti metteva a contatto col divino. L’area d’incontro avveniva tra la sfera del potere e quella della vita non sottoposta ad alcun controllo, quello che diventerà un affare della politica. L’Arcadia tendeva alla ricerca di “un regno giusto”, che sarà cantato da Teocrito col suo “Syracosius versus”, con la sua idealizzazione della natura, priva di manierismi che ritroveremo nelle “Bucoliche”, dove Virgilio esaltava il potere della poesia di fronte a quello della politica, realizzato nella regione arcadica dove non era necessario lavorare la terra per sostenersi, perché la Natura generosa provvedeva a donare all’uomo il necessario per vivere e per amare, non per nulla Platone, nel “Simposio”, darà la parola a Diotima di Mantinea (città dell’Arcadia), per parlare d’amore.
Roberto Fai ripercorre, in quindici capitoli, il lungo itinerario che, dalla dimensione mitica arriva alla filosofia, alla giustizia, non quella che teorizzerà Carl Schmitt, con la sua tendenziosa lettura del Nomos, bensì quella teorizzata da Foucault, fondata sull’idea di libertà che si raggiunge attraverso il pensiero, convinto che il pensare sia già un gesto di libertà. L’Arcadia ci appare, così, in una nuova veste, meta ideale da una fuga dal mondo e dalle sue contraddizioni, regno errante appunto, ma anche regno giusto, attraversato da pastori che sono anche nomadi, dove mithos e logos riescono a convivere e dove nasce la vocazione politica della poesia presente, soprattutto, nell’opera di Virgilio che denuncerà la finalità predatoria del potere, tanto che, a suo avviso, l’Arcadia si smarca dal potere politico per esaltare quello del canto, finalizzato a risvegliare la sacralità della terra, ponendosi come antidoto a ogni sguardo predatore, grazie anche alla sua energia visionaria che permette la nascita di uno spazio veramente democratico in cui è il popolo a deliberare, inventando una ideologia che Aristotele ricorderà nel suo trattato sulla politica, benché  gli arcadi prestassero, nei suoi confronti, poca attenzione, a meno che non si trattasse di una politica in funzione della vita e non viceversa, ovvero in funzione di un “regno giusto”.

Roberto Fai, PASTORALE ARCADICA. PER UN REGNO GIUSTO, Editore Mimesis 2020, pp. 150, € 14.