L’arte di non far niente, insieme con l’alleato ozio, contro il lavoro, inteso come maledizione. Storia e significati sociali

(di Andrea Bisicchia) Dopo una indagine semiseria sulla “Stupidità” ( Bompiani), di cui ha analizzato le origini filosofiche, facendo riferimento a Musil, Barthes, Adorno, Giancarlo Marrone ha scelto di utilizzare un’altra categoria, quella della pigrizia, nel volume, edito da Cortina, “La fatica di essere pigri”, ricorrendo a una metodologia di tipo interdisciplinare che coinvolge la semiotica, la filosofia, l’antropologia, la letteratura e, persino il fumetto, per tracciarne una sua visione fenomenologica.
La pigrizia può essere un sentimento individuale e collettivo, nel senso che, in passato, si sono affermate delle società che hanno fatto dell’ozio un modo di vivere, ma, allora, in che cosa consiste la differenza tra pigrizia e ozio? Marrone ce lo spiega ricorrendo, nel secondo capitolo, ai significati che si trovano nei vari dizionari, mettendoli a contatto con alcuni sinonimi tipo: indolente, neghittoso, accidioso, apatico, indifferente, sinonimi che hanno a che fare con i nostri comportamenti, con le nostre curiosità, con la nostra vitalità.
È nel primo capitolo che l’autore traccia un excursus sia sulla pigrizia che sull’ozio, ricordandoci che entrambi cambiano a seconda delle società e delle aree geografiche. Inoltre, sostiene che vanno indagati in diretta connessione col lavoro, concepito, in tempi non lontani, come schiavitù, come servaggio, come maledizione, ma che, nel presente, ha acquisito nuovi significati, tanto da assistere a una esaltazione del lavoro inteso come spirito di sacrificio.
Nel Novecento, autori come Bertrand Russell si sono interessati all’argomento, a lui dobbiamo “Elogio dell’ozio”, 1932, dove, paradossalmente e utopicamente, annunzia una società in cui i giovani non dovrebbero fare nulla, un po’ come la nostra, dove la politica del reddito di cittadinanza ha generato una gioventù nullafacente che, forse, giustifica il detto: “il pigro non è uno che non fa nulla, bensì qualcuno che fa di tutto per non fare nulla”, ritenendo questo il suo vero lavoro. Aveva ragione Cesare Pavese quando sosteneva che lavorare stanca, d’accordo con Oscar Wilde, secondo il quale, “il non far nulla è il lavoro più duro di tutti”.
È chiaro che gli scrittori, gli artisti, in genere, non potrebbero creare le loro opere senza una accorta pigrizia di tipo intellettuale. Lo avevano già sostenuto Seneca nel “De otio” e Cicerone che attribuiva pari dignità all’“Otium et Negotium”, parità che non verrà accettata dal mondo aristocratico, per il quale, l’inattività era un segno di distinzione sociale, non essendo, il lavoro, considerato un valore, dato che vivevano con redditi ereditari, mentre oggi il reddito è diventato l’indicatore sociale del mondo globalizzato, quello che ha creato la dimensione ipertecnica del consumo.
Cambiando i sistemi di valore, sottolinea Gianfranco Marrone, cambiano anche i significati di pigrizia e di ozio. Come dire che non c’è più posto per personaggi come Belacqua (Divina Commedia) o come l’Oblomov di ivan Gonciarov, per tutti coloro che rinnegano l’ideologia del fare.
La pigrizia è una cosa seria, come l’imbecillità, a cui Maurizio Ferraris ha dedicato un volume, edito dal Mulino.
Eppure, come aveva detto Roland Barthes, a cui l’autore dedica l’ultimo capitolo, la pigrizia potrà avere un futuro proprio come la stupidità e l’imbecillità.

Gianfranco Marrone, “La fatica di essere pigri”, Raffaello Cortina Editore 2020, pp. 166, € 14.