L’atroce dramma dell’attesa. Ma da quei maledetti campi di sterminio non tutti torneranno. O torneranno distrutti

MILANO, sabato 12 ottobre ● (di Paolo A. Paganini) Due felicissime occasioni, quasi in concomitanza, per gli appassionati non solo di teatro ma anche della storia contemporanea e, in particolare, per giovani e anziani che amino conoscere la verità sugli orrori dei campi di concentramento nazisti.

Al Teatro Franco Parenti “Se questo è un uomo”, riduzione scenica dal libro-testimonianza del ventiquattrenne Primo Levi, deportato nel 1944 ad Auschwitz, chiamata fabbrica della morte. Qui, e in altri sottocampi collegati, morirono, per fame, percosse, camere a gas, torture, esperimenti medici, oltre un milione e centomila esseri umani. Ma forse di più. In un monologo di un’ora e quaranta, Valter Malosti descrive le violenze, le atrocità e la barbarie naziste contro intellettuali, politici, ebrei e delinquenti comuni, segregati e condannati a marcire nel fango, nel freddo, nella fame e nella malattia del maledetto campo di sterminio tedesco. Tanti povericristi, cattolici o ebrei o quel che volete, morti sulla croce della sofferenza in un mondo senza giustizia.

Al Teatro Out Off, in una lacerante interpretazione di Elena Arvigo (anche regia), è in scena la riduzione di “Il dolore”, dal romanzo autobiografico che la scrittrice e regista Marguerite Duras (1914-1996) ha scritto nel 1985, ricavandolo da un proprio diario, rimasto nascosto e dimenticato per anni. La Duras, nell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale, collaborava a “Libres”, un foglio che informava i parenti delle persone deportate in Germania. “Il dolore”, ambientato in quel periodo, narra il dramma collettivo di tante madri, mogli, figli, nell’attesa atroce del ritorno dai campi di concentramento dei deportati francesi. La stessa autrice attendeva il marito, Robert Antelme, poeta, scrittore e partigiano francese, arrestato nel 1944 e deportato nel campo di concentramento di Dachau. Qui transitarono, in dodici anni, 200.000 persone. 41.500 non tornarono più, senza contare quanti morirono per tifo e denutrizione durante le marce di evacuazione, chiamate marce della morte, nel 1945. Da quell’inferno di sofferenze, Robert Antelme sopravvisse. Ma tornerà irriconoscibile, distrutto nell’anima e nel corpo. Una larva d’uomo di 37 chili.

Sono, dicevamo, due irrinunciabili occasioni di teatro-documento, per conoscere le due facce di un’unica sofferenza. Il dentro e il fuori.
La prima, vista da dentro, al Franco Parenti, dove vengono narrate e descritte le atrocità vissute in prima persona da Primo Levi nel campo di sterminio di Auschwitz.
La seconda, vista da fuori, all’Out Off, dove vengono invece descritti dalla Duras gli estenuanti tormenti dell’attesa, tormenti condivisi da migliaia e migliaia di madri, spose, figli, sorelle, che peraltro non sapevano se mai più avrebbero rivisto i loro cari.
Dunque, all’Out Off, in una triste serata di mortificanti assenze, ma per questo in un mistico, intenso, inquietante, bellissimo e sacrale silenzio, Elena Arvigo, in poco più di un’ora, fece vibrare la sua calda voce di commossa partecipazione, impersonando le pene, la disperazione di Marguerite Duras, quando nell’aprile del ’45, senza notizie, o con poche illusorie e frammentarie informazioni, datele da confusi e distrutti compagni di detenzione, appena tornati, annotò in un disordinato diario, tra un pianto e un delirio. Che la Arvigo ora ha letto e commentato con altrettanto intensa disperazione. Come una donna che attende, come le altre migliaia di donne che attendevano. Senza imprecazioni, e senza perdono per gli infami esecutori di morte.
Alla fine, Elena Arvigo ha gli occhi impasticciati di rimmel sulle guance.
Anche il pianto, in teatro, vuole la sua immagine di “dolore”. Brava. Imperdibile.

“Il Dolore”, da Marguerite Duras, regia e interpretazione di Elena Arvigo. Teatro Out Off, via Mac Mahon 16, Milano. Repliche fino a domenica 20 ottobre.

www.teatrooutoff.it