Le misure governative di “distanziamento” teatrale? Tutti contro. E Popolizio dice: “È il più grande bluff del mondo”

(di Riccardo Pastorello) All’inizio della crisi epidemica, su queste pagine feci una proiezione catastrofica sul numero effettivo di spettatori che avrebbero avuto accesso alle sale applicando le necessarie misure di distanziamento, ammesso che avessero avuto voglia di tornarvi in tempi ragionevoli. Di una sala di 500 posti se ne sarebbero potuti utilizzare meno di 100!
Recentemente il Corriere della Sera ha pubblicato una proiezione grafica di una sala di 65 posti (5 file da 13). Il risultato finale sarebbe la presenza di 15 spettatori ovvero il 23% e per la prima volta un artista (Massimo Popolizio) ha avuto il coraggio di dire quello che molti pensano sulle disposizioni con le quali il governo intende regolamentare la riapertura delle sale teatrali: “il più grande bluff del mondo”. Condivido.

Queste condizioni non consentono al teatro di continuare a esistere nella sua forma più compiuta:

1- perché impediscono le libere scelte necessarie al lavoro degli artisti e di chi ha la responsabilità della politica aziendale;

2- perché ignorano che il mondo del teatro si regge, come altri settori ben più efficienti dal punto di vista economico, sull’istituto del contratto e di ferree obbligazioni verso i terzi;

3- perché il reddito che si ricava dal rapporto economico con lo spettatore è la terza gamba del tavolino che tiene in equilibrio il sistema. Le altre due sono l’aiuto dello Stato e i continui sacrifici individuali degli operatori del settore.

Devo aggiungere che qui, a mio avviso, Popolizio sbaglia reiterando per l’ennesima volta la contrapposizione fra artisti (non garantiti) e gli “stipendi di impiegati, amministrativi” (garantiti), come se anche queste figure non avessero oggi una funzione fondamentale nel mandare avanti baracche sempre più complesse.
Per questi tre motivi e perché i monologhi vanno benissimo quando li portano in scena solo i grandi professionisti dell’assolo, dobbiamo trarre una sola, sconsolata considerazione: il Teatro Italiano, spossato da una febbre durata tre terribili mesi, è ancora talmente debole da non riuscire a rimettersi in piedi a queste condizioni e ha bisogno di una convalescenza la cui durata potrebbe – uso la forma dubitativa perché non dipende da noi, ma da un contesto generale oggi imprevedibile – essere ancora molto lunga.
Gli operatori teatrali abbiano il coraggio di dire che con queste limitazioni non è possibile riaprire luoghi così importanti per la nostra socialità e che se si dovesse riavviare l’attività a queste condizioni, il risultato non sarebbe positivo, ma consisterebbe in un deprezzamento della nostra funzione culturale e sociale e nella nostra rovina economica.

La proposta della quale mi faccio promotore è dunque di resistere e chiedere al Governo di riaprire, come riferisce Popolizio della Germania, non prima della fine del 2020.

Siamo troppo importanti e allo stesso tempo troppo deboli per farci rinchiudere in un recinto sempre più stretto, in una costrizione i cui effetti potrebbero essere gravissimi per la maggior parte del sistema dello spettacolo dal vivo in Italia.