Le strategie di due mamme milanesi. Per difendere i figli adolescenti dalle malefiche tentazioni di donne e donnacce

MILANO, mercoledì 27 novembre (di Paolo A. Paganini) Carlo Terron, psichiatra, giornalista, drammaturgo (Verona 1910 – Milano 1991), nel 1952 partecipò al progetto della nascente televisione italiana, divenendo poi direttore del settore Prosa e Musica. Nel 1949 vinse il Premio Riccione con la commedia “Giuditta”, nel 1960 il Premio IDI con la commedia “Lavinia fra i dannati”. Dal 1955, per ventidue anni, è stato critico teatrale del “Corriere Lombardo” e del quotidiano “La Notte”. Scrisse, nel contempo, più di sessanta opere teatrali, fra drammi, commedie, tragedie e vaudeville. Eppure, inspiegabilmente emarginato, se non ignorato.
Un riconoscimento di merito, dunque, a “Non sparate sulla mamma” (1962), ora al San Babila, ad opera di due attrici di esuberante simpatia, Stefania Pepe e Roberta Petrozzi, con la scena e la regia di Marco Rampoldi. È una rara occasione per godere di una commedia di mamme: “Clotilde a Maura, signore perbene, dedite al culto della maternità, anche prima degli anni roventi della menopausa”.
Ed è soprattutto un doveroso omaggio a uno dei più brillanti drammaturghi e critici teatrali del secolo scorso, Carlo Terron. Scrittore di un’ironia arguta e aristocratica, ma sempre di profonda umanità e di non gratuiti veleni letterari, già nella lunga introduzione all’Atto Primo di “Non sparate sulla mamma”, prefazione recitata sotto forma di monologo interiore, l’Autore gioca a nascondino con erudite cripto-citazioni dove, senza ostentata erudizione, rivela in controluce i suoi antichi studi sulla psichiatria e la sua non dimenticata professione di medico (si era laureato in medicina nel ’33 a Padova, con la specializzazione in malattie del sistema nervoso).
Fin dalle prime righe, per esempio, come a caso, ci si imbatte in un intrigante: “tanto gentile…”, che subito apre spiragli di liceali rimembranze, con “Tanto gentile e tanto onesta pare”, sonetto dalla “Vita Nova”. E Dante è subito liquidato. Ma, di lì a poco, ecco la frase “… è novembre… ed è subito sera”. E anche Quasimodo ha il fatto suo. Amen. E così via, con ironici spuntoni letterari ben nascosti nel sottotesto. Ma, sul finire, ecco una strepitosa annotazione sul pomeriggio d’un serico autunno, con “un cielo di Lombardia, così bello quando è bello…” E, con un mezzo sorriso sotto il baffo, anche il buon Sandrin è stato sistemato.
Ma altre, qua e là, se ne trovano nascoste fra gli anfratti d’una virgola o sotto la foglia di fico d’un inciso malandrino. Senza supponenza, senza malizia, solo per il piacere sottile di trattare il testo con il gusto d’un fisiologo o con l’abilità d’un prestidigitatore della parola. Senza bizantinismi, senza autocompiacimenti. Solo con l’ironia scherzosa di uno stile che, anche volando alto, rivela sempre il vago piacere di una goliardica canzonatura. E, se va, va. Se no, fa lo stesso. E poi, avanti tutta, con una divertente, e divertita sequenza di serrate annotazioni psicologiche. Non per farne uno psicodramma, ma per svelare il sottobosco della natura umana, perché così va il mondo. E tanto vale allora starsene in buona compagnia con il collega Pirandello, di alcuni anni più anziano di Terron, ma non troppo distante dalle stesse concezioni dell’essere e del sembrare.
Ecco, dunque, qui, una madre, in apprensione per il figlio diciottenne in ritardo all’uscita dal liceo Parini. E non telefona. Si sarà sentito male? È stato travolto sulle strisce? Eccetera. E, via via, Terron inserisce, nel crescendo dei dialoghi successivi, chiose, descrizioni didascaliche, note d’autore, e sottolineature psicologiche. Sempre giocando a prendersi in giro o a sbeffeggiare il mondo. Con sarcasmo, ma anche con amabile ed educata bonomia.
La scena. Nel salotto buono di mammà, ricca e separata, si svolge il consueto dialogo pomeridiano con un’altra mamma, amica di sempre, anche lei della Milano bene. E in eguali ambasce. Ma smagata e vedova (grazie a un po’ di arsenico, “mai un cucchiaino di arsenico fu meglio impiegato. I padri di lunga durata sono nocivi ai figli…”). Amiche e alleate nel proteggere i loro magnifici e indifesi ragazzi da tutto il male, le insidie e le tentazioni del mondo (leggi: donne donnacce e battone).
Potrà mai esistere un rimedio? Certo che esiste. Le due mamme, quarantenni ma ancora in buono stato e battagliere – nel modo spiccio e tutto milanese di affrontare la vita – hanno una luminosa e salvifica idea, nel comune desiderio di preservare gli adorati virgulti dai pericoli del sesso volgare, abietto e sporcaccione, con tutte le possibili conseguenze veneree. Ma tutto diventerebbe più facile se loro due, pulite, asettiche e navigate, si scambiassero i figli, ciascuna col compito di svezzarli gloriosamente e gioiosamente al battesimo della carne, senza pericoli, senza rischi, senza complicazioni. E così sia.
E alla fine “le mamme, se così si può dire, ridivennero donne e gli adolescenti vennero promossi giovanotti. Salvo la morale, non ci perse niente nessuno. E quando mai la morale, di sua iniziativa, si è lamentata che le abbiano rubato qualche cosa?…”
Sarà così? Mah.
Di certo, morale a parte, si ritroveranno con dei figli invecchiati di almeno cinque anni. E di altrettanto le madri ma di cinque anni ringiovanite e appagate.
Finale a sorpresa.
Stefania Pepe, mamma dal piglio di spiccia milanesità,  lingua colorita e disinvolta; e Roberta Petrozzi, mamma più tenera e apprensiva, pur con toni di giusto contraltare, qua e là teneri e pososi, da ariosa damazza benestante: sono due attrici deliziose, che si rimbalzano le argute battute di Terron con tiri diretti senza andare a sponda.
E le molte signore in sala, forse trovandosi in comune empatia, sorridono e sganasciano per tutto lo spettacolo (due tempi d’una quarantina di minuti). Calorosi e divertiti applausi finali.
Repliche fino a domenica 8 dicembre.