Leonardo Sciascia, “Il cavaliere e la morte” (1988). Singolare parentela con una famosa incisione di Dürer (1513)

(di Andrea Bisicchia) Il volume “Albrecht Dürer, Il privilegio dell’inquietudine”, che contiene saggi di Marina Faletti, Diego Galizzi, Patrizia Foglia, è stato pubblicato in occasione della mostra, aperta presso il Museo Civico Delle Cappuccine di Bagnacavallo, voluta da Eleonora Proni, che rimarrà aperta fino al 19 gennaio 2020. Gli interventi dei curatori e della Faletti partono dallo studio di Panofsky, dedicato al maestro tedesco nel 1943, da lui ritenuto il geniale inventore della incisione concepita come opera d’arte e dalla monografia di Henry Facillon, a cui si deve la categoria dell’“inquietudine” che caratterizzava la creatività di Dürer.
L’inquietudine è un prodotto dell’anima, generata dall’assillo del pensiero, una sorta di rimuginio, tipico dell’artista nella fase della sua ricerca, caratterizzata da una costante insoddisfazione che non è conseguenza, come si è soliti dire, della depressione, bensì di un’ansia compositiva che sfocia in una sorta di malinconia, quella che troviamo espressa nel bulino omonimo, dal quale si ricava la natura ontologica e non clinica della Malinconia.
Lo stato di immobilismo che caratterizza la figura femminile posta in primo piano, certamente allegorica, è lo stesso che si ritrova in “Il cavaliere, la morte e il diavolo” che fa parte del trittico di Meinsterstiche. Il tema della morte è presente in altre composizioni di Dürer, come “Le insegne della morte, il Blasone con il teschio”, dove, però, la morte è contrapposta all’amore.
Mi sono chiesto, più volte, perché “Il cavaliere, la morte e il diavolo” divenne il titolo di un romanzo di Sciascia. E. ancora, perché il protagonista di questo romanzo, il Vice commissario, porta l’immagine di Dürer sempre con sé, fino ad appenderla nelle pareti dei vari uffici che egli è costretto a cambiare, per il suo lavoro investigativo.
A Sciascia, non essendo un critico d’arte, non interessava il rapporto esistente tra l’opera di Dürer e i monumenti equestri di Leonardo o di Donatello, né gli interessava il valore estetico, ciò che lo ossessionava era il rapporto che intercorre tra la carne e il diavolo, di matrice romantica, non per nulla il titolo di un’opera famosa di Mario Praz è: “La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica” (1930). La visione immaginifica di Dürer fa convivere il tardo-gotico col Rinascimento italiano e dà, della morte, una figura inquietante, rispetto alla monumentalità del Cavaliere che, nella interpretazione di Sciascia, si caratterizza per quel sentimento di finitezza che sta a base della nostra esistenza e per quella pulsione di morte che convive con la pulsione di vita quando viene a conoscenza dell’insidia e della vulnerabilità che stanno dietro la morte.
Per questo motivo, il Vice commissario prova un desiderio inquieto quando si trova dinanzi all’incisione di Dürer, che a lui dava il senso di stanchezza della vita. A inquietarlo, però, era “l’aspetto stanco”, non solo della Morte, ma anche del Cavaliere e del Diavolo che, a suo avviso, era troppo “orribilmente diavolo per essere credibile”, il quale si mostra talmente stanco, da lasciare tutte le incombenze agli uomini. Inoltre, se Dürer aveva messo, nella corazza del Cavaliere, la vera morte e il vero diavolo, come dire che la vita è sicura soltanto dentro l’armatura, questa, per Sciascia, che si immedesima nel protagonista del romanzo, contiene il suo corpo distrutto dalla malattia galoppante a cui non basta più la morfina per lenire il dolore. Poco prima di morire, Sciascia scrive il suo ultimo racconto: “Una storia semplice”, ma complessa nei suoi sviluppi investigativi, nel quale egli avverte lo strazio della malattia, convinto, nello stesso tempo, che esista un solo modo per combatterla, quello della scrittura.
C’è una curiosità in questo racconto che collega Dürer a un suo ideale discepolo, Max Klinger, autore di una serie di incisioni dedicate al guanto, anche queste citate da Sciascia, perché è grazie a un guanto, osservato dal Brigatiere, che si può risalire all’assassino.
A Klinger il Museo delle Cappuccine aveva dedicato, lo scorso anno, una mostra con un volume curato dagli stessi ideatori di quella di Dürer che, il 6 di dicembre, si arricchirà con “La Madonna col Bambino”, il famoso olio su tela, di impressionante bellezza, visibile fino a febbraio 2020.

Leonardo Sciascia, “Il cavaliere e la morte”, Adelphi 1988, pp 91, € 15.