Malosti al Parenti. Uno spettacolo? No, una mistica liturgia sulle sofferenze ad Auschwitz. Ricordando Primo Levi

MILANO, mercoledì 9 ottobre. ► (di Paolo A. Paganini)

Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e i visi amici: / considerate se questo è un uomo, / che lavora nel fango, che non conosce pace, / che lotta per mezzo pane, / che muore per un sì o per un no/… Queste parole… / Scolpitele nel vostro cuore…/ Ripetetele ai vostri figli…”

Queste parole (prima pubblicazione 1947), appaiono come prefatio di “Se questo è un uomo”, introducendo la tragica infernale storia della deportazione del ventiquattrenne Primo Levi, nel 1944, ad Auschwitz. Ed è la descrizione della violenza, delle atrocità e della barbarie naziste contro intellettuali, politici, ebrei e delinquenti comuni, segregati e condannati a marcire nel fango, nel freddo, nella fame e nella malattia del maledetto campo di sterminio tedesco.
Primo Levi (1919 – 1987), ebreo, scrittore, partigiano e chimico, fu uno dei pochi sopravvissuti dei 650 italiani, uomini, donne, bambini, detenuti e martirizzati nel campo di stermino tedesco.
Ora, il libro di Levi è portato su una scena (di Margherita Palli) di essenziali fascinazioni, al Teatro Franco Parenti, in un gioco di fari e luci (di Cesare Accetta), che isolano o sventagliano la presenza di Valter Malosti, scenicamente coadiuvato, come fantasmiche presenze, da Antonio Bertusi e Camilla Sandri, in un monologo di un’ora e quaranta, intervallati da tre madrigali che Carlo Boccadoro ha ricavato dall’opera poetica di Levi, alti, struggenti e lancinanti, come un grido o un lamento o una preghiera o una condanna.
Non è uno spettacolo teatrale, o, meglio, non è solo uno spettacolo teatrale. È una mistica liturgia, un rito religioso, che ricorda, celebra e santifica, tanti povericristi, cattolici o ebrei o quel che volete, morti sulla croce della sofferenza, a pagare l’innocenza di un mondo senza giustizia.
Primo Levi, spirito laico, ebreo non osservante, possedeva sia l’innocenza sia la giustizia. E descrisse con una sua intima religiosità, fatta di bontà, rispetto e indignazione, le piaghe e le offese alla carne e allo spirito di tanti uomini donne e bambini, tutti condannati al degradante annullamento della loro dignità. Prima della fine.
Lo spettacolo, così alto e solenne, eppure dantescamente scolpito nella descrizione di un infernale orrore contro la guerra e la violenza, dovrebbe entrare in tutte le scuole, come straordinaria lezione di storia e di conoscenza degli estremi limiti dove possono arrivare la brutalità dei carnefici e il sacrifico degli innocenti. Per un capriccio della vita o la bestialità degli uomini.
Con commossa partecipazione, mi è caro dedicare alla memoria di Primo Levi, e allo straordinario lavoro di Valter Malosti, e a tutti i collaboratori, la seguente lancinante lirica, praticamente sconosciuta, rinvenuta dalle truppe di liberazione, che per prime entrarono fra quegli orrori. Venne scoperta fra le misere vesti di una donna morta, come con una corona di spine, sul filo spinato del campo di concentramento. Qualcuno la intitolò: “Salmo”

Eli, Eli, Signore mio Iddio, / tu mi hai vista nascere / tu mi hai vista crescere / tu mi hai vista vivere onesta / tu mi hai vista salvare anche il più umile degli animali che stesse per morire / tu mi hai vista donare l’ultimo boccone all’orfano che aveva fame / tu mi hai vista lavorare giorno e notte per nutrire i miei / tu mi hai vista sacrificarmi per il bene degli altri… / E quand’anche, mio Dio? / Tu hai permessero che torturassero il compagno della mia vita, / che l’uccidessero col gas. Tu hai permesso che il mio bambino / il mio bambino, schiacciato contro un muro. / Dio, Dio, per quale peccato hai voluto tu castigarci? / Perché hai tu permesso che trionfasse l’infamia? / Tu mi hai privato di padre, d’amici, di tutto ciò che mi fu più caro. / Perché? Perché? / Eli, Eli, Signore mio Iddio, perdona se oso protestare / perdona le mie bestemmie. / Davanti a me è tutto così nero, così nero… / Signore mio Iddio, perdona se oso protestare, / perdona le mie bestemmie. / Sii misericordioso. / Riprendi, riprendi anche l’anima mia…”