Musica forte, tetra, disperata.Giusta per questo Richard, turpe, efferato, deforme. Un memorabile trionfo alla Fenice

VENEZIA, sabato 30 giugno ► (di Carla Maria Casanova) Riccardo III d’Inghilterra, ultimo degli York, era un uomo malvagio. Anzi, malvagio è un eufemismo. Al suo confronto Enrico VIII era un chierichetto e Macbeth, che tra l’altro aveva la scusante di esser manovrato dalla perfida moglie, un debole. Richard the third, incarnazione della efferatezza più turpe, era anche deforme e psicopatico. Questa, almeno, la figura che ne fece Shakespeare, il quale, vivendo all’epoca di Elisabetta I, “la regina vergine”, capostipite dei Tudor, aveva quasi il compito morale di “detronizzare” anche la memoria del sovrano vinto sul campo di battaglia (dove, potendo oramai salvarsi solo con una fuga precipitosa, avrebbe pronunciato la celeberrima frase “il mio regno per un cavallo”).
In verità pare che Riccardo III fosse un guerriero valoroso. Le sue ossa, ritrovate e accertate grazie al DNA nel 2015, sono state traslate nella cattedrale di Leicester con gli onori regali. Resta però il fatto che cattivissimo era. Per sedersi su quel trono, non esitò a far assassinare il fratello e i suoi figli piccoli, oltre ad una sostanziosa schiera di parenti e consiglieri.
Richard III è il personaggio che Giorgio Battistelli ha scelto quale protagonista per la sua opera arrivata ieri alla Fenice in prima italiana (scritta nel 2004, andò in scena in prima assoluta ad Anversa nel 2005). Ho visto la prova generale, poiché la data della prima coincideva con quella de “Il pirata” alla Scala. Mi hanno detto che ieri è stato un trionfo. Annunciato.
Gli elementi di questo spettacolo sono tali da rendere difficile qualsiasi approccio critico. L’impulso sarebbe di cavarsela con una parola: “capolavoro”. Di quelli cui fare riferimento per le generazioni future. È di rara potenza il testo (in inglese) che Ian Burton ha tratto dalla tragedia shakespeariana, operando oculati tagli per esigenze sceniche o funzionali alla trasposizione musicale (l’opera è in due parti contro i 5 atti della tragedia). Intatti l’incipit del famoso monologo “Now” e il verso conclusivo di lapidaria incisività “We will unite the white rose and the red!” (Uniremo per sempre la rosa bianca e la rosa nera!). Rimangono anche le frasi di perversa ironia.
L’operazione è articolata sulla musica di Battistelli, che degli splendidi interventi corali (quelli in latino citano frasi dal Libro dei Salmi) si serve per staccare situazioni estreme, creando luci ed ombre che mettono in risalto i vari personaggi. I registri vocali sono gestiti con consumata esperienza teatrale. È musica forte, tetra, disperata, ma sempre di precisissima lettura. Si richiedono interpreti ottimi. Sono eccezionali.
Gidon Saks debutta nella parte di Richard con magistrale padronanza vocale e scenica gestendo il suo trucco da Frankestein con bieco furore. Parecchi degli altri (una lunga serie) fanno parte del cast originale, tutti straordinari, da Simon Schnorr ad Annalena Persson, Christina Daletska, Sara Fulgoni, Urban Malmberg, Paolo Antognetti, Philip Sheffield, Christopher Lemmings…
Il direttore Tito Ceccherini è un veterano della sua parte, che dirige con grandissimo entusiasmo. E c’è lo spettacolo scenico, nero e rosso. È Robert Carsen il regista.
Dagli spalti di un sinistro anfiteatro scendono sparpagliati come formiche i neri coristi in guanti bianchi con la bombetta alla Magritte (ma Carsen dice che il riferimento Magritte è un caso) e si dispongono in una ordinata raggiera. La terra è coperta dal sangue della sabbia rossa: spalata con vigore, crea traiettorie coreografiche. È sabbia di quarzo, pesante, che non fa polvere.
Nelle 2 ore di spettacolo non c’è soluzione che non sia studiata, creata, inventata con raffinata perfezione. Basterebbe la scena delle fragole. Genio? A questo livello sì, genio. Andate a vedere come si può fare l’opera oggi e sortire un capolavoro.
“Richard III” alla Fenice, repliche 1, 3, 5, 7 luglio.