Nel decennale della scomparsa di Giulio Bosetti. Attore, impresario, regista. Per lui anche una virgola era sacra

MILANO, lunedì 23 dicembre ► (di Riccardo Pastorello¹) Dieci anni fa, il 24 dicembre, moriva Giulio Bosetti, attore, regista e impresario, che, oltre al teatro, svolse anche una intensa attività cinematografica, della quale almeno ricorderemo “Venere imperiale” (1963), accanto a Gina Lollobrigida; “Il terrorista” per la regia di Gianfranco De Bosio (1963) accanto a Gianmaria Volontè e Anouk Aimée; “Il Divo” (2008) di Paolo Sorrentino, nel quale interpretò, nel ruolo di Eugenio Scalfari, una memorabile intervista al Giulio Andreotti di Toni Servillo. E, per la Televisione, “La pisana” (1960), con Lydia Alfonsi, e nel 1971 “La vita di Leonardo da Vinci” nel ruolo del narratore.
Ma la sua grande passione, fin da bambino, fu il teatro.
Giulio nacque a Bergamo il 26 dicembre 1930. Respirò, fin da giovanissimo, l’aria del Teatro Duse della sua città, essendo a lungo vissuto nell’appartamento del nonno impresario, appartamento separato dal loggione del teatro da una sola porta.
Dedicò tutta la sua vita alle tavole del palcoscenico. Prima come scritturato, poi come direttore di teatri stabili (Torino e Trieste) e poi, nel momento storico forse più bello per il teatro di prosa nel nostro paese, fra la metà degli anni ’60 e la fine dei ’90, come impresario di se stesso. Un giorno gli chiesi perché avesse deciso di creare una sua compagnia. Mi rispose che non tollerava di sedersi davanti al telefono aspettando che qualche regista lo chiamasse. Preferiva essere padrone della sua vita, anche correndo il rischio di fallire.
“Chi ha carattere ha un cattivo carattere”: una frase adattissima al suo carattere. Ostico, prepotente, a volte determinato al limite del capriccio, ma sempre sincero, mai doppio e sempre pronto a riconoscere l’errore o l’esigenza di ravvedersi su piccole e grandi questioni.
Per questo forse è importante ricordare Giulio come direttore e impresario. Come impresario riusciva quasi sempre a semplificare i processi della messa in scena, a volte anche attraverso aspri confronti con la parte organizzativa generale e a dare il massimo risultato possibile in un determinato momento, non prescindendo quasi mai dai problemi economici.
Ma gli aspetti più interessanti erano quelli che riguardavano la messa in scena vera e propria degli spettacoli. Per Giulio il testo, dal più grande autore a quelli meno importanti, era sacro. Il copione era la partitura di una grande sinfonia. Nulla era ammesso, se non qualche taglio che lo avvicinava alla sensibilità contemporanea senza farne perdere gli essenziali motivi di modernità. Due concetti, la contemporaneità e la modernità, che egli teneva sempre ben distinti. In più di un’occasione, si ricorda il suo ossessivo rispetto della punteggiatura in Pirandello o della cadenza e del ritmo in Goldoni o dell’esigenza di avere traduzioni di autori stranieri di straordinario livello come quelle che egli commissionò a Giovanni Raboni per “Antigone”, “La scuola delle mogli” e “Aspettando Godot”.

“Sei personaggi in cerca d’autore”. Con Antonio Salines, Edoardo Siravo, Silvia Ferretti, Nora Fuser, Marina Bonfigli. Milano, Teatro Carcano (15 ottobre – 9 novembre 2008)

Eppure, spesso scambiato per un conservatore, Bosetti fu anche uno sperimentatore e un innovatore. Per primo interpretò Berenger in “Sicario senza paga” di Ionesco, che proprio su suo invito, quando era direttore del Teatro Stabile di Torino, venne in Italia per la prima volta. A Venezia, direttore del rinato Teatro Stabile del Veneto, mise in scena, a cavallo del bicentenario goldoniano due testi quasi dimenticati di Goldoni: “Le massere”, per la regia di Gianfranco De Bosio, e “Chi la fa l’aspetta o sia la burla vendicata nel contraccambio fra i chiassetti del carneval”, per la regia di Giuseppe Emiliani.
Dal 1994, accettò la direzione artistica del Carcano di Milano. Allestì straordinari spettacoli, alcuni memorabili, come “Cosi è (se vi pare)”, nell’eccezionale interpretazione della sua compagna Marina Bonfigli, nel ruolo della signora Frola, e “Sior Todero brontolon”, con la regia di Giuseppe Emiliani.
Ma il sugello alla sua carriera lo pose con la regia, e una brevissima partecipazione anche in palcoscenico, di “Sei personaggi in cerca d’autore”, che fu lungamente rappresentato anche dopo la sua morte per oltre cinquecento repliche e quattro riprese al Carcano.
Per dovere di cronaca, riferirò come nacque la nuova edizione del capolavoro di Pirandello. Giulio, anche sapendo che non gli restava più molto tempo a disposizione, fra i progetti che vagheggiava, aveva aperto un faldone con la riduzione che Tullio Kezich, grandissimo suo amico, gli aveva fatto di un romanzo di Mario Soldati. Gli obiettai che il mercato si era fatto difficile e che la vendibilità di quello spettacolo sarebbe stata problematica. Lui insisteva. Arrivammo anche a discussioni abbastanza accese. Alla fine, lo costrinsi, con uno scambio, a un accordo che accettò di mala voglia: Accettava di riprendere i “Sei personaggi”, ma con la promessa che nella stagione successiva avremmo messo in scena “L’attore”, di cui curò solo una parte della regia per l’aggravarsi della sua malattia.
Qualche tempo dopo il debutto di “Sei personaggi” e il suo strepitoso successo, mi disse: “Ti devo delle scuse, hai fatto bene a insistere con i Sei personaggi. Aveva ragione la Duse quando diceva che ogni cinque anni un capolavoro è novità”.
Questo era Giulio Bosetti. Che ancora oggi, in molti colleghi e collaboratori, rinnova un esemplare ricordo di gratitudine e di rettitudine artistica.

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(1) Riccardo Pastorello, come organizzatore, è stato collaboratore di Giulio Bosetti per 28 anni: prima per la sua Compagnia, poi al Teatro stabile del Veneto e poi, fino alla scomparsa dell’attore, al teatro Carcano di Milano.