Orientalismo naïf alla Disney. E “Les pêcheurs” di Bizet in Italia divennero popolari come un romanzo di Salgari

TORINO, sabato 5 ottobre (di Carla Maria Casanova) “Les pêcheurs de perles” di Georges Bizet hanno inaugurato la stagione del Regio di Torino. Con successo. È opera desueta, anche se fu proprio l’Italia ad accordarle consensi e recite, quando in Francia, aspramente criticata, tenne cartellone solo per breve tempo e solo grazie alla strenua difesa di Berlioz. In tutto il mondo, era però destinata ad essere fatalmente messa in ombra dall’arrivo dirompente di “Carmen” (1874), che oscurò “à jamais” la restante produzione di Bizet (ben una decina di opere).
Bizet aveva scritto Les pêcheurs nel 1863, a 24 anni. E fu una innovazione.
Sul finire del grand’opéra, e anche l’opéra comique non godeva di ottima salute, il futuro era destinato ad assecondare il drame lyrique, appena impostosi con il “Faust” di Gounod. In più, arrivava l’onda dell’orientalismo, del gusto esotico, e un’opera ambientata in India non ci stava male. In arte, erano alle porte l’Art Nouveau e l’Impressionismo.
Se Les pêcheurs ebbero maggior successo in Italia (tradotti tra l’altro in italiano, edizione ripresa per anni in tutto il mondo) forse un motivo sta anche nel gusto letterario che allora ferveva da noi, grazie ai popolarissimi romanzi di Salgari, dei quali l’opera di Bizet pare una ideale messa in musica. Del tutto assente, nella partitura come nel libretto, il clima eroico. Qui, in un fervore di idee melodiche ispirate a una cantabilità mediterranea (incantevole barcarola, suggestivo leit-motiv della dea), sullo sfondo di luoghi, paesaggi e costumi dell’isola di Ceylon, si dipana una insolita storia di sentimenti, amicizia, onore.
Il triangolo amoroso (soprano/ tenore/baritono) c’è, ma gli interessati si comportano in modo anomalo: tenore (Nadir) e baritono (Zurga), amici di lunga data, innamoratisi entrambi della stessa donna (Leila), per serbare la loro amicizia hanno rinunciato all’amore (comunque, da quel che si capisce, lei amava Nadir). Succede che questi due si ritrovano, con l’impaccio che lei è diventata la sacerdotessa (solita vergine sacra) di un villaggio di pescatori di perle, di cui Zurga è il capo. Si sa come vanno queste cose. Nadir e Leila vengono scoperti in intimi colloqui e condannati a morte. Ma Zurga ricorda improvvisamente che Leila, bambina, lo salvò da morte. Allora inscena l’incendio del villaggio per disperdere la folla inferocita e lasciar fuggire gli amanti, rinunciando per sempre all’amore e salvando l’amico (vedi, con i dovuti ritocchi, Norma, Gioconda, Chénier…).
L’ambientazione esotica, di cui la pittura ha lasciato una ampissima documentazione, da Ingres a Delacroix, Bonamore, Yon (poi saranno Gauguin, van Gogh, Breitner…) è stata riportata nell’allestimento del Regio da Julien Lubek e Cécile Roussat (regia scene costumi coreografia e luci) con candore naïf alla Disney. Atmosfera incantata con colori soffusi ma luminosi. Cieli luccicanti di stelle. Immagini evanescenti per raccontare il passato che insorge e ricorda. I veli sono di rigore. Le palme anche. Una fiaba innocente dove il rapporto tra gesto e musica è essenziale. (Il team è specialista del genere. Ha firmato messe in scena di opere come Il flauto magico, La Cenerentola, Dido and Aeneas…)
Sul podio Ryan McAdams, che aveva già diretto “Les pêcheurs”, proprio a Torino, ma in versione sinfonica. Il palcoscenico pone un’altra dimensione “nella quale – dice il maestro- si devono bilanciare i tempi musicali con le azioni in tempo reale dei personaggi, ma lasciando anche spazio al silenzio e alla quiete, che hanno un potere enorme sulla scena”. Allo stesso modo McAdams ha trattato i cantanti, che hanno esigenze precise di atto in atto, balzando da uno stile musicale all’altro, con un tipo di canto suggestivo e melodico (duetto Zurga/Nadir) ma anche estremamente espressivo e drammatico (duetto Zurga/Leila).
Gli interpreti devono servirsi di tutta la gamma vocale e delle risorse psicologiche, perché il loro personaggio evolve anche in campo introspettivo (Leila, da sacerdotessa che ha rinunciato all’amore, quando ritrova Nadir diventa una donna appassionata e allo stesso modo i due amici-rivali passano attraverso sostanziali cambi di umore. E di voce).
Sono celebri le arie “Je crois entendre encore” (Nadir), “Comme autrefois” (Leyla), “O Nadir” (Zurga). Sono entrate nel repertorio italiano come “Mi par di udire ancora” e “Siccome un dì”, cavalli di battaglia di leggendari interpreti.
A Torino, Nadir è il brillante trentenne tenore francese Kévin Amiel; Leila l’avvenente soprano armeno Hasmik Torosyan, già conosciuta in Italia per le sue spericolate acrobazie vocali (vedi “La figlia del Reggimento” a Bologna l’anno scorso). Zurga, per una indisposizione del titolare Capitanucci, è stato sostituito con molto onore dal baritono belga Pierre Doyen. Nella parte del gran sacerdote Nourabad c’è il tonitruante basso Ugo Guagliardo. Coro e orchestra hanno supportato validamente la partitura.

Teatro Regio – Torino. “Les pêcheurs de perles” di Georges Bizet. Repliche: domenica 6, ore 15; martedi 8 e giovedì 17 ore 20, domenica 20 ore 15.