Oscar 2020. Tante facili previsioni tutte scompigliate. E Bong Joon-ho, con “Parasite”, ha fatto man bassa di Premi

(di Marisa Marzelli) Bisogna ammettere che l’assegnazione degli Oscar in qualche modo riesce sempre a stupirci. Quest’anno le cose sembravano relativamente semplici, anche alla luce dell’esito dei tanti altri premi che precedono la cerimonia delle statuette più ambite. Se la sarebbero giocata Joker di Todd Phillips (11 candidature), 1917 di Sam Mendes (10), C’era una volta… a Hollywood di Tarantino (10) e The Irishman di Scorsese, girato per Netflix (10). Qualcosa poteva andare anche ad altri, ma più che altro premi di consolazione.
Invece, totale sparigliamento delle carte. A far saltare il banco è stato il sudcoreano Bong Joon-ho, nome più o meno ignoto ai non cinefili, con Parasite. Quattro statuette, e delle più pesanti: miglior film, migliore film internazionale (è quindi saltata la tradizionale divisione di categorie tra film in lingua inglese e non in inglese), sceneggiatura originale e regia. È vero che in maggio Parasite aveva vinto la Palma d’oro a Cannes, ma si sa che il Festival sulla Croisette a volte ama stupire premiando pellicole esotiche che poi in pochissimi vedranno nelle sale. Di sponda, ma con intuito, in agosto anche il Festival di Locarno aveva riservato un premio all’attore Song Kang-ho, che di Parasite è l’interprete, oltre che attore-feticcio di Bong. Pure quest’ultimo presente a Locarno e omaggiato con una breve retrospettiva di alcune sue opere. Inoltre, chi un po’ mastica cinema d’autore sa che la cinematografia sudcoreana è tra le più vivaci e brillanti fuori dall’area anglosassone.
E c’è da aggiungere che Parasite è sorprendente: non fosse per gli interpreti e le ambientazioni potrebbe essere un film occidentale. Giostrando abilmente tra i generi è un po’ leggero e un po’ drammatico; mescola la commedia all’italiana più sarcastica (alla Monicelli), con sprazzi di melò e una vena splatter spiazzante. Allegro e noir in alternanza perfetta, racconta di una famiglia povera (padre, madre e due figli adolescenti) che imbrogliando s’insinua nella vita di un’altra famiglia, questa volta alto-borghese, sino ad una sanguinosa resa dei conti.
Ad una lettura più politica, il film parla di lotta di classe. E guarda non solo alla cultura asiatica, perché Bong ha tra i maestri dichiarati Martin Scorsese e nella notte delle stelle ha ringraziato Tarantino per aver fatto conoscere i suoi film in occidente. Senza dimenticare che ad un certo punto nella colonna sonora di Parasite irrompe la voce di Gianni Morandi con In ginocchio da te. Se Parasite, che inanella un crescendo thriller e si vede senza un attimo di noia, ha un difetto estetico è forse quello di indugiare un po’ troppo in chiusura, con vari sottofinali. Ma è solo un piccolo neo.
Bong Joon-ho ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, ma va sottolineato che quello per la sceneggiatura non originale è andato al regista neozelandese Taika Waititi per l’outsider Jojo Rabbit.
Forse un segnale che il cinema è stanco di storie rimasticate, sequel, prequel e remake a cui si affida ormai da troppo tempo la grande industria hollywoodiana, intimorita dai rischi di osare qualcosa di nuovo.
Migliori interpreti Joaquin Phoenix (Joker) e Renée Zellweger (Judy). Le loro performance sono, giustamente a detta di tutti, strepitose. Migliori non protagonisti Brad Pitt (C’era una volta… a Hollywood) – è il suo primo Oscar come attore ma ne aveva già vinto uno come produttore – e Laura Dern (Storia di un matrimonio), stimatissima nel mondo di Hollywood. Peccato per Joker che, trascinato dalla magnifica interpretazione di Phoenix, meritava qualcosa di più del riconoscimento al protagonista e di quello per la colonna sonora.
Ad altri titoli sono andati premi tecnici, non molto significativi per il pubblico. Uno dei favoriti, 1917, se ne è aggiudicati tre: sonoro, effetti speciali e la fotografia del britannico Roger Deakins.
A bocca asciutta The Irishman di Scorsese. Quanto alla piattaforma Netflix (si presentava con 24 candidature), oltre all’Oscar per Laura Dern ha vinto con il documentario American Factory, prodotto da Michelle e Barack Obama con la loro casa di produzione Higher Ground Production.

Qui sotto tutti i premi assegnati.

MIGLIOR FILM
Parasite (Gisaengchung), regia di Bong Joon-ho

MIGLIORE REGIA
Bong Joon-ho – Parasite (Gisaengchung)

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA
Joaquin Phoenix, Joker (qui la nostra recensione)

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Renée Zellweger – Judy

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Brad Pitt – C’era una volta a… Hollywood (Once Upon a Time… in Hollywood) (qui la nostra recensione)

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Laura Dern – Storia di un matrimonio (Marriage Story)

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE
Bong Joon-ho e Han Jin-won – Parasite (Gisaengchung)

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Taika Waititi – Jojo Rabbit

MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE
Parasite (Gisaengchung), regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud)

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
Toy Story 4, regia di Josh Cooley

MIGLIORE FOTOGRAFIA
Roger Deakins – 1917 (qui la nostra recensione)

MIGLIORE SCENOGRAFIA
Barbara Ling e Nancy Haigh – C’era una volta a… Hollywood (Once Upon a Time… in Hollywood)

MIGLIOR MONTAGGIO
Andrew Buckland e Michael McCusker – Le Mans ’66 – La grande sfida (Ford v Ferrari)

MIGLIORE COLONNA SONORA
Hildur Guðnadóttir – Joker

MIGLIORE CANZONE
(I’m Gonna) Love Me Again (Elton John, Bernie Taupin) – Rocketman

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
Greg Butler, Dominic Tuohy e Guillaume Rocheron – 1917

MIGLIOR SONORO
Mark Taylor e Stuart Wilson – 1917

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO
Donald Sylvester – Le Mans ’66 – La grande sfida (Ford v Ferrari)

MIGLIORI COSTUMI
Jacqueline Durran – Piccole donne (Little Women)

MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA
Vivian Baker, Anne Morgan e Kazuhiro Tsuji – Bombshell – La voce dello scandalo (Bombshell)

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Made in USA – Una fabbrica in Ohio (American Factory), regia di Steven Bognar e Julia Reichert