Red Zone. L’ennesima squadra straspeciale col compito di salvare il mondo. Sangue, scazzottate, e pretese da thriller

(di Patrizia Pedrazzini) Oscure minacce aleggiano sul mondo. Il panorama politico è quello di una società nella quale il caos sembra farla da padrone. La democrazia è a rischio: c’è chi ancora ci crede e la difende, ma il pericolo di un’implosione è forte. Così, quando la diplomazia prima, la guerra poi, falliscono, i servizi segreti tirano fuori dal cilindro l’operazione Red Zone. Nel concreto, una squadra paramilitare straocculta e straspecializzata, composta da agenti disposti, come nella migliore storia del genere, a sacrificare la propria vita privata, i propri affetti, se stessi, tutto insomma, al buon esito della missione. La quale, qualunque sia e comunque si sviluppi, si concretizza, ancora e sempre, nel salvare l’America, anzi il mondo, dai cattivi di turno.
“Red Zone – 22 miglia di fuoco”, segna la quarta collaborazione tra il regista Peter Berg e l’attore Mark Wahlberg, dopo “Lone Survivor”, del 2013, “Deepwater – Inferno sull’oceano” (2016) e “Boston – Caccia all’uomo”, dello stesso 2016. Il film, un’adrenalinica spy story ricca di azione e colpi di scena, ruota intorno alle figure degli agenti James “Jimmy” Silva (Wahlberg) e Alice Kerr (Lauren Cohan, “Batman v Superman”, le serie tv “The Vampire Diaries” e “The Walking Dead”): lui geniale ed esperto, mente reattiva ed elevatissimi livelli cognitivi, una specie di macchina plusdotata tanto risoluto ed eccellente sul lavoro quanto, ovviamente, pessimo a livello sociale; lei altrettanto precisa e professionale, tuttavia “disturbata” dai sensi di colpa per il non poter crescere la figlioletta, della quale invece si occupa l’ex marito con la nuova compagna.
Quanto alla storia, siamo a Giacarta, Indonesia, e le 22 miglia del titolo sono quelle che i due devono percorrere per scortare e proteggere un poliziotto locale (la star delle arti marziali Iko Uwais) fino alla pista di decollo dove un aereo lo attende per portarlo al sicuro: l’uomo sostiene infatti di essere in possesso della password necessaria per localizzare pericolosissime bombe al cesio-137 in mano ai russi.
Una trama alla cui totale mancanza di originalità si aggiungono un’azione al limite del frenetico e una tensione che le scazzottate, il sangue che schizza e gli inevitabili cadaveri dovrebbero, forse, sorreggere, ma che non riescono mai a oltrepassare i limiti del “già visto” (e meglio). Così come scontate e completamente avulse dalla narrazione appaiono le asettiche problematiche personali dei due agenti. Un calderone con pretese da thriller nel quale è finito anche un attore del calibro di John Malkovich, che qui riveste i panni di Bishop, un misterioso personaggio cui è affidato, a distanza, il comando tattico dell’intera missione.
Pare che della pellicola siano già previsti due sequel e una serie tv.