Repetita iuvant… Stavolta non aiutano. Le atroci distruzioni dell’ISIS, tra Siria e Iraq, ora son viste come “benemerenze”

NOSTRO SERVIZIO – VENEZIA, sabato 3 agosto ► (di Paolo A. Paganini) – Già facemmo nostro un pensiero di August Strindberg, quando disse: “Penso al drammaturgo come a un predicatore laico che diffonde le idee del suo tempo in forma popolare”.
Una semplificazione di comodo, certo. Ma non sempre una modesta definizione va bocciata come ovvia e insensata banalità.
Ora, per la terza volta siamo costretti a parlare dei riminesi Roberto Scappin e Paola Vannoni, che abbiamo visto e rivisto volentieri. Ma oggi c’impongono una piccola revisione.
La Biennale Teatro quest’anno è rivolta, come si sa, alla “drammaturgia”. E uno si fa l’idea che sia una felice occasione per assistere a un variegato panorama di ben diversificate proposte drammaturgiche dei vari Paesi.
Ma quando nel giro di tre giorni vediamo, all’Arsenale, prima “Sembra ma non soffro” (che è del 2010), poi “L’anarchico non è fotogenico” (che è del 2014), infine “Il racconto delle cose mai accadute” (che è del 2018), che hanno la stessa identica impostazione drammaturgica, la stessa struttura di “teatro di parole”, come già definimmo la loro produzione, uno si chiede a quale stratagemma programmatico corrisponda la privilegiata scelta di questa pur simpaticissima compagnia, della quale, visto un allestimento di sussurrate affabulazioni microfoniche, tutti gli altri sono di eguale impostazione drammaturgica, anche se, dal primo all’ultimo son passati dieci anni.
Questione di soldi (della Biennale)?
Problemi organizzativi (le Compagnie non sono sempre disponibili)? Scelte programmatiche (è difficile conciliare spettacoli, incontri stampa, dibattiti, interviste, pubbliche presentazioni, premi, riconoscimenti, nello spazio d’una quindicina di giorni)?
Ma, perbacco, una Biennale, seppur prestigiosa, non è la conseguenza d’un diktat statale, o comunale, o politico. O sì?
Ora, quest’ultimo spettacolo, rispetto agli altri, non è che risenta d’una speciale maturazione o di chissà quale rivoluzionaria novità. Si tratta sempre d’un microcosmo di frasi e parole in libertà, dettate dalla convenienza o dal trucco delle associazioni d’idee, per contrasto o continuità. Sempre sussurrate in misteriche, e talvolta incomprensibili enunciazioni. Gli argomenti sono banali e spiritosi, ma senza particolari approfondimenti e senza portare nessun altro contributo a questo loro particolare phonè (che non ha niente da spartire con la gioiosa metafisica del phonè di Carmelo Bene).
Ovviamente, nulla di personale nei confronti di Roberto Scappin e Paola Vannoni, che sono bravi e accattivanti, e ai quali auguriamo sinceramente onori e gloria. Ma anche con qualche altra variante di registro. Difficile? Ma “s’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche”…

UNA “MOSTRA” TEATRALE SULLA GUERRA SIRIANA

Ed eccoci a “All Inclusive” (Tutto compreso), dramma-documento sulla tragedia siriana, rivissuta “attraverso vari chilogrammi di macerie da una zona di guerra in Siria e importati in Europa centrale”, e “trasformati in arte”.
In realtà, la definizione, vagamente blasfema, si avvale d’un sofisma che si regge su un assurdo.
I barbari dell’ISIS, come si sa, si sono accaniti nella distruzione del patrimonio archeologico mondiale, dall’Iraq alla Siria, da Hatra a Assur, da Musul a Palmira eccetera. Eppure, questo scempio è indicato, dal regista di “All Inclusive”, Julian Hetzel, come una prova dell’amore per l’arte da parte dell’ISIS, nonostante le scandalose e ignobili distruzioni.
In realtà, come più sopra indicato, si tratta dell’assurdità di un temerario sofisma.
Grazie all’ISIS oggi tutto il mondo conosce quelle opere d’arte distrutte, quando invece, prima, erano un patrimonio conosciuto solo da pochi cultori, appassionati e studiosi. Ed ecco perché, attraverso i cumuli di macerie e detriti portati in Europa, ed esibiti in mostre in un inquieto e crescente disagio dei “visitatori”, per tante mostruosità, anche lo spettacolo, atroce e grondante sangue e dolore tra distruzioni e atrocità, diventa, da una parte, uno strumento conoscitivo delle opere distrutte, e dall’altra parte – quello che più conta –  uno straordinario documento dell’infamia scandalosa della pluriennale guerra civile della “primavera araba” in Siria con centinaia di migliaia di morti e feriti.
Lo spettacolo si presenta, per due ore senza intervallo, come l’ideale visita di un museo, dove sono esibiti i più svariati reperti di guerra. Con relative azioni di guerra. E con interventi coreografici di plastica e suggestiva bellezza.
Non so se lo spettacolo sarà itinerante (con vendita finale di oggettini).
Dovunque “All Inclusiva” possa trovarsi, lo segnaliamo come “doveroso non perderlo”. Specie, e non solo, da parte dei giovani delle scuole.