Ricordiamo Emanuele Severino, uno dei più grandi filosofi contemporanei. La recensione di “Testimoniando il destino”

(di Andrea Bisicchia) – Posseggo l’Opera omnia di Emanuele Severino (circa quaranta volumi), fin dalla “Struttura originaria” del 1958, ristampata da Adelphi nel 1981, in edizione ampliata.
Anche i lettori di professione, quelli che provengono da studi filosofici, ammettono le difficoltà nella esegesi del suo pensiero, si diceva altrettanto di Mario Apollonio, ma io lo capivo sempre benissimo, tanto da sceglierlo come maestro.
Non c’è dubbio che “La struttura originaria”, al suo apparire, ebbe bisogno di una lunga incubazione per essere compresa, essendo, il suo argomento, affrontato in forma di trattato, che verteva sulla struttura originaria della verità dell’Essere, argomento che Severino ripropone nel volume pubblicato, sempre da Adelphi, “Testimoniando il destino”, che pone, al centro della dissertazione, il destino della Verità che sta al di sopra di ogni fede e di ogni volontà. La fede, a cui fa riferimento Severino, non ha nulla a che fare con quella religiosa, essendo “la fede nella quale si crede che le cose diventino altro da ciò che sono”. All’interno di questa fede, è cresciuta la storia dell’Occidente, o meglio, la sua “Follia”, poiché essa coincide con l’essenza del Nichilismo. Per Severino, diventa, pertanto, necessario smascherare questa “Follia” e, di conseguenza, la “Fede” che si ha in essa, e puntare alla conoscenza incontrovertibile della Verità, essendo, questa, “l’assolutamente innegabile che sta al di sopra e al di fuori della Storia, che ne è l’apparire”.
Per Severino, nella “Struttura originaria”, l’Essente è eterno, ovvero è ciò che esso è e non ciò che esso appare, tanto che la struttura originaria della Verità dell’Essere non debba considerarsi un prodotto teorico, né tantomeno Dio, bensì il luogo della Necessità o, ancor meglio, il senso originario della Necessità, tema che il grande filosofo affrontò nel volume “Il Destino della Necessità”, nel quale contestò il pensiero occidentale, alla cui base c’era la decisione di separarsi dal Tutto, per meglio dominare il mondo che, a sua volta, è guidato da una volontà di potenza che, alla fine, è “essenzialmente impotente”, alla quale Severino contrappone la “volontà del Destino”, ovvero il Destino della Verità che è eternamente ciò che la Volontà non riesce o che non vuole riuscire a essere.
In “Testimoniando il destino”, Severino sostiene che non basta possedere un campo, occorre coltivarlo. Il lettore è invitato a raccogliere, in questo campo, alquanto sterminato, quanto mietuto, tutto ciò che è possibile per meglio conoscerne l’intero pensiero, che trova distribuito in quindici capitoli, seguiti da diciannove postille, attraverso i quali, egli potrà capire come tutta l’Opera di Severino abbia come fine il contraddire la tesi nichilista, secondo la quale le cose escono dal nulla, ovvero dal loro essere, per ritornare nel nulla. Spetta al linguaggio dimostrare l’assoluta innegabilità del destino della Verità.

Emanuele Severino: “Testimoniando il destino” – Adelphi 2019 – pp 376 – € 34.