Roméo et Juliette. La prima parte, sotto tono. Ma dopo l’intervallo riprende vita. Ed è un trionfo di scene entusiasmanti

MILANO, giovedì 16 gennaio (di Carla Maria Casanova)Roméo et Juliette” dall’originale tragedia shakespeariana Romeo and Juliet, dove il protagonista sembrerebbe piuttosto lui. Così nell’opera di Charles Gounod, tornata ieri sera alla Scala nella stessa edizione di 9 anni fa (nata a Salisburgo, riprodotta dal Metropolitan, regia di Bartlett Sher, qui ripresa da Dan Rigazzi).
Con questo titolo è entrato in carica al Piermarini il nuovo sovrintendente Dominique Meyer, che fa suo il progetto preparato da Pereira.
Per Roméo et Juliette, composta nel 1867, otto anni dopo Faust, è accaduto quello che avviene ineluttabilmente in questi casi: il successo strepitoso del Faust (diventata con Carmen l’opera più popolare del repertorio francese) non lasciò più spazio per le posteriori Filemone e Bauci, La regina di Saba, Mireille e, appunto, Roméo et Juliette, la quale tuttavia da qualche tempo è in via di netta risalita. Celeberrima resta la vicenda degli amanti di Verona, diventata prototipo universale della letteratura rosa, sia pur tinta di nero (in musica ispirò tra gli altri Bellini, Berlioz, Čajkovskji, Zandonai…).
Gounod, di forte preparazione religiosa (si occupò a fondo di studi teologici e pensò seriamente di farsi prete), organista e maestro del coro in una chiesa di Parigi, ebbe interesse primario per la musica liturgica ma sentiva profondamente anche il teatro e la musica drammatica. A differenza della maggior parte della musica francese, la sua si distingue per la gravità, dovuta anche alla influenza wagneriana. Eppure, una sua caratteristica peculiare è la grazia lirica, la leggerezza, l’ispirazione melodica. Come dimenticare i suoi celebri valzer ariosi (Faust, Roméo et Juliette)?
L’opera qui in causa, in 5 atti, viene data alla Scala in lingua originale, in due tempi (intervallo dopo la prima scena del III atto). Ieri, la prima parte dello spettacolo ci è parsa decisamente sotto tono. Scenicamente e musicalmente. Regìa poco articolata, scene plumbee, direzione lenta, protagonisti deludenti. Anche l’aria di coloratura di Giulietta (“Je veux vivre”), l’unica aria nota di tutta l’opera, è passata via senza suscitare eccessivi entusiasmi.
Dopo l’intervallo, è stato come se sullo spettacolo si fosse accesa la luce. Il sipario si apre sui tafferugli di piazza tra Capuleti e Montecchi con i fatali duelli che vedono uccisi Tebaldo e Mercuzio. Va detto che il tradizionale Trecento in cui è ambientata la tragedia è posposto al Settecento, con costumi ricchi e ricercati, trasposizione che peraltro non crea inconvenienti. La scena è vigorosamente animata, bello lo strappo del grande velo sulla folla, bello il gioco dell’immenso lenzuolo nel quale si avvolgerà Giulietta diventando il suo sudario. Efficace la scena finale della tomba. Anche il versante musicale ha preso ritmica vitalità.
La direzione vedeva l’esordio alla Scala di Lorenzo Viotti, giovane figlio di Marcello. Dopo un inizio un po’ titubante, il braccio è diventato autorevole, attento a evidenziare con raffinata eleganza anche gli episodi marginali (vedi le chansons di Stéphane e Mercutio).
Una vera e propria progressione drammatica ha sottolineato l’evoluzione sentimentale dei due protagonisti, da ragazzi spensierati ad amanti consapevoli. E gli interpreti. Se nel primo tempo erano parsi addirittura più valenti i comprimari (Frédéric Caton-Capulet, Ruzil Gatin-Tybald, Mattia Olivieri-Mercutio, Jean-Vincent Blot-Duca di Verona e, ottimi, Dan Paul Dinitrescu–frate Lorenzo, Marina Viotti-Stéphane, Sara Mingardo-Gertrude), adesso sono entrati di forza nel gioco i due protagonisti: Diana Damrau e Vittorio Grigolo. Lei, soprano tedesco già nota alla Scala (fu tra l’altro Violetta nella “famosa” Traviata di Tcherniakov, quella del taglio delle zucchine per intenderci) molto bella e agile, si è liberata della sua giocondità adolescenziale per diventare donna appassionata, con una vocalità sicura e luminosa. Emozionante l’aria del veleno.
Per Grigolo, che dieci anni fa era un bulletto smanioso di apparire, è arrivata la maturità e se ancora non riesce proprio a rinunciare a quelle braccia spalancate in attesa dell’applauso (era il gesto di Pavarotti, il quale lo rivolgeva al pubblico con una certa divertita complicità, come a dire: Sono stato bravo, siete contenti?… ed era Pavarotti!), se dunque Grigolo mantiene questo gesto plateale un po’ indisponente nella sua durata, anche piuttosto rischiosa, d’altro canto fa legittimo sfoggio di una agilità davvero sorprendente: si arrampica sul muro del palazzo per raggiungere l’amata Giulietta, spicca salti acrobatici e duella con il rivale Tebaldo con perfetta proprietà professionale. E nel duetto d’amore con Juliette, dopo le segrete nozze, ha avuto accenti e gesti di travolgente passionalità (non per niente passa per il sexy tenore per antonomasia).
Nutriti applausi della sala per il lieto fine. Cioè quello che io, con apparente irragionevolezza, insisto a considerare lieto fine: morire insieme giovani e innamorati. Vedi Aida o (questa volta con qualche reticenza) Norma o Andrea Chénier. Lieto fine nel senso di sorte, per amara che sia, di chi “al vento non vide cader che gli aquiloni”.

Teatro alla Scala- Charles Gounod – Roméo et Juliette. Repliche: 18, 21, 26, 30 gennaio; 2, 13, 16 febbraio.