Un affascinante libro. Da sfogliare (e da leggere). Come visitare una mostra. A inebriarsi dei quadri di Antonio Saliola

(di Andrea Bisicchia) Negli anni Settanta, quando lo Spazialismo, la Pop Art, l’Informale si erano imposti, cercando di scardinare ogni forma di figurazione per dare una svolta alla Storia dell’Arte Italiana un po’ succube, a dire il vero, dell’ Arte americana, l’unica reazione era stata quella del Gruppo Corrente, che, con Guttuso, Migneco, Gauli, Treccani, proponeva una diversa forma di figurazione, ricorrendo all’uso di un linguaggio dai timbri forti, tali da far pensare a un Espressionismo italiano che non voleva dire ritorno al passato. E ben chiaro che è sempre stata la realtà, oggetto della loro ricerca, indagata, però, con una sensibilità diversa e non con la volontà di denigrarla o di essere originali a tutti i costi.
Anche in teatro si cercava di essere originali, dopo il lungo predominio degli Stabili che venivano accusati di accademismo e di perseguire un puro formalismo. I nuovi gruppi volevano, a loro volta, essere originali a tutti i costi, giustificando, questa loro volontà, con l’esigenza di un nuovo impegno sociale da affidare al teatro di ricerca, tanto che sia Paolo Grassi che Giorgio Strehler sentirono il bisogno di intervenire sostenendo che l’idea di una teatralità diffusa, senza un metodo, finisse per distruggere la recitazione, rendendo le loro messinscene artificiali.
Lo sperimentalismo, diceva Strehler, l’ho sempre fatto all’interno dei testi e delle loro interpretazioni sceniche, senza ricorrere a vacui proclami. Come dire che tutte le avanguardie, non sostenute da competenze ben dimostrabili, finivano per sapere di provincialismo, come erano provinciali i critici che li sostenevano.
Ritengo questo preambolo necessario, perché Antonio Saliola (Bologna 1939), uno dei massimi pittori del secondo Novecento, inizia in quegli anni, la sua avventura artistica, mettendo in pratica, involontariamente, il pensiero di Strehler. Egli conosceva bene la ricerca artistica italiana e internazionale, solo che non si sentiva di tradire la sua idea di pittura, contrabbandando il soggetto con l’oggetto. Non voleva, cioè, essere alla moda con lo spirito divertito di Benedetto Marcello, che nel suo poemetto “Il teatro alla moda” satireggiava sulla artificiosità delle trame, sullo stile stereotipato, sulle macchinerie e sulla volgarità di certi artisti.
Saliola, che non volle appartenere a nessuna “tribù”, né a nessuna “corrente”, attua la sua sperimentazione direttamente sul colore, con una pennellata robusta, rincorrendo una nuova oggettivazione che rispondesse ai canoni di un figurativo con tendenze oniriche, fiabesche, metafisiche, sempre sul solco di quanto la Natura, non “morta”, ma “viva”, capace di coniugare divinazione con paganesimo, potesse offrire ai suoi colori.
In un volume pubblicato da Allemandi: “Antonio Saliola: il paziente pellegrino del sogno”, curato da Antonio Faeti, con un saggio critico illuminante e con interventi di Luigi Carluccio, Giovanni Arpino, Giorgio Soavi. Tonino Guerra, Pupi Avati, sono raccolte una serie di composizioni che vanno dal 1976 al 2018, tanto da credere di assistere a una vera e propria mostra, grazie anche alla qualità tipografica delle opere riprodotte. Però, è nel suo Studio che scopri la grandezza di Saliola, dove si possono ammirare opere già compiute, con altre in via di composizione.
Il suo Atelier non è disordinato come quello di certi artisti che vogliono essere originali anche in questo, bensì ordinato come la materia che tratta, come i temi che racconta che riguardano, soprattutto, interni ed esterni che hanno, come trame, stanze affollate di oggetti, di libri, di fiori, di animali, di orti o “quasi orti”, che mettono in pratica un detto cinese: “La vita inizia il giorno in cui si incomincia un giardino”.
I quadri sono attraversati da un gusto seduttivo, nel senso che Antonio Saliola, oltre a essere un geniale pittore, è anche un seduttore, dato che le sue immagini seducono, per la compostezza e per l’armonia del dettato pittorico, oltre che per quella vena sensuale che li attraversa, come accade in “Eros nell’Atelier” (1986), o in “La nuova modella” (2007), ma anche per il sostrato culturale che troviamo evidenziato in “Biblioteca d’amore” (1999) o in “Lettori notturni”, grazie anche alla costruzione di interni che sembrano pronti per uno spettacolo di Ibsen o di Pirandello. Del resto, il palcoscenico è il luogo dove ambienta: “Il teatro delle fate” (2003), quasi a teorizzare la componente drammaturgica e favolistica che occupa un posto particolare nella sua produzione pittorica, quella che gli permette di trasformare la realtà in un luogo di fantasia, dove tutti gli elementi concorrono alla creazione di una atmosfera misteriosa.
Un pittore immenso, dunque, conosciuto, non solo nelle Gallerie italiane, in particolare quelle bolognesi, milanesi e torinesi, ma anche nelle Gallerie di Parigi, Londra, Montecarlo, Buenos Aires, Chicago, New York.

“Antonio Saliola: il paziente pellegrino del sogno”, di Antonio Faeti – Umberto Allemandi Editore 2008 – pp 236, € 70.