Un “Quadrato” per mettere alla berlina i mali e le ipocrisie della società. Palma d’Oro a Cannes. A rischio insofferenza

(di Patrizia Pedrazzini) Christian è il curatore di un museo di arte contemporanea a Stoccolma. Divorziato, due figlie, aspetto piacevole, sempre elegante, può anche apparire come un uomo di potere (quale in effetti, anche, è) e un cinico. In realtà è solo un uomo come tanti, pieno, dietro la facciata dell’apparente sicurezza, di contraddizioni, di dubbi e di debolezze. “The Square”, invece, non è una piazza, ma proprio un quadrato, ovvero l’opera di imminente installazione che tanto fermento desta al museo di Christian in vista del debutto. In pratica, il perimetro di un quadrato piazzato a terra e sul quale campeggia la seguente, altruistica iscrizione: “Il quadrato è un santuario di fiducia e di amore, entro i cui confini tutti abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri”. E, fin qui, tutto abbastanza bene.
Sennonché una mattina, mentre per strada sta aiutando casualmente una donna, Christian si ritrova derubato di portafogli e telefonino. Per recuperarli, su consiglio di un amico, sceglie un sistema discutibile e piuttosto aggressivo, innescando senza volerlo una serie di eventi che rischieranno di far precipitare nel caos la sua vita. Mentre anche sul fronte dell’installazione non è che tutto vada poi così liscio.
Queste le “premesse” intorno alle quali si gioca “The Square”, il film dello svedese Ruben Östlund (“Forza Maggiore”), vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Praticamente, una sorta di apologo che, partendo dalla critica dei meccanismi che regolano e muovono un mondo esclusivo e privilegiato come quello dei curatori e dei collezionisti d’arte, mette di fatto alla berlina un’intera società, l’attuale, le sue pecche e le sue ipocrisie. Dal ruolo dominante dell’immagine alla ricerca dello scandalo a tutti i costi, dalla Rete a Twitter, a Instagram. Alle responsabilità dei media, per i quali il sensazionalismo è ormai divenuto la norma. Con da una parte un “Quadrato” che inneggia e invita all’aprirsi al prossimo, e dall’altra una società incapace e immatura, che predica bene e razzola male. Mentre la responsabilità individuale latita, come la coerenza, e i sensi di colpa arrivano, se arrivano, solo alla fine.
Cerebrale, in più punti al limite del contorto, “The Square” non brilla chiaramente per immediatezza, né intende farlo. Riprendendo la riflessione, evidentemente cara al regista in quanto già presente in “Forza Maggiore”, sulla difficoltà di comportarsi effettivamente secondo i propri valori. O secondo quelli che si ritengono tali. Ma non è questo il problema. Per cui ben vengano le irritanti figure dei due PR impegnati a mettere in campo un’idea che più “esplosiva” non si può per far sì che la stampa parli dell’opera d’arte in questione. E passi anche la scena, piuttosto feroce, della cena di gala durante la quale nessuno alza un dito in difesa dei malcapitati di turno.
Solo si tratta del tipico film i cui “messaggi” sono sempre e regolarmente da decodificare. La classica pellicola che, provocando il pubblico, vorrebbe portarlo a riflettere sulle contraddizioni dell’uomo e della società, come piace e si addice a un certo tipo di cinema. Il tutto, ora proposto, ora sgretolato, a colpi di esagerazioni, di sarcasmo e di assurdo. E, per un lavoro del genere, 145 minuti sono davvero tanti. Col rischio, perennemente dietro l’angolo, di sforare nell’insofferenza.