Verità, menzogne, ricordi. Madre e figlia a confronto nel film “francese” di Hirokazu. Con una Deneuve a dir poco regale

(di Patrizia Pedrazzini) “Sono un’attrice. Non posso raccontare la nuda verità: la verità non appassiona”. Già, ma se la verità non è dato conoscerla, la memoria è ancora più insidiosa e ingannatrice. Quanto alla bugia, come distinguerla dalla mezza verità, dall’omissione, dall’eccesso di orgoglio o di pregiudizio, per esempio? Queste le tematiche, e gli interrogativi, lungo i quali si dipana “Le verità” (ma il titolo originale è al singolare: “La vérité”), ultimo lavoro del regista giapponese (Palma d’Oro a Cannes lo scorso anno per “Un affare di famiglia”) Kore-Eda Hirokazu, nonché suo primo lungometraggio “straniero”. Perché, di fatto, si tratta di un film francese in tutti i sensi, e non solo per le due primedonne che ne sono le protagoniste assolute (gli uomini, che pure non mancano, finiscono relegati al ruolo di pallide comparse), ma anche e soprattutto per l’arguzia, la garbata ironia, la leggerezza, il dialogo brillante, il sorriso che ne pervadono ogni singola scena.
Fabienne (Catherine Deneuve), diva non più giovane del cinema francese, dà alle stampe un libro di memorie e, per l’occasione, riceve la visita, nella propria villa parigina, della figlia Lumir (Juliette Binoche), sceneggiatrice che vive a New York con il marito (Ethan Hawke) e la piccola Charlotte. Questione di poco, e già l’abbraccio fra le due donne si è trasformato nella più classica delle battaglie: madre e figlia si vogliono bene, è evidente, ma il loro passato è ancora lì, a chiedere il conto, con il suo bagaglio di menzogne, rimpianti, tristezze, errori, risentimenti mai sopiti. Con Lumir che rimprovera alla madre di averle sempre anteposto il cinema e la carriera, e Fabienne che la rintuzza con la più inappellabile delle risposte: “Meglio essere una cattiva madre, una cattiva amica e una buona attrice. E anche se tu non mi perdoni, il pubblico mi perdonerà!”. In più, Fabienne è anche impegnata sul set, in un film semi-fantascientifico nel quale interpreta il ruolo di una madre che, contrariamente alla figlia, non invecchia mai, situazione che ingarbuglia e confonde ulteriormente i due ruoli. Verranno a galla, alla fine, le vere verità? E a quale prezzo?
Ancora un affresco familiare, quindi, per Hirokazu, ma insieme anche un film sull’ambiguità del vero e del falso, non a caso giocato in un mondo a parte, la villa di Fabienne e il suo giardino, nel cuore di Parigi, dove ogni tanto arriva l’eco del métro, in realtà la reggia di una donna e della sua vita.
E, ancora e soprattutto, il confronto fra due grandi attrici. Da un lato l’ottima Juliette Binoche, composta e misurata figlia afflitta dall’ingombrante figura materna, che per tutta la vita ha cercato inutilmente di uscire dal cono d’ombra della madre, tuttavia generosa, donna fragile e insieme fortissima. Dall’altro la leggenda del cinema d’Oltralpe, Catherine Deneuve, con la quale, va detto, non c’è sfida. Sarcastica, vanesia, egocentrica, insofferente, bugiarda fino al midollo, bicchiere e sigaretta perennemente a portata di mano, a 75 anni compiuti non recita: semplicemente, è. Tanto che la sua Fabienne – viene il dubbio – forse non è Fabienne, è lei stessa. Mentre l’immagine che ne scaturisce finisce con l’essere il risultato di un gioco divistico sospeso fra realtà filmica e realtà reale, fra rimandi, parallelismi, sottintesi taglienti. Come quando fa notare alla figlia che tante grandi dive hanno le iniziali uguali: Greta Garbo, Simone Signoret, Anouk Aimée. “E Brigitte Bardot…”, aggiunge Lumir. La smorfia di stupore, imbarazzo, malcelato disgusto, e il disadorno “Mah…” di Catherine all’evocazione dell’antica rivale sono impossibili da raccontare. Una regina.