Xavier Dolan: le trappole del successo, e della vita, in un film forte e fragile. E Kit Harington si affranca da Jon Snow

(di Patrizia Pedrazzini) Infanzia, rapporto madre-figlio, omosessualità. È intorno a questi tre temi, particolarmente cari all’autore, che ruota anche “La mia vita con John F. Donovan”, debutto hollywoodiano del trentenne Xavier Dolan, enfant prodige del cinema canadese (“J’ai tué ma mère”, “Laurence Anyways”, “Mommy”).
Una giornalista d’assalto (Thandie Newton), abituata a reportage di ben altro calibro, si vede costretta a intervistare un giovane attore emergente, il ventunenne Rupert Turner (Ben Schnetzer), che ha appena pubblicato un libro nel quale racconta dello scambio epistolare che lui stesso, al tempo undicenne, aveva tenuto con un altro giovane attore, l’allora suo idolo John Donovan (la star di “Game of Thrones” Kit Harington, che qui non fa rimpiangere, anzi, Jon Snow), di lì a poco morto in circostanze mai chiarite. Un approccio quasi sotto tono, tuttavia il detonatore di una storia intensa e dolorosa, raccontata in una sorta di perenne confronto fra presente e passato, e incentrata sulle (possibili) risposte alle domande di sempre: chi siamo? come possiamo essere, e restare, noi stessi, nel nostro rapporto con gli altri? qual è il nostro ruolo nella vita? Temi universali e insieme intimi, vissuti con forza eppure con grande fragilità, e sorretti da una regia fatta di primi piani, scene di indubbio talento (la discoteca, l’incontro tra madre e figlio sul set nelle strade di Londra), musiche ad hoc (una su tutte, “Rolling in the Deep” di Adele) scelte per amplificare determinati passaggi. E cui vanno ad aggiungersi una forte riflessione sui temi del successo, dell’ascesa e del declino, e delle responsabilità di un giornalismo scandalistico e sensazionalista tanto stupido e vuoto, quanto spietato e distruttivo. Nonché un’altrettanto forte, ma anche finalmente onesta, seria e pulita rappresentazione del complesso rapporto che lega una madre al proprio figlio maschio.
Di tutto rispetto anche il cast: Natalie Portman e Susan Sarandon nelle vesti delle due madri, quella di Rupert e quella di John, mentre un bravissimo Jacob Tremblay (“Room”, “Wonder” “The Predator”) dà corpo, sguardo e carattere a Rupert ragazzino.
Il che non salva “La mia vita con John F. Donovan” da qualche momento di fastidio. Sia chiaro, si tratta pur sempre di 123 minuti di buon cinema, tuttavia un certo qual gusto melodrammatico è sempre lì, a fare capolino dietro l’angolo, mentre i pur bellissimi brani pop sparati a tutto volume nei momenti clou rischiano di assumere i contorni del vezzo.
Così come quasi insopportabile, nella sua ovvietà, appare la scena finale: Rupert che, gay riconosciuto e accettato (al contrario di John, che invece anni prima aveva pagato a caro prezzo sospetti e mezze verità sul proprio conto), sale sulla moto del biondo compagno e se ne va con lui sulle note di “Bittersweet Symphony” dei Verve. Stucchevole e soprattutto inutile. Ed è un peccato.