Archives for Maggio 2022

Non si raccontano più storie. Intrecci, personaggi, emozioni in esilio tra gli antichi classici. Evviva il teatro del bla bla bla

(di Andrea Bisicchia) – Nel terzo millennio, il teatro italiano si è scoperto nudo, ovvero senza trame da raccontare, se non quelle offerte dalla cronaca, senza alcuna sublimazione, alimentando il Teatro dell’Oralità che ormai si scopre essere esausto e quello del Teatro Documento che di documenti veri non ne ha più.
I motivi di questa assenza di trame possono essere diversi, primo, fra tutti, l’inadeguatezza della lingua, anch’essa alquanto logora e, pertanto, inadatta, oppure la volontà di sostituire i racconti con vere e proprie trame fisiche, oppure con installazioni che richiedono molta fantasia allo spettatore e che impegnano il corpo e non la parola. Eppure, per secoli, sono state le storie, le trame, con i loro intrecci, i loro misteri, le loro violenze, le loro infinite metafore ad avere impegnato la nostra attenzione, a farci identificare con i personaggi dell’azione teatrale.
Oggi, non essendoci tutto questo, non ci sono neanche i personaggi. Ne consegue, pertanto, per chi crede ancora nella parola, di ricorrere a classici antichi e moderni, per farci ancora emozionare, per farci capire che le nostre vite sono il risultato di un intreccio e che il “tessuto” di questo intreccio è imprevedibile, proprio perché intessuto di emozioni che ci permettono di conoscere gli altri e, infine, noi stessi.
Forse anche per questo assistiamo a continue “riscritture” di poemi e di tragedie antiche, spesso, con molta disinvoltura, se non superficialità, che offrono in olocausto contenuti e valori che appartenevano al passato e che forse, con un po’ di fedeltà, potrebbero appartenere anche all’oggi.
Il palcoscenico ha guidato milioni di spettatori, ha trasformato il loro modo di analizzare e di giudicare la realtà, di riflettere sulle storie altrui, che sono diventate anche le nostre, aiutandoci a capire le strutture portanti delle società, a ponderare sui rapporti tra bene e male, tra amore e violenza, tra essere ed esistere. Il racconto non si limita al fatto, perché tende a trascenderlo, per metterci in comunicazione, non con la fisica del corpo, ma con la metafisica, facendo ricorso al mondo reale per trasfigurarlo, in una sorta di astrazione, della quale, lo spettatore, diventa facile preda.
Insomma, il teatro del terzo millennio non sa cosa farsene di verità metafisiche, quando lo fa, se ne avverte  la falsità, la vuota retorica, il pressappochismo, l’ansia di teorizzare il nulla per spiegare quello che non c’è, con l’utilizzo di parole prese in prestito da una lettura frettolosa dei classici, utilizzati per dare un senso a qualcosa che senso non ha.
Eppure, esistono tante storie che raccontano grandi verità, che testimoniano sofferenze di carattere etico, che arricchiscono lo spirito.
Come fa, allora, un teatro a sopravvivere, senza compromettersi con l’immaginario, senza poter coinvolgere con eventi, a volte, meravigliosi, a volte brutali, senza farci comprendere il mistero della vita, pur con la consapevolezza di non avere delle risposte adeguate.
Non basta, certo, l’uso sapienziale delle luci o delle istallazioni, non bastano gli spettacoli in technicolor per dare un senso alla nostra esistenza.

Un tranquillo festival di primavera. Tante attese, qualche sorpresa, ma la Napoli di Martone resta a bocca asciutta

CANNES, sabato 28 maggio Dopo 11 giorni di proiezioni, red carpet e anteprime, la giuria di Cannes 2022 ha consegnato i premi nel corso della cerimonia di chiusura, condotta dall’attrice belga Virginie Efira, che già aveva inaugurato la kermesse martedì 17 maggio. Mario Martone, con “Nostalgia” e Valeria Bruni Tedeschi con “Les Amandiers”, erano gli unici due italiani in concorso, ma sono rimasti a bocca asciutta. Vincitore a sorpresa il film “Triangle of Sadness” del regista svedese Ruben Ostlund (una satira della civiltà occidentale basata sui consumi e sul capitalismo, sull’apparenza e sul classismo).

ECCO IL PALMARES

Palma d’Oro a “Triangle of Sadness” di Ruben Ostlund

Migliore attore Song Kang-Ho per “Broker”

Migliore attrice Zar Amir Ebrahimi per “Holy Spider”

Migliore sceneggiatura a “Boy From Heavev” di Tarik Saleh

Premio della Giuria ex aequo a “Eo” di Jerzy Skolimowski e a “Le otto montagne” di Charlotte Vandermeersch e Felix van Groeningen

Premio del 75mo anniversario del Festival a “Tori et Lokita di Jean-Pierre e Luc Dardenne

Migliore regia a Park Chan-Wook per “Decision to Leave”

Gran Prix ex aequo a Lukas Dhont per “Close” e Claire Denis per “Stars at Noon”

Miglior cortometraggio a “The Water Murmurs” di Jianying Chen

UN CERTAIN REGARD: Camera d’Or a “War Pony”, regia di Riley Keough e Gina Gammell (Stati Uniti d’America) Menzione speciale a “Plan 75,” regia di Chie Hayakawa (Giappone)

La “sacra” civetta, tra sessanta acqueforti e litografie, poetica protagonista notturna nelle incisioni di Pietro Diana

In occasione della BIENNALE OFF, al Museo delle Cappuccine di Bagnacavallo, il 27 maggio, verrà inaugurata una mostra dedicata al pittore e incisore milanese Pietro Diana (1931-2016), nella foto, già docente all’Accademia di Brera, che rimarrà aperta fino al 3 luglio.
Il giorno dopo, presso la Biblioteca Classense di Ravenna, sarà inaugurata la mostra del raffinato incisore Agim Sako.

(di Andrea Bisicchia) – Bagnacavallo è diventata la capitale dell’incisione, ormai considerata, più che una tecnica artistica, una disciplina. In occasione della BIENNALE OFF, una mostra sarà dedicata a Pietro Diana (1931-2016), dal titolo “Nel segno della civetta”, presso il seicentesco Museo delle Cappuccine, che sarà inaugurata il 27 maggio e che rimarrà aperta fino al 3 luglio. Si tratta di sessanta opere, donate dalla moglie, al Gabinetto delle Stampe, dove incombe il tema della civetta, rapace notturno, ingiustamente ritenuto portatore di disgrazie, benché sia noto come animale sacro.
Pietro Diana, già diplomato all’Accademia di Brera nel 1954 è, successivamente, entrato a fare parte del corpo docente, incaricato in Tecniche dell’incisione, nella cui cattedra, è stato titolare dal 1976 al 1997. Le sue predilezioni, come incisore, erano per l’acquaforte pura, benché non trascurasse il lavoro litografico, spesso colorava le sue incisioni interamente di rosso o di blu. In verità, amava molto il nero materico, sempre in evoluzione, perché rapportato ai soggetti che andava rappresentando, come il Naviglio, la Bovisa, il Mulino sempre della Bovisa, presenti nella mostra, dove incombe l’idea della Milano degli anni Cinquanta, quando la nebbia faceva sentire molto la sua presenza.
L’esposizione è divisa in quattro sezioni, il visitatore, pertanto, potrà ripercorrere il lavoro dell’artista attraverso i suoi animali notturni, alquanto inquietanti, gufi e mantidi che si confrontano con la civetta, ma può anche scoprire come l’incisione sia un genere particolare che può aprirsi a nuove sensibilità per quanto riguarda l’arte contemporanea.
Pietro Diana possedeva un’impostazione classica, basterebbe vedere la sua bellissima Venere con in groppa la civetta, conosceva bene l’arte incisoria di Dürer, a cui rende omaggio con una sua interpretazione di “Il cavaliere, la morte, il diavolo”, già presentata, sempre al Museo delle Cappuccine, in occasione di una grande mostra, dedicata a Dürer, che raggiunse diecimila visitatori. Diana, oltre che alla Biennale di Milano, ha esposto le sue opere in Svizzera, Francia, USA e Giappone.
Sempre il 27 maggio, presso il Convento di San Francesco, verrà inaugurata la mostra “Case sparse, dimore sparute. Una campagna tra immagini e poesia”, dove si possono ammirare trenta immagini scelte fra mille fotogrammi, conservati in digitale, nella fototeca, scattate nell’ambito del censimento sulle case rurali, rigorosamente in bianco e nero, che documentano la campagna della bassa Romagna, nella sua molteplice articolazione di paesaggio agrario, oltre che di luogo di vita e di lavoro. La mostra fa parte del progetto regionale, promosso dal settore Patrimonio della Regione Emilia-Romagna.
Il giorno 28, presso la Biblioteca Classense di Ravenna, fino al 2 luglio, sarà inaugurata la mostra di Agim Sako, un incisore molto raffinato, le cui opere oscillano tra la realtà e l’informale, tra documentazione e invenzione fantastica, tra astrattezza e concretezza, tra poesia ed emozione.

“Nostalgia”. Napoli, Rione Sanità. L’amore viscerale di un uomo alla ricerca del proprio passato. E del proprio destino

(di Patrizia Pedrazzini) – Preceduto da un battage pubblicitario di rara intensità, arriva sugli schermi l’ultimo lavoro di Mario Martone, “Nostalgia”, protagonista Pierfrancesco Favino, in concorso al Festival di Cannes.
Napoli, Rione Sanità, quello del Sindaco di Eduardo De Filippo (peraltro già tradotto in film, in chiave moderna, dallo stesso Martone nel 2019). La storia è semplice.
Dopo quarant’anni di assenza, passati fra Libano, Sudafrica ed Egitto, Felice torna a casa: la vecchia madre è sola e malata, sta morendo, e lui se ne prende cura fino all’ultimo, con tardiva, ma tenera e amorosa pazienza. Poi, però, invece di riprendere l’aereo per Il Cairo, dove lo attende la moglie medico, l’uomo si ritrova, giorno dopo giorno, a rimandare la partenza. Obbedendo al sottile richiamo di un passato che ha lasciato quando aveva quindici anni, e che si sta trasformando nel suo destino. Riallaccia i rapporti con un vecchio amico della madre, conosce e frequenta il prete del rione, don Rega, attivo contro la camorra e impegnato nel “salvare” più giovani che può dal richiamo della delinquenza. Ma il suo pensiero è un altro: Oreste, l’amico dell’adolescenza, il compagno di sortite e corse sulla Gilera rossa nei vicoli, ma anche di piccoli scippi. E di un omicidio, commesso da Oreste, che però lui non ha mai tradito. Anzi, per quello se n’è andato, a costruirsi una vita all’estero.
Solo che, mentre Felice è diventato negli anni un onesto imprenditore, Oreste ha fatto carriera a modo suo: adesso lo chiamano, a bassa voce, Malommo, vive di estorsioni, droga e prostituzione, insomma è il boss del rione. Ma a Felice, che va ancora in giro con la vecchia foto di loro due ragazzi sulla moto, questo non importa. Nemmeno ci crede veramente che l’amico di un tempo sia un delinquente pericoloso: lo vuole, lo deve incontrare.
“Nostalgia” è la storia di un amore viscerale, quello per una città, Napoli (e per un quartiere, il Rione Sanità) nella quale vita e morte, passato e presente, luci e ombre, coesistono e convivono senza la minima possibilità di essere disgiunti. In un groviglio di sapori, suoni, voci, odori, che ammalia. La confusione, i motorini che sfrecciano, i panni stesi, gli altarini sui muri, la spazzatura, i bassi. Così il rione diventa un personaggio reale, quasi il vero protagonista del film, mentre la sua purezza aggressiva ne fa un luogo unico per ospitare il “ritorno a casa”, e alle proprie radici, di un uomo al quale la fuga, e la lontananza, non sono bastate per chiudere con il passato.
Quanto all’ottimo Favino, fa del suo Felice, inizialmente spaesato, quasi impaurito davanti al “viaggio” che lo attende, poi via via sempre più sicuro e fiducioso in un mondo che sente appartenergli, l’emblema di un uomo buono, generoso e perbene. Ma che tuttavia, forse proprio per questo, non lo capisce, quel mondo. Non ce la fa proprio. “Tu ti illudi: i cuori si richiudono col tempo”, lo avverte don Rega, spingendolo ad andarsene, via, lontano da Napoli. “No, i nostri no”, gli risponde lui sorridendo: un’amicizia, quell’amicizia, non può essere finita. Tanto che, più che della nostalgia, l’uomo appare vittima soprattutto di una sorta di innocenza dell’anima che gli impedisce di vedere la realtà, se non attraverso gli occhi del ricordo. O forse non vuole?
Raffinata Aurora Quattrocchi nel ruolo della madre, potente Tommaso Ragno in quello di Oreste, incarnazione irresistibile dell’immutabilità del Male. E una fotografia da atmosfera magica nella quale perdersi.
Come del resto avvertono, nel richiamo in testa al film, le parole di Pasolini: “La conoscenza è nella nostalgia. Chi non si è perso non possiede”.