(di Patrizia Pedrazzini) – Maurits Cornelis Escher, grafico e incisore olandese vissuto tra il 1898 e il 1972. Un nome indissolubilmente legato alle incisioni su legno, alle litografie e alle mezzetinte tese a rappresentare esplorazioni dell’infinito e costruzioni impossibili. Ma soprattutto ai motivi a geometrie interconnesse, che cambiano, modificandosi in forme differenti da quelle iniziali. E la tecnica della tassellazione, ovvero, come spiegò lo stesso artista nel 1947, la possibilità che un piano venga “suddiviso in figure geometriche, le cui forme possono essere variate all’infinito e diventare estremamente complesse, pur rispettando la regola di riempire il piano con figure congruenti e in ripetizione ritmica, senza lasciare spazi vuoti”.
Detto questo, e distorsioni geometriche permettendo, si capisce come e perché Escher, più che spiegato, vada visto. Come sarà possibile fare, fino al prossimo 8 febbraio, nelle sale del Mudec di Milano, grazie a una mostra pensata e realizzata per mettere a fuoco due particolari aspetti della sua opera: da un lato il forte interesse scientifico, matematico prima di tutto, che lo animava; dall’altro il legame, tutt’altro che marginale, con la civiltà e l’arte islamica, conosciute grazie ai numerosi viaggi nel sud dell’Italia e soprattutto in Spagna.
Di qui un’esposizione che, attraverso otto sezioni tematiche, propone novanta opere dell’incisore (tra disegni preparatori, acquerelli, studi di tassellazione, incisioni, xilografie, litografie e materiale d’archivio), nonché oltre quaranta oggetti islamici. Uno sguardo piuttosto inedito, quello sull’arte musulmana, che Escher conobbe a partire dal suo primo viaggio in Spagna, nell’autunno del 1922, e grazie al quale si rafforzò in lui il gusto per l’ornamentazione geometrica, soprattutto dopo la visione delle decorazioni dell’Alhambra di Granada e della Mezquita di Cordova. Così l’uso delle simmetrie, la ripetizione modulare e la visione astratta dello spazio, elementi chiave dell’abbellimento islamico, lo influenzarono tanto da trasformarsi in uno spunto più che significativo per fargli superare la rappresentazione naturalistica della realtà. Stessi schemi geometrici, che però Escher “deformava”, trasformandoli in figure riconoscibili: pesci, uccelli, esseri umani, cavalli.
Nel percorso espositivo, la mostra milanese ripercorre l’evoluzione dell’artista dagli esordi, segnati dall’Art Nouveau, alla scoperta dei paesaggi italiani, alla piena maturità. Mentre le vedute italiane, lungi dal proporsi come semplici scorci, diventano luoghi mentali, costruiti con precisione e rigore, nei quali la realtà sembra piegarsi a una logica interna. Verso un futuro visionario. Come in “Natura morta e strada”, del 1937, dove una rappresentazione naturalistica della realtà cede il passo a una dimensione surreale.
Fra i lavori in mostra, anche otto rari acquerelli (parte di una serie di 137 prototipi realizzati tra gli anni Venti e i Settanta): studi rigorosi su come forme zoomorfe o antropomorfe possano riempire perfettamente lo spazio secondo criteri di simmetria. Verso, questa volta, un universo grafico assolutamente personale, fondato sulla logica e sull’intuizione matematica. Ed ecco allora “Metamorfosi I”, del ’37, dove per la prima volta l’artista utilizza la tecnica della tassellazione per trasformare un’immagine in un’altra; e “Metamorfosi II”, dove le trasformazioni collegano motivi geometrici, animali e architetture in un ciclo continuo, aprendo e chiudendo una sorta di universo circolare.
Fino alle “tassellazioni iperboliche”, nelle quali si parte da geometrie non euclidee, e alle “tassellazioni al limite”, esito maturo di una riflessione sul concetto di eternità, avviata già alla fine degli anni Trenta. Dove l’infinito non è un’astrazione teorica, ma un’esperienza percettiva nella quale arte e matematica si incontrano e si potenziano a vicenda.
Una precisazione. M. C. Escher mostrò fin da piccolo grande entusiasmo per il disegno, ma non aveva una formazione scientifica. Un giudizio collegiale su di lui, espresso nell’ambito di un corso di arte grafica, così recitava: “Escher è troppo ostinato, troppo filosofico-letterario: al ragazzo mancano vivacità e originalità, è troppo poco artista”.
“M. C. Escher. Tra arte e scienza”. Milano, Mudec, via Tortona 56, fino all’8 febbraio 2026








