Ah, Stalin, che burlone. Scrive lui una commedia di Bulgakov, e allo scrittore fa firmare purghe e condanne a morte

collaboratorsMILANO, mercoledì 23 novembre (di Paolo A. Paganini) Esiste veramente un carteggio Bulgakov-Stalin. Rivela un inquietante rapporto, tra vittima e carnefice, tra Bulgakov e Stalin, dal quale emerge una esemplare quanto inutile difesa della dignità d’uno scrittore. Testimone delle vicende russe, dai tempi dello zar alla Rivoluzione d’Ottobre, fino all’avvento dell’astuto e spietato dittatore, Mikhail Bulgakov (Kiev 1891-Mosca 1940) fu la vittima più illustre della censura governativa. Gli venne impedita la pubblicazione di tutti i suoi romanzi e racconti, da “Il Maestro e Margherita” a “Cuore di cane”, e di tutte le opere teatrali, compreso un commosso e inncocuo “Molière”, nel quale la censura vide chi sa quale messaggio sovversivo. Ma ogni scusa era buona per non far rappresentare lo sgradito scrittore.
Solo dopo morto, solo molto dopo la fine della guerra, quasi ai giorni nostri, venne rivalutato anche dal pubblico moscovita, in un entusiasmo al limite di un incontenibile parossismo.
In realtà, Stalin, come giocando tra gatto e topo, si divertì – forse anche stimandolo – a tenerlo sulla graticola di promesse e lusinghe, consentendogli perfino di farlo lavorare al Teatro Accademico dell’Arte di Mosca, come assistente del direttore di scena. Ed è anche vero che Stalin, tutto sommato, lo difese da persecuzioni ed arresti. Ma per la sua attività di scrittore, la più totale, inappellabile condanna. Nessuna pubblicazione. La morte civile.
Tutto questo, come testo cornice, è presente nella commedia di John Hodge, “Collaborators” (Premio Laurence Olivier 2012), in prima assoluta, ora, al Teatro Filodrammatici.
È uno straordinario avvenimento teatrale. Per più d’un motivo.
L’Accademia dei Filodrammatici compie 220 anni. E già questo merita un rispettoso encomio. Poi, per la prima volta, sul minuscolo palcoscenico del teatrino di Via Filodrammatici, è stata allestita una commedia con quattordici attori in scena, con dei giochini registici alla Feydeau, per intenderci, con porte-armadio che si aprono, lasciando uscire agenti del Politburò e operai marxisti, e con siparietti e separé, esaltati da fasci di luce, che inquadrano ora un’alcova, ora l’ufficio di Stalin, ora i luoghi di tortura, moltiplicando all’infinito le possibilità combinatorie della minuscola scena (che s’è mangiata la prima fila di poltrone, ma di più non si poteva).
Personalmente seguo il Filodrammatici, fin dai tempi di Paride Calonghi e di Esperia Sperani. Mai avevo visto qui una simile ressa attoriale, degna dei palcoscenici del vecchio Lirico o del Teatro Strehler.
Il lavoro di Hodge, poi, è in verità una delle più interessanti e geniali satire di questi tempi (ma, d’altra parte, chi scrive oggi di satira? A memoria, il mio omaggio va all’amico Gigi Lunari).
Hodge, con una genialata da triplo salto mortale, rovescia il rapporto Bulgakov-Stalin.
In un incontro segretissimo, rivoluzionario, da cospiratori, Stalin, in occasione dei festeggiamenti di compleanno per i propri sessant’anni, incontra Bulgakov e gli propone di scrivere una pièce celebrativa in suo onore. Anzi, dato che siamo qui, in segreto, tra di noi, facciamo una bella cosa, la pièce la scrivo io, gli propone Stalin. Facendola figurare poi a suo nome. Quindi, in uno scambio di ruoli, tanto per proseguire nel diabolico giochino, passa allo scrittore gli scottanti documenti del Politburò, perché li valuti e li approvi liberamente, addirittura con facoltà di apporre lui la firma di Stalin. Abile e consumato genio della manipolazione di popoli e di singoli teste, Stalin spiazza e plagia un po’ alla volta l’ingenuo e ignaro scrittore, che si ritrova a firmare condanne a morte, purghe e deportazioni, come un’equazione filosofica, o come un gioco letterario, o come un intreccio teatrale. Stalin ghigna feroce sotto i baffi.
E intanto Bulgakov, con la salute che peggiora di giorno in giorno (era realmente affetto di nefrosclerosi, che lo porterà a morte a soli 49 anni), ora sempre più conscio del diabolico ingranaggio in cui Stalin lo sta amabilmente stritolando, muore in scena, così come era morto il Molière della sua stessa commedia, come descritto da Hodge all’inizio della rappresentazione.
I quattordici attori, in scena al Filo nei due tempi (1 ora e venti più 58 minuti), condotti con divertita padronanza e virtuosistico senso del ritmo da Bruno Fornasari (ch’è anche in scena e ha curato, oltre alla regia, la traduzione della commedia di Hodge, presente alla prima milanese), sono tutti di encomiabile presenza. Fra tutti, almeno segnaleremo l’intenso, tenero, orgoglioso e patetico Bulgakov di Tommaso Amadio; lo Stalin d’uno strepitoso Alberto Mancioppi (con tripudio di applausi e risate sul campo); l’intensa e tenera Emanuela Caruso, moglie di Bulgakov; e poi Emanuele Arrigazzi, piacevolissimo “carattere”. E ancora, Marco Cacciola, Enzo Giraldo, Umberto Terruso. Calorosi applausi per tutti alla fine.

“COLLABORATORS”, di John Hodge, con Tommaso Amadio, Emanuele Arrigazzi, Michele Basile, Marco Cacciola, Emanuela Caruso, Bruno Fornasari, Enzo Giraldo, Marta Lucini, Alberto Mancioppi, Daniele Profeta, Chiara Serangeli, Umberto Terruso, Elisabetta Torlasco, Antonio Valentino. Traduzione e regia Bruno Fornasari. Al Teatro Filodrammatici di Milano – Via Filodrammatici. Repliche fino a domenica 4 dicembre.

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