Alberto Casiraghy il piccolo geniale Gutenberg di Gornasco, raccontato da Soldini nel film “Il fiume ha sempre ragione”

casiraghy-2MILANO, giovedì 8 settembre – (di Paolo A. Paganini) C’era una volta… inizio Anni Settanta, una grossa tipografia, che stampava giornali. Il palazzo che la ospitava, in centro Milano, si chiamava appunto palazzo dei giornali. Le macchine compositrici allora erano le Linotype, che fondevano inesauste righe di piombo dai un crogiuli di lega fusa, che poi, riga per riga, sarebbero state inchiavardate nelle balestre, pronte a fare il loro percorso fino alle rotative. Invece, per comporre a mano titoli e titolini, venivano usati i caratteri mobili, prelevati nelle diverse grandezze dai tanti scompartimenti dei banconi da compositore. Tecnica un poco più evoluta di quanto facesse Gutenberg a Magonza a metà del Quattrocento.
Tra i banconi della tipografia si aggiravano singolari personaggi del giornalismo, alcuni anche famosi, e un eclettico e variegato esercito di tipografi compositori e impaginatori. Su tutti campeggiava il vecchio Sandro, il proto, il capo, il responsabile della tipografia, di bonaria e linguacciuta simpatia. In mezzo a un frastuono di macchinari, di richiami, di raccomandazioni, di appelli, di imprecazioni, guardando il grande orologio che informava inesorabile che, ancora un po’, e poi si sarebbero persi i treni, qui, dunque, si muoveva anche un giovane e gentile tipografo poco più che ventenne. Con affettuosa simpatia, lo chiamavano con il diminutivo, Albertino. Sereno, competente, sempre pronto ad aiutare, precisissimo nel lavoro, era come se aleggiasse intorno a lui un perenne stato di grazia…
Poi, dopo una decina d’anni, cominciarono ad apparire nuove tecniche, nuovi linguaggi, nuove specializzazioni. La grande, storica tipografia cominciò ad abbandonare il piombo per il computer. E Albertino, da un giorno all’altro, regalò tipometro e contafili, depose il camice. E se ne andò.
Emigrò in quel di Osnago, in provincia di Lecco, a un paio di chilometri dall’Adda, portandosi dietro l’odore dell’inchiostro, l’amore per la tipografia e la passione per le cose belle (suonava anche il violino, si dilettava come liutaio e dipingeva). Lì, a Osnago, richiamandosi a Gutenberg, e quindi alla composizione a mano con i caratteri mobili, creò la più affascinante impensabile caotica “bottega” tipografica che si possa immaginare. Albertino – ma ora, con più rispetto, chiameremo, con tanto di nome e cognome, Alberto Casiraghy – cominciò a stampare in proprio minuscoli preziosi libriccini numerati, a tiratura limitata, piccole opere d’arte, con fantastiche figurine miniate o disegnate o incise su legno di pero o semplicemente costruite manualmente a collage.
Dagli anni Ottanta ad oggi, tra inchiostri, caratteri, risme di carta e una modesta macchina da stampa, la “bottega” è diventata una minuscola ma prestigiosa e conosciutissima casa editrice, la “Pulcinoelefante”. In questo piccolo santuario dell’arte tipografica, Alberto Casiraghy inventò, compose, stampò più di diecimila titoli, raffinate raccolte di aforismi, brevi poesie, pensieri fulminanti, blasonati dalla partecipazione autorale di pensatori, scrittori e poeti. Fra tutti, l’amatissima Alda Merini, che gli contraccambiò, per diversi anni, affetto e stima, dedicandogli aforismi, magici pensieri, brevi liriche, lievi come un sospiro, o come un volo di farfalla, o come una carezza. Come questa composizione, breve testo composto su carta a mano:

Quando non riesco
a parlare
vado a prendere
la legna nel bosco
e accendo
le mie speranze

Alda Merini, la “poetessa dei Navigli”, scomparve nel 2009.
Alberto mi mandò allora uno scritto in cui volle manifestarmi il suo commosso compianto, rimasto inedito finora.

PAROLE PER ALDA MERINI

Il destino corre dentro rivoli meravigliosi; luce delle luci, abisso degli abissi, regina dei sussurri, professionista della libertà, voce del profondo, incantevole e atroce. Così era Alda Merini. Nietzsche consigliava di “costruire la casa sotto il vulcano”, Alda abitava in un vulcano: costruiva paradisi e inferni con grande facilità, come un camaleonte cambia continuamente colore, con la facilità dell’istinto. Si parla molto della Sua grande poesia. Ma gli aforismi? Ne voglio citare alcuni che mi ha dettato al telefono:
– L’uomo è nato per correre verso l’infinito.
– La pistola che ho puntato alla tempia si chiama Poesia.
– Ciò che un editore sa dei suoi autori sono solo le virgole.
– Il più bel teatro da guardare è il proprio destino.

Il destino di Alda Merini è stato un teatro anche tragico. L’ha sublimato nella Poesia. Come un piacere effimero ed eterno. Come l’amore. Come una sigaretta.
Alberto Casiraghy, prima e meglio di tanti altri, non ne ha colto solo le virgole, ma il senso eterno di quella sua bellezza nell’inarrestabile corsa verso l’infinito.
Ed ora, Silvio Soldini, ispirandosi all’eclettica sensibilità di Casiraghy, coincidente con il raffinato estro compositivo di un altro stampatore, lo svizzero Josef Weiss, editore di Mendrisio, grafico e certosino restauratore di libri antichi, ha dedicato a entrambi il film “Il fiume ha sempre ragione”, giustamente evidenziando i diversi eppure simili caratteri dei due artisti artigiani, geniali prosecutori dell’antica arte della parola stampata.
Ma perché il fiume ha sempre ragione?
Spiega Casiraghy: “L’Adda ha una storia importante. Qui, Leonardo ha vissuto quasi vent’anni. Disegnò, dipinse l’Adda e il suo meraviglioso ambiente. Fra le rocce di un magico angolo della natura ambientò la sua Vergine delle Rocce. Qui, su incarico di Ludovico il Moro, studiò la canalizzazione dell’Adda per renderlo navigabile. Beh, guardalo adesso, l’Adda: un fiume di gialle chiazze, di oleose bolle… Non ha dunque sempre ragione il fiume di arrabbiarsi?“…