Anacronismi ed ebbrezze di paradisi tecnologici. Il teatro ci è sfuggito. E non ci aiuta più a comprendere il nostro tempo

(di Andrea Bisicchia) Il teatro è, spesso, idolatrato e, nel contempo, detestato, si passa dall’ammirazione, al suo contrario. Qual è il motivo di questo procedimento distopico? Forse va ricercato nel fatto che l’uomo ha sempre visto il teatro come una specie di àncora di salvezza, un luogo dove si possa incontrare qualcuno che cerca di proporti delle verità reali o immaginarie, capaci di dare un senso alla vita.
Quando, allora, lo si detesta?
Quando non svolge più il suo compito, ovvero quando non induce a farti delle domande, quando si esercita come una mera professione che non cerca il dialogo, ma che permette l’esercizio di un mestiere col fine di guadagnare, spesso ricorrendo a materiali che appartengono al passato, nel vano tentativo di riportarlo in vita, esercizio che Bauman chiama “Retrotopia” e che dà il senso dell’anacronismo.
Visto che viviamo in un tempo in cui si cerca di proiettare il presente verso un futuro sempre più tecnologico, anche il teatro dovrà adattarsi. Questo tentativo è chiamato da Fukuyama: “Tecnotopia”.
Il teatro non può non risentire dei risultati di altre professionalità, senza cercare di porsi in una situazione di tipo comparativo. Lo ha fatto nell’ultimo ventennio, col continuo ricorso alla tecnologia per dare un senso alla “nuova scena”.
Chi ama il teatro, chi fa lo spettatore di professione, si pone nella situazione dell’interlocutore che propone delle domande su come il teatro possa farci comprendere il nostro tempo, in un momento in cui è di moda parlare di post-umano, di transumano, ovvero di teorie che guardano sempre più ai risultati della tecnica e della scienza, che hanno abbattuto le barriere di ogni forma di idealismo e quindi di umanesimo, come dire che certi ideali non siano da ricercare  in quel che il teatro attualmente propone, essendo i suoi prodotti più inclini a rappresentare il passato e non il futuro, bensì in quello più attento alle verità della cronaca che non alle verità assolute, quelle che non contemplano la realtà, ma il disvelamento di ciò che sta dentro la realtà.
Abbiamo trascorso un anno, durante il quale sui palcoscenici è stato proposto Dante nelle forme più convenzionali, ora ricorrendo alla didattica, ora alla declamazione, ora ai suoi significati filosofici, ora alle analogie tra l’Inferno dantesco e quello del nostro vivere quotidiano.
Chi ha scelto di non ricorrere alla parola che ritiene ammalata, ha optato per il teatro performativo, di cui bastano due esempi per capire il motivo di tali scelte: la prima riguarda lo spettacolo di Romeo Castellucci, un’”azione” teatrale, e non una rappresentazione, che ha proposto, riferendosi alla pandemia, una parata di scheletri (v. foto in alto), nella notte tra il 20 e il 21 novembre, che ha attraversato, in silenzio, alcuni luoghi storici di Milano, come un “Mistero” medioevale; la seconda riguarda uno spettacolo di Ersan Mondtag, dato al Piccolo, che ha proposto un testo senza parole, ma che deve essere ricreato dalla mente del pubblico.
Sono esempi estremi, ma necessari per capire in che modo, il teatro, possa dare un senso alla vita, da ricercare nel pensiero e nelle capacità di interpretare anche gli “Atti senza parole” di beckettiana memoria.