Anagoor al Teatro Studio. La pietà di Virgilio per le umane sofferenze. E dall’incendio di Troia si arriva alla Shoah

27.1.16 VIRGILIO BRUCIAMILANO, mercoledì 27 gennaio(di Paolo A. Paganini) Un viaggio nel dolore universale. A cominciare dalla storia dei profughi troiani, dopo la distruzione di Ilio. E, via via, per diaspore e genocidi di armeni, birmani, ebrei, slavi, siriani, fino ai tanti naufraghi della vita, tra Libia, Grecia e italiche sponde mediterranee. Un viaggio nel dolore universale, d’ogni tempo e paese. Un universo infinito di dolori individuali e collettivi, raccontati dai mille tragici aedi della storia, dalla Bibbia alla Shoah. Uno spettacolo teatrale può portare veramente lontano, con la mente.
Ma è mai possibile che a questi tragici avvenimenti di persecuzioni di masse, di stragi d’innocenti, d’inaudite sofferenze di donne e bambini, di incendi e distruzioni, di sterminio di popoli ci possa portare, per riflesso, il mite e timido Virgilio, il dolce e malinconico poeta mantovano, il cantore delle Bucoliche e delle Georgiche, l’ispirato vate di orizzonti profumati di primavere fiorite, di languidi greggi, di agresti amori?
La risposta è in “Virgilio brucia”, un laboratorio multimediale di teatro, cinema, effetti musicali, struggenti corali, ostici linguaggi armeni, inglesi, latini, italiani, che la Compagnia veneta Anagoor ha allestito al Piccolo Teatro Studio in un’ora e quaranta senza intervallo, misticamente vissuto – in scena e fra il pubblico – in un rito laico di lancinanti emozioni, in un silenzio da culto esoterico.
La comprensibilità dello spettacolo ha bisogno di molte chiavi.
Diciamo, molto alla buona, che lo spettacolo va condotto per mano, la quale ci vien data da titoli, sopratitoli e didascalie. Insomma, non va dato per scontato che “Virgilio brucia” si riferisca solo alla terza opera di Virgilio, dopo le Bucoliche e le Georgiche, cioè sull’Eneide (il racconto delle vicende di Enea, fuggito da Troia in fiamme e, dopo un lungo peregrinare, approdato sulle rive del Lazio). Lo spettacolo si snoda e si sviluppa anche su innesti di finezze letterarie apparentemente avulse dal contesto, da Hermann Broch (“La morte di Virgilio”) ad Amitav Ghosh (“The glass palace”), a Danilo Kiš (“Consigli a un giovane scrittore”). Tant’è che lo spettacolo, per non andare in confusione, va seguito o affidandosi a lingue e suoni come fonemi e musica e a un intuito commotivo in istintiva empatia con l’espressività attoriale come uno straordinario concertato oppure cercando un percorso logico di più chiara comprensione sul filo dei sopratitoli, ma a scapito della componente emotiva. Ciascuno si regolerà secondo preferenza e cultura.
Ma la struttura dell’allestimento mira ad altri obiettivi. Intanto rende giustizia alla figura del poeta mantovano, che non era forse così mite e timido, succubo celebratore del potere imperiale di Ottaviano, ma anche commosso e tormentato cantore delle umane sofferenze. Ne fanno fede i tre Libri dei dodici dell’Eneide, su cui poggia lo spettacolo: il Secondo (il racconto della distruzione di Troia e la fuga di Enea, con il vecchio padre Amchise e il figlioletto Iulo), il Quarto (l’amore tra Enea e Didone, la quale, disperata, si ucciderà dopo l’abbandono di Enea) e il Sesto (la discesa di Enea nel regno dei morti, dov’è Anchise, che gli indicherà le anime dei discendenti di Enea…)
Non era insomma il tributo di un grande poeta al divino Augusto. Non era un tributo di elogio e sottomissione al potere. Peraltro tutta la storia dell’arte e della letteratura, a ben considerare, porta esempi preclari di genuflessioni al potere, ai Pontefici, agli Scaligeri, ai Medici, agli Sforza eccetera, che ricevettero, più o meno espliciti tributi di riconoscenza attraverso le opere dedicatorie dei loro protetti. Ma non è questo il discorso.
Qui, il fulcro dello spettacolo è il dolore. Il dolore della patria perduta, dell’esilio, delle distruzioni, delle carneficine. L’ispirazione del poeta ha avuto il sopravvento sul disegno dedicatorio all’imperatore Ottaviano, del quale doveva cantare gli eroici lombi da cui discendeva il potere, da Troia a Roma, dagli dei ad Augusto. Virgilio si rese forse conto di essere stato travolto dal dolore e dalla pietà per i vinti. Ne ebbe probabilmente certezza quando lesse a Ottaviano il VI libro dell’Eneide. Quando nominò il nipote prediletto di Augusto, morto un anno prima, “tu Marcellus erit“, la sorella dell’imperatore, Ottavia, svenne.
E del dolore il Sesto Libro ne è chiaro ed esplicito simbolo, fonte di una straziante commozione, che, anche in scena, quando viene recitato quasi integralmente, nel latino di Virgilio, rappresenta il culmine d’un crescendo, che, da solo, è valso tutto lo spettacolo. Virgilio “brucia” insomma, in un fuoco immortale di sublime poesia. E di pietà per le umane sofferenze. E ci è caro ricordare, oggi, nel Giorno della Memoria, una frase dello spettacolo, per mandare al diavolo “chi afferma che ad Auschwitz sterminavano solo i pidocchi e non gli uomini...” (Danilo Kiš).
Spettacolo da gustare ai piani alti dell’intelligenza. Da non perdere.

“Virgilio brucia”, con Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Massimiliano Briarava, Moreno Callegari, Marta Kolega, Gloria Lindeman, Aglaia Zannetti, Monica Tonietto, Artemio Tosello, Emanuela Guizzon. Con la partecipazione straordinaria di Marco Cavalcoli. Regia Simone Derai. Testi ispirati dalle opere di Publio Virgilio Marone, Hermann Broch, Emmanuel Carrère, Danilo Kiš, Alessandro Barchiesi, Alessandro Fo, Joyce Carol Oates – Traduzione e consulenza linguistica Patrizia Vercesi Al Piccolo Teatro Studio Melato (via Rivoli 6, Milano) – Repliche fino a domenica 31 gennaio.