Anche la Giustizia talvolta fa teatro. Già l’Orestea di Eschilo. E poi, nel tempo, fra i tanti: Ibsen e Strindberg e Brecht

(di Andrea Bisicchia) – Il teatro, oltre che aggrapparsi a grandi nomi di registi e attori, in epoche diverse si è attaccato a delle formule, tipo: Il Teatro di Strada, Il Teatro del Corpo, Teatro Documento, Teatro dei Processi Morali.
Maria Dolores Pesce, nella Prefazione al volume di Pietra Selva Nicolicchia: “È di scena la Corte. Il rito processuale tra Giustizia e Drammaturgia”, edizioni SEB 27, ricorda giustamente che il rapporto tra Teatro e Giustizia è nato con l’ORESTEA di Eschilo, nel finale delle Eumenidi, quando una “Corte”, ovvero una giuria, dovette giudicare Oreste per l’assassinio della madre.
Ricorda, anche, che l’esperienza processuale era presente nei “Misteri” medievali, e che sarà utilizzata da scrittori come Ibsen, Strindberg, Brecht.
Infine, inserisce alcuni testi che la storiografia ha attribuito al “Teatro Documento”, al Teatro dei Processi. Mi riferisco a “Cinque giorni al porto”, “8 Settembre”, “Il processo di Savona”. Si è del tutto dimenticata una stagione molto importante che faceva capo a Ugo Betti, a Diego Fabbri e Giuseppe Fava, autori di testi costruiti su Processi veri, come “Corruzione al Palazzo di Giustizia”, “Frana allo scalo Nord”, “Processo a Gesù”, “La violenza”, “L’ultima violenza”, anche se questi ultimi li ho inseriti in un’altra formula, quella di “Teatro e Mafia”.
La formula proposta da Pietra Selva Nicolicchia non è certamente nuova, personalmente sono stato coinvolto, parecchi anni fa, in un “processo”, di cui facevo il difensore, mentre un amico giornalista faceva l’accusatore e un amico avvocato il Pubblico Ministero. A dire il vero, non c’era un testo scritto, perché si improvvisava, benché si citassero, a memoria, dei documenti. Nel nostro caso, ci sono dei testi scritti e dati alla stampa, con un buon lavoro drammaturgico su personaggi molto noti come Bruto, Garibaldi, Kennedy, Andreotti, giudicati in un virtuale tribunale con accusa e difesa e con professionisti non provenienti dal teatro, come Giancarlo Caselli, Marco Travaglio, Bruno Gambarotta, Pietro Ingroia, personaggi abbastanza noti che durante le varie serate hanno fatto al Teatro Carignano di Torino, il tutto esaurito.
Con loro, quando occorreva, partecipava qualche attore professionista. Poiché si tratta di una formula che non prevedeva circuitazione come un normale spettacolo, sarebbe opportuno fare una indagine sociologica sulla tipologia di pubblico, che non definisco spettatore, interessato a queste serate, un pubblico che insegue personaggi che hanno acquisito una fama di tipo cronachistico o televisivo e che è affascinato da qualcosa di diverso dal teatro, anche se la drammaturgia di Pietra Selva Nicolicchia, già autrice di “Processo alla Democrazia”, ha una solidità per la ricerca storica, per l’uso dei dialoghi, che ben si adattano alla formula “La scena e la Corte”.
Poiché dobbiamo parlare del libro, oltre che la Prefazione di Dolores Pesce, attenta studiosa di teatro, vanno segnalati gli interventi, di tipo saggistico della stessa autrice che ci dice cosa intenda lei per “Rito processuale”, e che ci informa sul suo lavoro di drammaturga, dobbiamo citare gli interventi di Laura Savetti Firpo che dà una sua versione del ciclo intitolato “Questione Morale” e di come il Teatro incontri la Legge; di Giancarlo Caselli che si sofferma su “Drammaturgia e procedura penale”; di Bruno Gambarotta su “La Storia alla sbarra”; di Marco Travaglio, su “I processi torinesi”; di Chiara Simonigh su “Storia e Politica”, sulla crisi della rappresentazione a vantaggio di un eccesso di visualità o di sensazionalismo.
Tutto questo al servizio di un pubblico che, attraverso lo strumento del teatro, partecipa attivamente a un dibattito intellettuale, ben diverso da una rappresentazione presente in cartellone nello stesso spazio del Carignano.

Pietra Selva Nicolicchia, “É DI SCENA LA CORTE. IL RITO PROCESSUALE TRA GIUSTIZIA E DRAMMATURGIA”, a cura di Maria Dolores Pesce, Edizioni SEB 27, pp. 290, € 18