Anni ‘60: i “puri” del teatro di tradizione contro i “blasfemi” fautori di Cooperative, Ricerca, Avanguardie e Cantine

(di Andrea Bisicchia) – Enrico Bernard è uno scrittore di teatro, oltre che regista e docente che ha forse avuto più successo all’estero che in Italia, è autore di una ventina di testi, parecchi dei quali tradotti soprattutto in Inghilterra, ma anche in Francia e in Germania.
Ho voluto utilizzare la sua “Trilogia s-naturalista”, formata da tre testi: “Un mostro di nome Lila”, “Cenerentola assassina”, “La voragine”, pubblicati da Bulzoni, per tracciare un breve itinerario della drammaturgia italiana dal secondo dopoguerra a oggi, con i suoi successi, con le sue diatribe e invettive, sia nei confronti dei Teatri Stabili che di Compagnie private alquanto sovvenzionate, accusati entrambi di non accorgersi della loro esistenza.
A dire il vero chi poteva vantare grandi successi era stato Diego Fabbri, l’autore più rappresentato dopo Pirandello, il suo “Processo a Gesù” fu un successo internazionale. Fabbri fu inserito, insieme a Betti, Terron, Bompiani, Giovaninetti, Binazzi tra gli autori dei “Processi Morali”, conseguenze del disastro bellico, che poterono vantare una presenza alternata sui palcoscenici italiani. Accade che, nel 1967, il problema degli autori, divenne oggetto di un Convegno, tenuto a Riccione, durate il quale, si discusse la nascita della Associazione Sindacale Scrittori di Teatro”, che aveva, come Presidente, Renzo Rosso e un Comitato direttivo di cui facevano parte: Maricla Boggio, Franco Cuomo, Luigi Lunari, Dacia Maraini, Roberto Mazzucco, Nicola Saponaro, Aldo Nicolaj. L’Atto costitutivo fu firmato da moltissimi drammaturghi, tra i quali Eduardo, Dario Fo, Luigi Squarzina, Federico Zardi, vi aderirono lo stesso Fabbri, Maurizio Costanzo, Carlo Maria Pensa, Moravia e tanti altri.
Furono in parecchi a vivere il nuovo assetto come l’inizio di un rinnovamento, a cui, nello stesso anno, si contrapposero i partecipanti al Convegno di Ivrea, il cui Manifesto, fu firmato da Ronconi, Bartolucci, Fadini, Capriolo, Quadri, tutti attenti a difendere il Teatro di Ricerca.
Poi scoppiò il ’68, con la crisi degli Stabili, la nascita delle Cooperative, dell’Avanguardia Romana e di autori come Testori, Pasolini, Patroni Griffi, Luzi, che scelsero una loro idea di teatro.
L’Italia teatrale si spaccò in due: quella del Nord, con capitale Milano, ancora erede dell’Illuminismo, e quella del Sud, con capitale Roma, che scelse il Teatro delle Cantine.
Gli autori di teatro, intanto, non demordono, rivendicano, in convegni successivi, che si protrarranno per circa un ventennio, la loro professionalità rifiutando persino il protezionismo statale, perché ritenuto finto, accusando i vari Ministri dello Spettacolo, oltre che grandi Organizzatori come Grassi e Chiesa, dall’altra parte c’erano i cultori di un rinnovamento che poteva avvenire, a loro avviso, con la nascita di gruppi giovanili che, noti come TEATRI ANNI NOVANTA, trovarono ospitalità al Franco Parenti. Enrico Bernard, insieme a Marino Moretti, Pietro Favari, Renato Giordano, Maria Letizia Compatangelo, si inserisce in questa diatriba, schierandosi dalla parte degli Autori, dedicando loro la prima “Enciclopedia del Teatro Italiano (1950-1990) “edita nel 1981 che ebbe numerosi aggiornamenti, tra i quali, il più imponente fu “Autori e Drammaturgie. Enciclopedia del Teatro Contemporaneo” (2017), di cui era Ideatore, Curatore e Direttore Editoriale, mentre a Maricla Boggio fu affidata la Direzione Scientifica.
I tre testi, raccolti dall’Editore Bulzoni, mostrano un forte richiamo alla parola, per le sue valenze liriche e per la poetica s-naturalista che li caratterizza che attribuisce alla Forma una funzione rivoluzionaria che, a sua volta, determinerà il contenuto. I tre testi, pertanto, mostrano non solo delle forti qualità linguistiche, ma anche metaforiche.

“La Voragine” è metafora di quel buco nero che attraversa la società di oggi, condannata verso il baratro, visto il grande vuoto che l’ha colpita.

“Un mostro di nome Lila” è la metafora dei nostri sogni proibiti e, quindi, mostruosi.

“Cenerentola assassina è la metafora della lotta contro il disagio e il malessere che si possono combattere con la creazione di Clubs rigenerativi, come potrebbe essere quello del pugilato che porta, al centro dell’azione, delle lottatrici illegali che li hanno scelti come luoghi di difesa.

Per Bernard, il testo è garanzia di concretezza, contro ogni forma di astrazione, egli utilizza la parola da intendere come “conduttrice di coscienza” o “come portatrice di senso”. Per questo motivo, lo troviamo contro coloro che, nel teatro del terzo millennio, hanno polarizzato la loro attenzione verso forme di contaminazione tra testo e performance, con l’ausilio di tecnologie sofisticate, grazie ad un abile uso della digitalizzazione, sottoposta a sperimentalismi sonori e audiovisivi, tutti a scapito della parola teatrale.

Enrico Bernard, “Trilogia s-naturalista: Un mostro di nome Lila; Cenerentola assassina, La voragine” – Bulzoni Editore 2017, pp. 190, € 18