“Ariadne auf Naxos” a Firenze. Con un cast che più ecumenico non si può. Lo stesso Pereira fa il Maggiordomo!

Le due opere – “Arianna” e la “Gioconda”  (v. recensioni) – sono entrambe andate in scena ieri sera, martedì 7, sia a Firenze sia a Milano. Si deduce che una delle due sia stata vista in prova generale. Siccome ciò è avvenuto con permesso speciale della sovrintendenza, per correttezza non si specifica quale.

FIRENZE, mercoledì 8 giugno ► (di Carla Maria Casanova)Ariadne auf Naxos (Arianna a Nasso) opera in un atto e un prologo di Hugo von Hofmannsthal, musica di Richard Strauss, versione originale tedesca, titolo di non larga frequentazione, quest’anno è in cartellone di ben tre enti lirici: Comunale di Bologna, La Scala di Milano e Maggio Musicale fiorentino (dove era assente dal 1997). È un’opera particolare anche nella produzione dello stesso Compositore. Strauss (Richard, non quello dei valzer, sia chiaro) ci aveva abituati a ben altro. Ed ecco, dopo i poemi sinfonici (Don Juan, Così parlò Zaratustra, Una vita d’eroe…) e le opere (Salome, Elektra…o il pur anomalo Cavaliere della rosa), a un anno di distanza da quest’ultima (1912), uno strano pasticcio, nato come divertissement su una rappresentazione de Le bourgeois gentilhomme di Molière. Una sorta di faceto esperimento, eseguito in casa privata a Stoccarda. Funziona. Allora, librettista e musicista hanno l’idea di costruirci un’opera vera e propria. Verrà rappresentata nel 1916, divisa in due parti distinte: una (il prologo) vorticosa e allegrotta, riproduce l’atmosfera del “dietro le quinte” prima di una rappresentazione, con vezzi, lazzi e ripicche, e la seconda parte (qui le cose si fanno serie) più importante, che percorre il mito di Arianna, figlia di Minosse, abbandonata dall’amato (da lei) Teseo, nell’isola di Nasso (da dove il popolare “piantare in asso”).
Arianna è inconsolabile.
Almeno pare. Poi, chiodo scaccia chiodo, compare Bacco che la trasporta felicemente nell’Olimpo, con un finale che più wagneriano non si può, tra il Fliegender hollander e il Siegfried. Nell’opera straussiana, per arruffare le cose intervengono anche maschere della commedia dell’arte: Arlecchino, Brighella… ma chi se ne importa. Però c’è Zerbinetta, personaggio che diventerà leggendario cavallo di battaglia di talentuosi soprani. Anzi, l’Ariadne è ricordata comel’opera di Zerbinetta”, per quell’aria di astrale tessitura che si cita con il rispetto dovuto alla pazzia della Lucia di Lammermoor o, meglio, alla leggendaria aria della bambola Olympia dei Racconti di Hoffmann. Aria che può decidere della carriera di una cantante.
Oggi, la Zerbinetta avviata verso i fasti della mitica Gruberova scomparsa poco fa, pare sia di buon diritto l’australiana Jessica Pratt. Iniziata alla musica suonando la tromba (!) si è fatta dei bei polmoni. Divenuta belcantista sopraffina, la Pratt debuttava ora al Maggio in questa parte nella versione originale tedesca, dopo averla cantata in italiano a Martinafranca, nel 2020. Purtroppo, a due giorni da una prova generale splendida, la Pratt si è presa una infreddatura e ha dovuto essere sostituita all’ultimo momento da Sarah Blanch, che ha ottenuto la sua dose di applausi entusiastici.
Qui faccio un appunto al regista per aver imposto al personaggio una interpretazione in chiave melodrammatica a mio avviso fuorviante. Vale a dire che Zerbinetta non è più la cinica farfallona (farfallina) rubacuori che se li fa tutti leggermente, ma una ninfomane in orgasmo ad ogni approccio maschile. Va bene che il libretto suggerisce “mai per capriccio, ma per bisogno”, ma… affari suoi. Dare un tocco di realismo alle acrobazie asettiche della funambolica aria significa decisamente ridimensionarle. Per fortuna, l’effetto-ovazione anche per Sarah Blanch non è mancato.
Altre due donne sono da tenere d’occhio nell’Ariadne: la protagonista naturalmente, e il Compositore, che ha voce di mezzosoprano. È la canadese Michèle Losier il cui registro vocale e la figuretta svelta consentono di vestire spesso panni maschili (sarà prossimamente Octavian a Berlino e a Vienna). È proprio allincantevole duetto Cavaliere della rosa/Marescialla che si rifà quello di Compositore/Zerbinetta, momento di estrema seduzione del Prologo. Qui e nell’“Inno alla musica”, la Losier, dolcissima ma appassionata sfodera un fascino irresistibile.
Ariadne è il soprano bulgaro Krassimira Stoyanova, interprete straussiana sontuosa. Ha trionfato come Ariadne anche alla Scala. Nella grande aria e nel finale duetto con Bacco, la Stoyanova raggiunge intensità vocali e interpretative che difficilmente fanno pensare a qualcosa di più perfetto. Bacco (AJ Glueckert, tenore statunitense) ha affrontato l’ingratissima impervia parte con voce sicura e luminosa.
Markus Werba (baritono austriaco) maestro di Musica che appare solo nel Prologo, lascia un segno per l’incisività della sua presenza. Di recente è stato un notevole Onegin all’Opera di Roma.
Infine la chicca, che sta al Niegus della Vedova Allegra: il Maggiordomo. Qualcuno vuole sia, nell’opera, lo stesso padrone di casa travestito. Indispensabile quindi l’aplomb del vero signore. A impersonarlo è addirittura l’eclettico Alexander Pereira, già manager, poi cantante, oggi sovrintendente del Maggio (dopo esserlo stato a Zurigo, Salisburgo, La Scala). Il Maggiordomo è il suo cavallo di battaglia: “L’ho già fatto 6 volte” annuncia con civetteria. Il suo curriculum assicura addirittura 10. Viennese, padrone di cinque o sei lingue, l’unico intralcio, a volte, è proprio sbagliare idioma, dato che il ruolo è parlato (ma per fortuna in tedesco).
A dirigere questo cast che più ecumenico non si può, è il milanese Daniele Gatti, neo direttore principale del Maggio, debuttante nell’Ariadne. Consumato interprete straussiano, Gatti ha confessato di aver faticato a entrare nella “parte” e di essere stato quasi sul punto di rinunciare. Invece, nella parte è entrato eccome. Trovatosi a dirigere un’orchestra di 36 elementi, singolare riduzione per la sonorità straussiana che conosce clangori di ben altro spessore, Gatti, a casa sua con Strauss come con Wagner, ha trovato la giusta intensità drammatica, recuperando anche la grande malinconia che Strauss aveva appena esibito nel Cavaliere della rosa e che qui riecheggia con infinta poesia. Raro ascoltare in musica una crescente estasi d’amore con la potenza del finale dell’Ariadne, dove lo spirito, ma soprattutto l’esplodere dei sensi, assurge a beatitudini ultraterrene.
Gatti, salutato alla fine da una reale ovazione ha lasciato intendere che quale inevitabile prosieguo, il suo prossimo debutto sarà lo straussiano “Cavaliere”.
Lo spettacolo, in scena al Teatro della Pergola, diretto dal rinomato regista tedesco Matthias Hartmann (scene Volker Hintermeier, costumi Adriana Braga Peretzki, luci Valerio Tiberi) lascia il tempo che trova. Soprattutto la regìa, distratta, senza idee particolari, costruita su un ambiente hollywoodiano anni Trenta, piume e lustrini, applicata a tutti con movenze ovvie quando non inutili.
Ma il contesto musicale, eccelso, è tale da mettere a tacere qualsiasi inadempienza. Andare ad ascoltare (anche senza vedere)!!

“Ariadne auf Naxos”, di Richard Strauss – Altre quattro recite in programma: 10,13, 16 giugno ore 20, 18 giugno ore 18. Da non perdere. Anche per rivedere il meraviglioso Teatro della Pergola.