Artaud. L’ossessione della ricerca dell’assoluto. La forza del pensiero tra follia e ragione. Ma nulla si può senza il dolore

(di Andrea Bisicchia) – I veri riformatori della scena non sono coloro che vivono dentro le istituzioni, bensì coloro che utilizzano le istituzioni per portare avanti un progetto. Artaud è sempre vissuto dentro e fuori le istituzioni, è stato importante per il Surrealismo, ma anche per come ha diretto il Teatro Alfred Jarry, ma è stato, inoltre, capace di vivere dentro e fuori la vita, in una sorta di dimensione onirica che aveva a che fare con stati allucinatori.
In tutto il mondo teatrale è conosciuto per il libro “Il teatro e il suo doppio”, considerato un vero e proprio classico, benché contenga argomenti diversi, tra i quali: Note critiche, Recensioni, Riflessioni, solo che tutti gli studiosi hanno cercato di interpretare i concetti trascritti, sia in “Il teatro e la peste”, che sui due Manifesti sul “Teatro della crudeltà”. L’edizione italiana uscì nel 1968, con prefazione di Jacques Derrida, mentre la Nota bio-bibliografica, in quel momento fondamentale per i lettori italiani, fu firmata da Guido Neri.
Da quell’anno, gli studi su Artaud cominciarono a moltiplicarsi, da Carlo Pasi a Franco Ruffini, da Savarese a Umberto Artioli, ciascuno con una propria prospettiva riguardante i rapporti di Artaud con l’arte dell’attore, con i suoi interessi per il teatro orientale e con l’antropologia.
Anche l’editoria si dette da fare, Nuova Alfa Editoriale pubblicò, nel 1989, un volume molto articolato di Monique Borie, “Il teatro e il ritorno delle origini”, dove la studiosa francese si intrattiene sui primi scritti e, pertanto, anche su il “Pesa Nervi”, che oggi possiamo leggere, in versione italiana, grazie alla traduzione di Carmelo Claudio Pistillo, con suo accurato saggio introduttivo e una “Lettera ad Artaud” che dedica, come omaggio, a un artista che amò molto il genere epistolare, vedi, a questo proposito, il volume, pubblicato da Adelphi: “Succubi e Supplizi”, 2004, con traduzione di Jean–Paul Manganaro, contenente una infinità di lettere, che Pistillo ricorda, sottolineando il confine che, in quelle missive, esiste tra follia e ragione, ricordando che Artaud: “è stato un caso unico e irripetibile: profetico, iconoclasta, blasfemo, contraddittorio, ripetitivo, contorto, intraducibile, polemico, imprevedibile, rabbioso e, soprattutto, senza un vero discepolato”.
In questa fitta serie di aggettivi, coniati da Pistillo, c’è tutto Artaud.
Ciò che dilaniava la sua mente era la ricerca dell’assoluto che, in teatro, voleva dire la totalità, solo che l’assoluto non si può raggiungere senza aver attraversato e conosciuto il potere del dolore. Già all’inizio dell’“Agamennone”, Eschilo diceva che non può esserci conoscenza senza il dolore, il medesimo che ha sconvolto tutta la vita di Artaud, perché è proprio il dolore, a suo avviso, che ci mette a contatto col pensiero.
Il “Pesa Nervi” può essere letto come una lotta tra le pulsioni e il pensiero, la paura di Artaud consisteva nel fatto che potesse esserci qualcosa capace di distruggere il pensiero. Ricordo un dramma di Andreev, “Il pensiero” (1914) poco rappresentato, ma necessario per capire quale possa essere la forza del pensiero, capace, persino, di uccidere e di giustificare il proprio atto, da fare intendere come un gesto di follia, insomma una specie di super uomo che fa pensare all’“Enrico IV” di Pirandello.
Artaud sembra volerci dire che l’uomo si costruisce attraverso il pensiero e, quindi, attraverso l’immaginazione. Anche Leopardi, nell’”Infinito”, dice “Io nel pensier mi fingo “, come dire che, col pensiero, si può immaginare persino un infinito che non esiste.
Pistillo ci ricorda che “Pesa Nervi” fu pubblicato nel 1925, nella Collana diretta da Aragon, in 65 esemplari, furono in pochi a comprendere la portata rivoluzionaria di quel testo e la volontà dell’autore di accedere a un pensiero magico, a una alleanza tra carne e intelletto, possibile solo se si cerca di dare vita al pensiero e immetterlo in uno spazio anche invisibile o impossibile, magari attraverso l’eccitazione.
Ecco cosa pensa Artaud del pensiero: “C’ è un punto fosforoso dove tutta la realtà si ritrova, ma mutata, metamorfata, – e da che? – un punto di magico uso delle cose. Io credo alle aeroliti mentali, alla cosmogonie di ognuno”. Bastano queste frasi per capire lo stupore della lingua di Artaud, uno stupore che, lui stesso, era convinto di mostrare, con la consapevolezza che, la terminologia, potesse soffocare il pensiero, il quale deve sempre fare i conti con la lingua, col suo smarrimento, con le sue difficoltà, di cui bisogna prendere atto, anche perché, se non lo si fa, “la scrittura fa schifo” e sono “schifosi” tutti coloro che ne fanno un uso superficiale.
Il volume contiene una ricca Filmografia, Teatrografia e Bibliografia.

Antonin Artaud: “IL PESA-NERVI: FRAMMENTI DI UN DIARIO INFERNALE”, con un saggio introduttivo e una Lettera ad Artaud di Carmelo Claudio Pistillo, anche traduttore. Edito da La Vita Felice 2023, pp. 190, € 14,00