Attraverso il digitale, inventariati e conservati i processi creativi toscani. E già si parla d’una mappatura nazionale

(di Andrea Bisicchia) – Un tempo, quando gli scrittori, i drammaturghi, i registi non erano tanti, si potevano fare delle scelte immediate e procedere, successivamente, a interventi teorici di tipo saggistico, con delle pubblicazioni che esprimevano valutazioni di carattere selettivo che venivano fatte a un anno dagli eventi editoriali e dalle stagioni teatrali, con le conseguenti rappresentazioni. Seguivano dei volumi che davano il rendiconto delle annate letterarie e di quelle teatrali, certamente utili per esprimere, non tanto delle conclusioni, ma dei primi giudizi di carattere storico.
In particolare, fu l’Editore Mursia, con la Collana Civiltà Letteraria del Novecento, a proporre una specie di annalistica sulla narrativa italiana, mentre fu Franco Quadri a fare altrettanto, per quanto riguardava il teatro, con la pubblicazione annuale del Patalogo.
Oggi tutto ciò non è più possibile, perché i prodotti artistici si sono moltiplicati, rendendo difficile il lavoro di selezione e di catalogazione, tanto che il processo di documentazione ha cercato ambiti diversi da quelli della trasmissione libraria, per orientarsi verso la digitalizzazione, che richiede, a sua volta, la conoscenza delle tecnologie applicate a questo sistema e, pertanto, delle competenze particolari.
Un volume, curato da Eva Marinai, Elena Marchesini, Mattia Patti: “Documenti D’Artista”, Pisa University Press, raccoglie ben sedici saggi attraverso i quali gli autori introducono il lettore alla conoscenza di un fenomeno che riguarda, non solo i processi creativi, ma anche la loro conservazione, proprio attraverso il digitale, a cui viene affidato il compito di mappare, inventariare, documentare quanto accade all’interno della creatività artistica. L’ambito nel quale hanno lavorato gli autori, riguarda la Toscana, non per nulla il volume rientra negli esiti di un processo di ricerca presso il Dipartimento Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, di cui è responsabile Eva Marinai. Si tratta di un ambito abbastanza elevato, figuriamoci se si fosse trattato di una mappatura nazionale, benché anche questa sia in via di sviluppo, grazie ai percorsi di confronto che avvengono durante gli incontri annuali sull’argomento che si svolgono a Lucca (LuBecC), ovvero a poche decine di chilometri da Pisa, incentrati sulla libera filiera dei beni culturali, dove vengono anche discusse le regole della digitalizzazione dell’intero patrimonio culturale nazionale.
L’equipe di ricercatori di Pisa è consapevole di trovarsi dinanzi a una fin troppo eccessiva ed eterogenea quantità di dati e di fonti, ha cercato, quindi, di capire fino a che punto le tecnologie digitali possano consentire una maniera diversa di indagare, registrare, documentare il processo creativo e in che modo riuscire ad archiviarlo.
Gli argomenti trattati sono molteplici, si va dalla indagine degli spazi di lavoro degli artisti, all’uso dell’arte partecipativa, alla natura del documentario sull’arte contemporanea, alla sperimentazione audiovisiva femminile, alla curatela delle arti performative, alle Memorie dello spettacolo dal vivo, ben documentate nell’Archivio del Teatro Stabile di Torino, al patrimonio del teatro urbano, con riferimento alla geoscenografia di San Miniato, allo spazio di lavoro di Loris Cecchini, al modello di produzione di arte contemporanea sul territorio, al caso di Pietrasanta, ovvero all’analisi dell’ecosistema del marmo, ai luoghi inventati da artisti, come Madeinfinlandia per costruire occasioni di approfondimento.
Per quanto riguarda il teatro, Eva Marinai dedica un capitolo alle Storie popolari e alle fonti orali di Elisabetta Salvatori che si è fatta notare anche a Milano, al Teatro Franco Parenti, con il suo particolare teatro dell’oralità, in un primo tempo dedicato ai ragazzi e, in un secondo tempo, agli spettatori adulti, grazie alle sue caratteristiche affabulatorie che utilizzano fonti storico-sociali che lei riesce a trasformare grazie alla sua immaginazione di carattere visivo. Eva Marinai ne ripercorre il lavoro fatto sulle fonti orali, accomunandola a Laura Curino, Eleonora Danco, Marco Baliani e Marco Paolini, il cui lavoro è molto simile a quello dei rapsodi, degli aedi, dei cantastorie, oggi riconosciuti come narratori, il cui compito è diventato quello di raccogliere notizie, quelle che non erano state accettate dal potere di turno.
Elena Marchesini ricorda il lavoro di Giacomo Valle, recentemente scomparso, il suo modo di sperimentare, già ricostruito da Anna Maria Monteverdi, la sua particolare attenzione nel condividere e nel rendere fruibile la sua produzione artistica.
Alla curatela delle arti performative, dedica il suo saggio Viviana V. F. Raciti, con la collaborazione di Valentina Valentini e Stefano Scipioni, uno studio attento a considerare importante l’apporto delle nuove tecnologie nei confronti dell’apparato teatrale e del suo processo produttivo, fruitivo e documentario. L’intento è come eternizzare il teatro, oltre il testo letterario e lo spettacolo, facendolo esistere sul Web, grazie a una “pulsione archivistica” che ha prodotto una inarrestabile tensione alla condivisione di banche dati, dimostrando come l’archivistica informatica sia da ritenere fondamentale per avere a disposizione un enorme materiale teatrale che, altrimenti, si sarebbe perso.

Eva Marinai, Elena Marchesini, Mattia Patti (a cura di), “Documenti d’Artista”, Pisa University Press 2021, pp. 220, € 25