“A riveder le stelle”. Il programma del 7 dicembre alla Scala. Tempi e artisti. Dalle ore 17 su Rai 1, Radio 3 e Raiplay

Un momento delle prove. Gli orchestrali, diretti da Chailly, tutti in platea.

MILANO, mercoledì 2 dicembre Un secolo di musica e di cultura italiana ed europea. La sera del 7 dicembre, a partire dalle ore 17, Riccardo Chailly alla guida di Orchestra e Coro del Teatro alla Scala sarà l’anima musicale di un racconto sull’opera e sulla danza la cui drammaturgia è stata pensata e trasformata in spettacolo da Davide Livermore e dai suoi collaboratori. Un racconto che nella sera di teatro musicale più celebrata nel mondo vuole onorare e festeggiare il ruolo centrale che l’Opera e la Danza hanno avuto non solo per la cultura ma anche per la crescita civile del nostro Paese segnandone in modo decisivo l’identità. La serata raccoglie 25 tra i maggiori cantanti del mondo che hanno voluto partecipare a questa serata senza precedenti, ma anche i ballerini scaligeri protagonisti in tre momenti tra i quali una creazione del neodirettore Manuel Legris.

IL PROGRAMMA

  1. F. Cilea – “Io son l’umile ancella” da Adriana Lecouvreur – Registrazione (3’40”)
  2. Inno di Mameli (3’)
  3. G. Verdi – Preludio da Rigoletto (2’30”)
  4. G. Verdi – “Cortigiani vil razza dannata” da Rigoletto – Luca Salsi (4’30”)
  5. G. Verdi – “La donna è mobile” da Rigoletto – Vittorio Grigolo (2’)
  6. G. Verdi – “Ella giammai m’amò” da Don Carlo – Ildar Abdrazakov (10’)
  7. G. Verdi – “Per me giunto” da Don Carlo – Ludovic Tézier (6’30”)
  8. G. Verdi – “O don fatale” da Don Carlo – Elīna Garanča (4’30”)
  9. G. Donizetti – “Regnava nel silenzio” da Lucia di Lammermoor – Lisette Oropesa (8’30”)
  10. G. Puccini – “Tu, tu piccolo Iddio” da Madama Butterfly – Kristine Opolais (4’)
  11. R. Wagner – “Winterstürme” da Walküre – Camilla Nylund, Andreas Schager (14’)
  12. G. Donizetti – “So anch’io la virtù magica” da Don Pasquale – Rosa Feola (5’30”)
  13. G. Donizetti – “Una furtiva lacrima” da Elisir d’amore – Juan Diego Flórez (5’)
  14. (Ballo) Lo Schiaccianoci – Adagio dal Grand pas de deux, Atto II con Nicoletta Manni e Timofej Adrijashenko (5’30”)
  15. G. Puccini – “Signore ascolta” da Turandot – Aleksandra Kurzak (2’30”)
  16. G. Bizet – Preludio da Carmen (2’30”)
  17. G. Bizet – “Habanera” da Carmen – Marianne Crebassa (4’)
  18. G. Bizet – “La fleur que tu m’avais jetée” da Carmen – Piotr Beczala (4’)
  19. G. Verdi – “Morrò, ma prima in grazia” da Un ballo in maschera – Eleonora Buratto (4’30”)
  20. G. Verdi – “Eri tu” da Un ballo in maschera – Geroge Petean (4’30”)
  21. G. Verdi – “Ma se m’è forza perderti” da Un ballo in maschera – Francesco Meli (5’30”)
  22. J. Massenet – “Pourquoi me réveiller” da Werther – Benjamin Bernheim (3’30”)
  23. “Waves” – Ballo con Roberto Bolle (7’)
  24. (Ballo) “Verdi Suite” – Estratti dai ballabili da I Vespri siciliani, Jérusalem, Il trovatore – Coreografia Manuel Legris con Martina Arduino, Virna Toppi, Claudio Coviello, Marco Agostino, Nicola Del Freo (7’)
  25. G. Verdi – “Credo” da Otello – Carlos Álvarez (5’)
  26. U. Giordano – “Nemico della patria” da Andrea Chénier – Plácido Domingo (5’)
  27. U. Giordano – “La mamma morta” da Andrea Chénier – Sonya Yoncheva (5’)
  28. G. Puccini – “E lucevan le stelle” da Tosca – Roberto Alagna (3’30”)
  29. G. Puccini – “Nessun dorma” da Turandot – Piotr Beczala, che sostituisce Jonas Kaufmann, assente per indisposizione (3’)
  30. G. Puccini – “Un bel dì vedremo” da Madama Butterfly – Marina Rebeka (4’30”)
  31. G. Rossini – “Tutto cangia”, finale da Guglielmo Tell (3’30”) – Eleonora Buratto, Rosa Feola, Marianne Crebassa, Juan Diego Flórez, Luca Salsi, Mirko Palazzi

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Teatri senza pace in tempo di “covid”. Dal Teatro di Roma all’Emilia Romagna Teatri, al Teatro Friuli Venezia Giulia

(di Andrea Bisicchia) – L’epidemia ha contagiato tutti, anche i teatri, non solo perché rimarranno chiusi, non si sa fino a quando, ma anche perché l’epidemia-politica si è messa in moto per le nuove nomine.
Così, dopo la decisione del Piccolo, conclusasi con l’elezione di Claudio Longhi, è rimasta scoperta quella di Emilia Romagna Teatri e del Teatro del Friuli Venezia Giulia, mentre al Teatro di Roma sembra che la nomina di Francesco Pinelli sia ritornata in forse, per motivi che riguardano lo stipendio (200 mila euro l’anno), ritenuto molto elevato dal Cda che, nell’ultimo consiglio di amministrazione, non ha nascosto certi dubbi sul proprio operato, mentre il suo presidente, pro tempore, viene accusato di poca chiarezza nella nomina di una serie di consulenze, da parte del consigliere di Fratelli d’Italia, il quale sostiene di voler portare il caso “all’Autorità nazionale anticorruzione, alla Corte dei Conti e alla Procura per danni erariali”.
L’epidemia politica si muove per gestire i propri interessi, che non sono certo di natura teatrale. Come è noto Pinelli fu preferito a Luca De Fusco, solo perché costui era incompatibile con Barberio Corsetti, trattandosi di due galli nello stesso pollaio.
De Fusco, considerando difficile l’opzione per l’ERT, essendo appoggiato dalla Destra, ha optato per il Teatro del Friuli Venezia Giulia, dove, come è noto, Presidente della Regione è Massimiliano Fedriga della Lega.
L’altro pretendente è l’attore Luca Lazzareschi che ha anche diretto il Festival della Versiliana con ottimi risultati artistici e amministrativi, una competenza richiesta dallo Statuto per aspirare alla direzione, dato che, dopo la scadenza di Franco Però, il CDA, per il nuovo incarico, richiede conoscenze anche in ambito tecnico-amministrativo.
Per quanto riguarda Emilia Romagna Teatri, visto che dal primo dicembre Claudio Longhi è, a tutti gli effetti, il nuovo direttore del Piccolo, e visto che per il nuovo Direttore non ci sarà gara, ma chiamata diretta, i nomi che circolano son quelli di: Romeo Castellucci, Lino Guanciale, Antonio Latella ed Elena Gioia, curatrice di progetti culturali a Bologna, appoggiata dall’Assessore alla Cultura.

Senza il suo pubblico, ma con una gran volontà di esserci, ecco, grazie alla Rai, il Sant’ Ambrogio del Teatro alla Scala

MILANO, mercoledì 25 novembre Con il liberatorio e ottimistico riferimento dantesco “A riveder le stelle”, la Scala avrà il suo Sant’Ambrogio. Non quello tradizionale. Ma una grande Serata di musica e danza,  nonostante la chiusura dei teatri e il perdurare dell’emergenza sanitaria. Un Sant’Ambrogio scaligero grazie alla collaborazione con Rai Cultura, che la trasmetterà su Rai 1, Radio 3 e Raiplay a partire dalle ore 17.
Il 7 dicembre ventiquattro tra le più grandi voci del nostro tempo saranno a Milano per testimoniare la loro vicinanza a un teatro che più di altri è stato colpito dalla pandemia.
Direttore Musicale M° Riccardo Chailly, regista Davide Livermore.
Oltre ai cantanti e ai ballerini, ai professori d’orchestra e agli artisti del coro, sarà anche la serata dei tecnici, dei sarti, degli scenografi, di tutti quei lavoratori che dopo la ripresa di settembre, quando la Scala ha presentato un programma di 66 serate di spettacolo fino al 7 dicembre, hanno dovuto sospendere l’attività di fronte alla seconda ondata di coronavirus che ha investito tutto il mondo, e la città di Milano in particolare, portando il contagio anche tra le mura del Piermarini.
In queste settimane ancora drammatiche, sarà una serata di speranza e di determinazione in cui la Scala e la Rai porteranno nelle case degli Italiani (ma anche in Francia e Germania grazie all’accordo con Arte, e in numerosi altri Paesi) il valore dell’opera e della danza attraverso i loro interpreti più alti, ribadendo accanto alla capacità dell’arte di esprimere sentimenti, passioni, bellezza, anche la sua funzione civile.
La serata, incentrata sul repertorio italiano, e su pagine di grandi compositori europei, inizierà da estratti di opere di Giuseppe Verdi per continuare con Gaetano Donizetti, Giacomo Puccini, Georges Bizet, Jules Massenet, Richard Wagner e Gioachino Rossini. Le musiche dei balletti sono di Pëtr Il’ič Čajkovskij, Davide Dileo, Erik Satie e Giuseppe Verdi.
Coreografie di Manuel Legris (che contribuisce alla serata con Verdi Suite, una creazione in omaggio alla musica italiana), Rudolf Nureyev e Massimiliano Volpini.
Le arie d’opera e i momenti di danza saranno collegati e contestualizzati da testi recitati da attori, a significare la continuità tra le arti già indicata dal titolo che riprende “e quindi uscimmo a riveder le stelle”, il celebre verso con cui si chiude l’Inferno della Divina Commedia, nel settecentesimo anniversario della scomparsa di Dante Alighieri.
Saranno presenti i cantanti Ildar Abdrazakov, Roberto Alagna, Carlos Álvarez, Piotr Beczala, Benjamin Bernheim, Eleonora Buratto, Marianne Crebassa, Plácido Domingo, Rosa Feola, Juan Diego Flórez, Elīna Garanča, Vittorio Grigolo, Jonas Kaufmann, Aleksandra Kurzak, Francesco Meli, Camilla Nylund, Kristine Opolais, Lisette Oropesa, George Petean, Marina Rebeka, Luca Salsi, Andreas Schager, Ludovic Tézier, Sonya Yoncheva. Tutti artisti che hanno collaborato in passato con il Teatro alla Scala e in molti casi ne hanno fatto la loro casa musicale partecipando a diverse produzioni.
Nella parte dedicata al balletto, diretta da Michele Gamba, saranno protagonisti l’étoile Roberto Bolle, i primi ballerini Timofej Andrijashenko, Martina Arduino, Claudio Coviello, Nicoletta Manni e Virna Toppi e i solisti Marco Agostino e Nicola Del Freo.
L’impianto scenico, che vede protagonista il Teatro con l’Orchestra al centro della platea e artisti collocati non solo in palcoscenico ma collegati dai palchi e in diversi spazi dell’edificio e dei laboratori, è firmato dal regista insieme a Giò Forma, con le scenografie digitali di D-Wok.
La trasmissione su Rai 1, che si avvarrà di dieci telecamere e di un gruppo di registi coordinati da Stefania Grimaldi, sarà presentata per il quinto anno consecutivo da Milly Carlucci, a cui si aggiungerà per la prima volta Bruno Vespa.

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Il Diluvio mesopotamico, scatenato dalla collera degli dei sumerici, stanchi del chiasso e delle baldorie degli uomini

(di Andrea Bisicchia) I libri di Roberto Calasso sono anche un invito alla lettura e alla conoscenza delle nostre origini, come ci vengono narrate dalle letterature e dalle religioni orientali. Nel caso del suo ultimo volume: “La Tavoletta dei Destini”, pubblicato da Adelphi, Calasso ha voluto raccontarci, utilizzando la sua immensa conoscenza della letteratura mesopotamica e della religione sumerica, come il mondo sia stato salvato dall’estinzione, dopo che gli dei avevano deciso di scatenare il Diluvio per punire gli uomini, incapaci di controllare i loro “schiamazzi”. Nel frattempo, Calasso si addentra nell’Olimpo degli dei, dei loro contrasti, delle loro leggi, raccolte nella Tavoletta dei Destini, che riguardavano le collettività viventi tra il Tigre e l’Eufrate.
Come è noto, nella tradizione biblica, il Diluvio dura 40 giorni, mentre le acque cominciarono a ritirarsi dopo 150 giorni. Il Signore si era rivolto a Noè (Genesi, 7) per preparare l’Arca. Il motivo del Diluvio biblico è, in fondo, lo stesso di quello della tradizione sumerica, perché dovuto alla stessa collera divina, però causata dalla malvagità degli uomini, solo che tale collera, per gli dei mesopotamici, era conseguenza delle baldorie degli uomini. Da tutto ciò si evince che i miti sono dei racconti autonomi che, però, si intrecciano, si contaminano, soprattutto, se vagano da occidente a oriente, e viceversa, trasformandosi in una materia che la si può combinare o scombinare, contrapporre o isolare.
Il racconto di Calasso inizia con la figura di Utnapishtim (Il Remoto), l’eroe babilonese del Diluvio universale, il quale racconta a Sindbad il Marinaio, di origine persiana che, dopo una tempesta era stato accolto in una sua tenda, a Dilmun, in stato di dormiveglia, la sua storia, dopo infiniti anni di silenzio, tanto che diceva di poter vantare, lungo quel tempo, soltanto due visite, quella di Sindbad, appunto, e quella di Gilgamesh, l’eroe della città di Uruk, le cui vicende appartengono non solo al mito, ma anche al leggendario.
Sindbad ascolta il racconto del Diluvio e dei suoi protagonisti: gli Anunnaki che avevano convocato Namtar, il dio della morte, per punire gli uomini, perché chiassosi. Il Diluvio fu deciso senza il concorso di Ea che, con Anu ed Enlil, costituisce la triade del pantheon babilonese, la quale si affrettò ad avvertire Utnapishtim perché costruisse un “battello” (l’Arca) e gremirlo di tutte le specie animali.
Calasso non si limita a raccontarci solo il Diluvio, ma lo arricchisce con altre storie che appartengono alle divinità mesopotamiche, dove non poteva mancare la storia di Ishtar, che ricorda quella di Venere per il suo potere seduttivo e non solo, perché la madre Ea le aveva donato ben 105 poteri, tra i quali quello di scendere agli inferi e poterne risalire.
Durante i racconti, Calasso fa intervenire Sindbad con una domanda riguardante il Destino, avendo, più volte ascoltato, durante i suoi viaggi, “Non si sfugge al destino”. Egli non conosceva le storie degli dei, bensì quelle di mercanti, di principesse e di prostitute, quelle degli dei lo lasciavano perplesso, ma lo incuriosivano, tanto da rimanere affascinato in particolare dalla storia avventurosa di Gilgamesh e di Enkidu, del loro scontro con il mostro Umbaba, del potere dei sogni e di quello dell’amore, benché Gilgamesh avesse rifiutato di unirsi a Ishtar. Per Sindbad sono storie divine che appartengono a una cosmologia che non conosce, dove troviamo divinità come Morduk che, utilizzando gli immensi corpi di Tiamat e Apsu, diede vita a una cosmogonia, non certo tranquillizzante, visto che anche nel mondo degli dei esistevano risentimenti e vendette, come dire che, senza di loro, poteva essere tutto più facile.
Anche la storia della Tavoletta dei Destini fu alquanto tormentata, perché chiunque degli dei la possedesse, poteva disporre di una “suprema potenza”. In essa era ricostruito l’ordine delle cose, oltre che come celebrare i riti e come attuare le leggi, ma anche come distinguere il giusto dall’ingiusto. Si trattava, insomma di “una gabbia cosmica” che sopravanzava lo stesso potere degli dei. Eppure c’era una differenza tra Destino e Necessità.
Scrive Calasso: “La necessità non significa, il destino significa”, il destino, alla fine, si sovrappone alla necessità, anzi, in quel tempo, era meglio vivere imprigionati dal destino che abbandonati alla turbolenza del caso.
Mi vengono in mente due testi esemplari: “Il destino della necessità” di Severino e “Il caso e la necessità” di Monod, perché sono tanti gli stimoli offerti dai racconti di Calasso che, pur appartenendo al mondo dei miti, rimandano al mondo di oggi.

Roberto Calasso, “La Tavoletta dei Destini” – Adelphi 2020 – pp.146 – € 18