L’insano, perverso godimento della mente che odia quando, per invidia o gelosia o vendetta, vede le sofferenze altrui

(di Andrea Bisicchia) – Milena Santerini, docente di Pedagogia generale e interculturale, all’Università Cattolica di Milano, ha pubblicato, per Cortina Editore, “La mente ostile. Forme dell’odio contemporaneo” che, una volta letto, fa capire quanto sia assurdo praticare l’odio in società avanzate come le nostre. Eppure, proprio questo avanzamento può ritenersi una forma di involuzione, ben testimoniata dai paradossi creati dalla globalizzazione, grazie alla quale, l’odio si è universalizzato e collettivizzato. L’autrice, pertanto, si chiede se sia possibile che la nostra mente possegga una forma innata di ostilità e come il cervello possa essere stato programmato per odiare.
C’è da dire che i gesti d’amore non fanno notizia, al contrario di quelli dell’odio che alimentano tutte le forme di comunicazione, tanto da essere rincorsi dai media di ogni tipo. L’odio crea contrapposizione, conflitto, intolleranza, ostilità, non produce alcuna dialettica, anzi genera separazione e non distingue il bene dal male, dato che il suo supremo godimento consiste nel vedere soffrire l’Altro. Sappiamo come, in tutte le professioni, si sia particolarmente felici quando si ha notizia della sconfitta dell’Altro, verso il quale non mancano parole ipocrite di dispiacere.
Chi frequenta il teatro, per fare un esempio, sa bene quanto gaudio apporti la critica negativa di uno spettacolo che non sia il proprio. Le neuroscienze non sono ancora riuscite a spiegare il motivo per cui si gode delle sofferenze altrui, specie quando si assiste al declassamento di una professione (sempre parlando di teatro), a causa di una messinscena o di una interpretazione sbagliata. Si tratta di un piacere insano che disumanizza gli stessi rapporti sociali.
L’autrice si chiede, inoltre, quali siano le costanti e le differenze, in una mente ostile, che possano esserne le vere cause: gelosia? vendetta? frustrazione?, sembra che non possa esserci nulla di positivo all’interno dell’odio, perché trattasi di un sentimento perverso e, in molti casi, di una prerogativa necessaria per una particolare forma di creatività, come dire che se odio chi è più bravo di me, cerco, attraverso l’odio, di mettermi in concorrenza, magari per dimostrare di essere io il più bravo.
L’autrice ha diviso il suo lavoro in sette capitoli, lungo i quali si è posta una serie di riflessioni sulla “mente che odia”, sul rapporto tra ragione ed emozioni ostili, sulle origini del male, sulla banalità dell’odio, sia singolo che collettivo, sui meccanismi che lo producono, sui destinatari, che sono tanti e, magari, i soliti: ebrei, islamici, zingari , omosessuali etc, ritenendo, l’odio, una forma di difesa nei confronti di un nemico, spesso, immaginario, prodotto dalla necessità di difendere una specie che si sente minacciata.
Le neuroscienze stanno studiando i comportamenti ostili, partendo dalle reazioni primordiali, dimostrando come i neuroscienziati non siano molto diversi dagli antropologi che, per spiegare il mondo attuale, sentono il bisogno di rapportarsi con quello primordiale. Dietro l’odio e la violenza, possono intravedersi meccanismi di carattere evolutivo che, dalle origini, sono pervenuti fino ai nostri giorni.

Milena Santerini, “La mente ostile. Forme dell’odio contemporaneo” – Cortina Editore 2021, pp. 230, € 19.

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Al Piccolo Teatro la centenaria segretaria di Goebbels, vissuta in scena dalla stupefacente novantenne Franca Nuti

MILANO, domenica 9 maggio ► (di Paolo A. Paganini) Brunhilde Pomsel (Berlino 1911 – Monaco di Baviera 2017), durante gli ultimi tre anni della Seconda guerra mondiale, fu la segretaria personale di Joseph Goebbels, Ministro della propaganda nazista e fedelissimo a Hitler. Vissuta lucidamente in un pensionato per anziani fino ai 107 anni (pranzando sempre in camera propria, perché non sopportava tutti quei vecchi!), fu una delle ultime testimoni del regime nazista.
Con il film documentario “A German Life”, Christian Krönes, Olaf Müller, Roland Schrotthofer e Florian Weigensamer, nel 2016 fecero in tempo a raccogliere una sua preziosa intervista e una lunga descrizione di vicende personali, mettendone in luce peraltro la singolare personalità professionale, come segretaria stenografa e dattilografa di Goebbels (sembra che brillasse soprattutto per la straordinaria velocità nella ripresa dei testi sotto dettatura del suo capo).
Per il resto: fedele, attenta, precisa, discreta, rispettosa fino all’ossequio, Brunhilde aveva un vero e proprio culto della personalità, o, forse, della persona di Goebbels, il quale, piccolo, magro, claudicante per una menomazione fin dalla nascita, possedeva però un fascino straordinario nella bella voce e nella trascinante eloquenza bellica. Oltre che nella sua famelica ossessione per le donne. Ma, per ammissione della stessa segretaria, lei non si accorse mai di niente, di quanto avveniva intorno a lei, nemmeno di tutti gli orrori del nazismo, né delle atrocità compiute dal Terzo Reich, né dei sei milioni uccisi nei campi di concentramento. Lei si limitava a chiedersi, con lo spicciolo spirito pratico che non si domanda il perché delle cose, che fine avesse mai fatto quella cara signora che le vendeva il sapone.
Brunhilde Pomsel sosteneva che, solo con la fine della guerra e la caduta del nazismo, lei e il popolo tedesco vennero a conoscenza di tanta sanguinaria barbarie. “Prima era stato tutto nascosto. E ha funzionato”.
E lei fino alla fine, quando era ormai chiaro che tutto era finito, seguì ciecamente il suo capo nel bunker di Hitler, indifferente all’apocalisse che si stava scatenando, con i sovietici a meno di 400 metri. Ma lei, la fedelissima Brunhilde, doveva magari terminare di battere a macchina gli ultimi comunicati del guru mediatico dell’apparato nazista.
Il 30 aprile 1945 Hitler si sparò un colpo alla testa dopo avere ingerito una capsula di cianuro, e sua moglie Eva Braun lo seguì anche lei con il cianuro.
L’1 maggio ci fu l’atto finale della tragedia nel bunker. Joseph Goebbels e sua moglie Magda si suicidarono, dopo aver avvelenato col cianuro i loro sei figli.
E Brunhilde si incaricò di cucire la bandiera bianca, quando lei e i pochi sopravvissuti si arresero alle truppe sovietiche…
Una vita romanzesca, che Franca Nuti, sul palcoscenico del Piccolo Teatro Grassi, con il giovanile miracolo dei suoi 92 anni, fa intensamente rivivere in un affascinate monologo di un’ora e trenta.
Franca Nuti non ne fa un’appassionata drammatizzazione, ma una pudica interiorizzazione, con stupori e sorprese per le vicende storiche che Brunhilde preferì vivere in disparte, in un atarassico senso del dovere. La Nuti lo fa suo. Solo quando vengono assassinati i sei figli di Goebbels, l’attrice, al ricordo, grida il dolore, come per un’assurda incomprensibile assurdità vissuta da Brunhilde, una donna che non aveva avuto figli, e forse nemmeno uomini. Ma qui, nel rivivere la centenaria segretaria di Goebbels, ne fa un coerente dispiego di normalità. Brunhilde fu una perfetta segretaria stenografa. La Nuti non se ne discosta, descrivendo, dalle abissali distanze della sua età, una tragica storia di uomini, perché così andava il mondo. E lei non poteva farci niente. Franca Nuti ne fa una stupefacente lezione di teatro, con pause non più eloquenti di una fredda pagina di storia, e con la descrizione di pagine di storia immortalate con la freddezza di una testimonianza sotto giuramento.
E, alla fine, applausi a non finire, fiori, e grida entusiastiche. In suo onore. E forse anche per la fine di una lunga e tragica storia pandemica.

Piccolo Teatro Grassi (Via Rovello 2 – Milano), dall’8 al 16 maggio 2021: “A German Life”, di Christopher Hampton, tratto dalla storia vera e dalla testimonianza di Brunhilde Pomsel, basato sul film documentario “A German Life”. Regia Claudio Beccari. Con Franca Nuti.
Informazioni e prenotazioni 0242411889.
www.piccoloteatro

 

Un ormai europeizzato Woody Allen, tra mondo reale e immaginario, rimette in moto la sua macchina dei sogni

(di Marisa Marzelli) Se gli americani gli hanno voltato le spalle, condannandolo alla cancellazione e all’oblio in mancanza di condanne penali, travolti dal sacro fuoco che non conosce il beneficio del dubbio, l’85enne Woody Allen ha trovato rifugio artistico in Europa, che cinematograficamente l’ha sempre amato più dei suoi compatrioti. Così, esce nelle nostre sale il suo cinquantesimo titolo Rifkin’s Festival. Cosa c’è di meglio di una sua commedia dolce-amara per rimettere in moto quella macchina dei sogni che è il cinema – con un omaggio ai classici del passato – per tornare (si spera con continuità) alle proiezioni dal vivo?
Certo, il peso degli anni e della cattiva stampa domestica hanno un po’ appannato il regista di New York ma non le sue battute folgoranti, lo sguardo lucido sulle cialtronerie del mondo culturale e l’introspezione, più efficace delle sedute dallo psicoanalista. Pregi e difetti del cinema alleniano tornano puntuali in Rifkin’s Festival, ennesima riflessione su mondo reale e immaginario.
Il Festival del titolo è quello di San Sebastian, nei Paesi Baschi, dove il maturo Mort Rifkin (Wallace Shawn), già professore di cinema e ora alle prese con la scrittura del suo primo e ambizioso romanzo, si reca con la moglie Sue (Gina Gershon) addetta stampa di un giovane regista francese in ascesa, velleitario e narcisista (Louis Garrel). Mentre la moglie sembra un po’ troppo impegnata a pilotare il rampante emergente tra interviste, cocktail e ricevimenti festivalieri, tanto che Rifkin sospetta tra i due più di un semplice rapporto professionale, lui vaga per la città e, ipocondriaco com’è, finisce per conoscere una giovane dottoressa malmaritata con un pittore. Sin qui è il tradizionale incrocio di coppie delle sceneggiature alleniane. Ma Rifkin sogna spesso, e sogna i grandi film del cinema classico che continua a ritenere molto più significativi dell’attuale produzione intellettualistica e banale. Solo che nelle scene clou ricostruite in bianco e nero di film famosissimi (da Quarto potere a Fellini 8 e ½, Jules e Jim, A bout de souffle, Un uomo, una donna e altri capolavori, da Bergman a Buñuel) tra i protagonisti c’è sempre anche lui. Il miracolo lo compie il direttore della fotografia Vittorio Storaro (alla sua quarta collaborazione con Woody Allen) che riesce in pochi fotogrammi a ricostruire l’atmosfera di quelle opere. Invece, dei film di oggi proiettati al festival basco non vediamo nemmeno un’immagine, ascoltiamo solo elogi esagerati, come nel caso del presuntuoso Garrel.
Come sempre, Allen ha non solo diretto ma anche scritto Rifkin’s Festival e il livello delle battute è spesso alto, a tutto campo con le tematiche predilette: gli ebrei, Dio, la guerra, gli intellettuali, l’amore, il matrimonio, l’esistenza. Incastonato tra due sedute del protagonista dal proprio analista (alla fine non si sente l’ultima risposta del terapeuta) il racconto ha qualche momento centrale di stanca, il ritmo rallenta e perde compattezza. Ma poi recupera soprattutto nell’incontro surreale del protagonista con la Morte (bel cameo di Christoph Waltz) de Il settimo sigillo di Bergman, che si disinteressa della partita a scacchi ed elargisce consigli salutisti su come mantenersi in buona salute.
Ribadito che chi non ama Allen trova ogni suo film uguale agli altri con solo lievi variazioni e che invece chi è un suo fan è sempre incantato dalle tante intelligenti variazioni possibili, qui ci sono in effetti elementi nuovi. A partire dal fare di necessità virtù. I film che Allen ha girato fuori da New York sono sempre stati tacciati di operazione-cartolina, grande spot pubblicitario che si lega a una specifica città (Vicky, Christina, Barcelona, Midnight in Paris, To Rome with Love). Anche stavolta San Sebastian splende come località turistica da sogno. E la città ha reso omaggio al regista l’anno scorso a settembre programmando Rifkin’s Festival come titolo inaugurale. Ma alcuni di questi lavori “sponsorizzati” si sono anche rivelati tra i migliori della filmografia di Allen come nel caso di Midnight in Paris, che a livello di struttura del plot ha più di un’affinità con Rifkin’s Festival, nonostante parli di nostalgia non di grande cinema ma di grande letteratura. Comunque, nel caso di Rifkin’s Festival probabilmente non c’erano alternative: in mancanza di finanziamenti americani la produzione è solo spagnola e italiana. Quanto alla scelta dei protagonisti, pare evidente che i divi statunitensi si sono dileguati. Allen è diventato veleno per il box office.
Quando il regista, per ragioni anagrafiche, ha smesso di interpretare se stesso e le sue nevrosi, l’alter ego era quasi sempre il divo del momento. Stavolta è invece il bravo caratterista Wallace Shawn (per la sesta volta in un film di Woody Allen), già anzianotto, con la pancetta e i piedi piatti. Un’autoironica ma anche malinconica ammissione di declino da parte del regista.

Storie di ordinaria disabilità da tutto il mondo. In mostra a Milano le foto di Christian Tasso. Perché nessuno è escluso

Christian Tasso davanti alla fotografia “Ogni giorno vado al mare” – Manzanillo, Cuba, 2016

MILANO, mercoledì 5 maggio ► (di Patrizia Pedrazzini) C’è la mamma cambogiana che, accovacciata a terra, regge fra le gambe il figlioletto. E la donna mongola – il viso solcato dal vento e dalle rughe – tutta presa, fuori dalla sua tenda al tramonto, ad accarezzare, abbracciandola, una capretta. Ci sono tre ragazzine nepalesi che hanno tutta l’aria di tre amiche abituate a sostenersi sempre a vicenda. E poi c’è lui, il vecchio e il mare, il pescatore cubano intento a condurre la barca verso acque pescose.
Storie di ordinaria umanità, qua e là in giro per il mondo. Solo che il bambino è down, le tre amiche hanno evidenti protesi alle gambe, all’uomo manca mezzo braccio e la donna ha, anche se nemmeno si vede bene, problemi alle mani. Storie di ordinaria disabilità, allora. Sicuramente, tuttavia talmente ordinaria che, anche quando (ma non sempre) è palese, difficilmente si mostra.
Ovvero la disabilità non come un’eccezione, bensì come uno dei numerosi elementi che costituiscono l’identità di un essere umano. Insieme alla sua quotidianità, al suo lavoro, ai suoi affetti, al piacere di stare in famiglia, a quello di vivere.

Pokhara, Nepal, 2015 – “So bene che per promuovere meglio i nostri diritti abbiamo bisogno di sapere quale sia la realtà. Così vado in montagna per raccogliere informazioni sulle persone con disabilità che vivono nei villaggi remoti.” – (40 x 40 cm) – ©Christian Tasso

Di questo parla “Nessuno escluso”, la mostra del giovane fotografo Christian Tasso (è nato a Macerata nel 1986), aperta fino a venerdì 28 maggio alla Fabbrica del Vapore di Milano. Trentadue immagini in bianco e nero, dieci delle quali di grande formato, tutte esclusivamente da pellicola sviluppata in camera oscura, che fissano situazioni, momenti, persone, catturati dall’obbiettivo dell’autore, fra il 2015 e il 2020, in almeno quindici Paesi del mondo, dall’Europa all’Asia, al Sudamerica, all’Africa. All’insegna della curiosità nei confronti del genere umano, della ricerca di un rapporto tra memoria e territorio, del profondo legame fra l’umanità e la natura.
Al di là degli stereotipi. “Sono partito, in questo mio progetto, da un approccio sbagliato. Per arrivare, poi, a capire che le persone affette da disabilità non sono né campioni di sofferenza, né supereroi. Mi sono ritrovato, alla fine, a chiedere loro come volessero essere rappresentate”. E la risposta è stata la stessa per tutti: così come siamo, per quello che siamo, e per quello che facciamo.
Così le fotografie di Tasso non sono “estreme” (come quelle dell’americana Diane Arbus, per esempio), non si discostano volutamente dalla “normalità”, non mettono a disagio chi le guarda. Sono solo semplici, nitide storie di ordinaria umanità. Casualmente disabili. E in questo risiede la loro forza.
La mostra è prodotta da ART for The World, organizzazione non governativa fondata a Ginevra nel 1996 e associata al Dipartimento delle Nazioni Unite per la pubblica informazione.

Christian Tasso, “Nessuno escluso”, Milano, Fabbrica del Vapore, fino al 28 maggio 2021.

www.eventbrite.it