Estinzione della razza umana. E della tournée. Un prezioso testo di Aldrovandi. Dopo due anni, meriterebbe altre riprese

(di Andrea Bisicchia) A chi ci aggrappiamo nel momento in cui la vita è in pericolo o sta per finire? Come ci comportiamo quando il mondo esterno ci minaccia o quando la nostra attività cognitiva è messa in crisi da eventi patogeni? E ancora, quale arma possediamo quando, un virus, cerca di cancellare la razza umana, o trasformare gli uomini in tacchini? A queste domande ha cercato di dare delle risposte Emanuele Aldrovandi col suo testo, di cui ha curato la regia: “L’estinzione della razza umana”, visto al teatro Masini di Faenza, che si è imposto nei circuiti dei teatri nazionali, come novità assoluta, non solo per la curiosità tematica, ma anche per la capacità drammaturgica, finalizzata a fare riflettere su una materia scottante, qual è quella dei virus, che lui ha affrontato senza fare ricorso al metateatro o alla cronaca che ritengo un limite, quando non è sublimata dalla fantasia. Aldrovandi è diventato un autore di successo, direi meritato, perché la commedia ha una sua qualità specifica, quella di “trascrivere”, la realtà, per trasferirla in una dimensione universale, che è il vero compito di un drammaturgo. Questa qualità ha permesso ai suoi attori: Giusto Cucchiarini, Eleonora Giovanardi, Luca Mammoli, Silvia Valsesia, Riccardo Vicardi, di portare in giro lo spettacolo per ben due stagioni, grazie anche al supporto del Teatro Stabile di Torino. Il successo, inoltre, ha contribuito alla pubblicazione, con Einaudi, del suo primo romanzo: “Il nostro grande niente”, dove l’autore cerca, ancora una volta, di raccontarci i misteri della vita, immaginando uno scrittore che, morto a trenta anni, in un incidente, alla vigilia del suo matrimonio, si chieda cosa possa succedere, nella vita, alla futura moglie, senza di lui, con tutte le conseguenze previste. Aldrovandi sembra volerci dire che la vita, spesso, ama avvisarci, con lo scopo di volerci dire che tutto, all’improvviso, possa andare a pezzi e che, se non impariamo a vivere, ogni cosa risulterebbe vana. In questi giorni, ha debuttato un’altra sua novità, prodotta dall’ERT: “Come diventare ricchi e famosi da un momento all’altro”, nella quale Aldrovandi affronta un problema di grande attualità, come quello della disinformazione nell’epoca della post-verità, utilizzando i mezzi a sua disposizione, ovvero un linguaggio lucido e tagliente e una fantasia capace di trasferire una materia reale in una surreale. Sono gli stessi mezzi con cui ha costruito la trama di “L’estinzione della razza umana”, inventandosi, come protagonisti, un raider e due coppie di persone, ciascuna con le proprie convinzioni nei riguardi del virus, dalle quali emergono continue domande, senza vere risposte, oltre che palesi frustrazioni. Il tutto in uno spazio, anch’esso fantasticato, trattandosi di una grande parete di volatili, con parecchie finestre, che sostituisce il muro di fondo di un vecchio palazzo nel quale, i protagonisti della vicenda, sembrano incagliati. Grande successo di pubblico, soprattutto, giovanile.

La banalità del linguaggio nell’assurda “Lezione” di Ionesco. Come modello di oppressione e strumento di potere

CERVIA (RA), martedì 27 febbraio (di Andrea Bisicchia) Era da un po’ di tempo che non si vedeva, sui palcoscenici italiani, “LA LEZIONE” di Ionesco. Ricordo almeno tre edizioni, quella di Franco Enriquez con Valeria Moriconi e Mario Scaccia, quella con la regia di Binasco, per lo Stabile di Genova, e quella di Paolo Graziosi, vista al Franco Parenti, tre interpretazioni diverse, con evidenti allusioni ad altrettanti generi teatrali, quello farsesco, quello della pochade e quello del grottesco, tutti necessari per svuotare i personaggi da qualsiasi dimensione psicologica e, pertanto, caratteriale. La scelta di Antonio Calenda è stata quella politica, nel senso che ha utilizzato la categoria della banalità come filo conduttore, avendo, credo, in mente, il saggio di Anna Arendt “La banalità del male”, quello compiuto, da sempre, da persone mediocri, come lo era stato Eichmann, al tempo dell’olocausto, il saggio affrontò anche il tema della nascita dei totalitarismi.
Il parallelo tra Eichmann e il Professore, protagonista della “Lezione”, appare evidente, trattandosi di un uomo banale, mediocre e, pertanto, perverso. La data di composizione della commedia, 1951, ci riporta al dramma del dopoguerra, ovvero, alla fine del sogno malefico di Hitler e del suo potere, lo stesso a cui ricorre il Professore, solo che si tratta del potere di un linguaggio incontrollabile che egli utilizzerà nel corso della sua lezione, un linguaggio talmente banale da concupire la sua giovane allieva, dopo le altre trentanove che aveva avuto come allieve in passato, tutte destinate alla stessa fine, un diverso tipo di olocausto.
Calenda, che conosce bene la natura umana, carica di paradossi, di bizzarrie, di controsensi, ma anche di parole capaci di uccidere, ha fatto corrispondere, alla banalità filosofica della Arendt, quella linguistica di Ionesco, sottolineando la finta sapienza, percepibile nelle parole del Professore, facendo distorcere ai suoi attori i suoni, i fonemi, accavallandoli, oltre che costruendo delle  associazioni irrazionali, prive di significato, grazie all’uso del linguaggio ambiguo e irrazionale di Ionesco, lo stesso che causerà un altrettanto irrazionale mal di denti all’Allieva, fonte di una forte depressione, dopo aver passato al Professore, quasi in forma di transfert, la sua brillantezza iniziale, un linguaggio ben noto alla Governante, convinta, a suo modo, che l’aritmetica, insegnata dal Professore, possa condurre alla filologia e quindi al delitto, esempio straordinario del potere del sillogismo, anch’esso banalizzato.
Ionesco ha costruito tutto il testo sulla banalità del linguaggio che uccide, fatto di parole complimentose all’inizio, e di parole violente alla fine, concepite come modelli di oppressione e, pertanto, di potere.
Non dobbiamo dimenticare che la capacità di manipolare sta a base di ogni forma di autoritarismo, Ionesco e Calenda si sono limitati a denunciarla proprio attraverso un apologo. Non per nulla, sarà la Governante che, tirando fuori un bracciale di stoffa rosso, con la svastica che Calenda fa indossare al Professore, a confermare questa ipotesi che il regista rende ancora più appariscente facendo coprire il corpo morto dell’allieva, uccisa da un coltello invisibile, con un lenzuolo rosso, corredato anch’esso da una svastica, coltello invisibile, come lo è la manipolazione.
Ed è sempre la governante che, rivolgendosi al Professore, quando gli consegna il bracciale rosso, che dirà: “Prenda, metta questo. Non avrà nulla da temere. Diventa una faccenda politica”.
L’interpretazione di Calenda ha reso evidente quanto “La lezione” sia un vero e proprio capolavoro, solo che, questo è stato possibile grazie al lavoro che, da vero maestro, ha fatto sugli attori che si muovono in una scena grigia, dove incombono due grandi e spettrali armadi.
ll testo sembra che sia stato scritto da Ionesco per Nando Paone, sicuramente impegnato in
na delle sue migliori interpretazioni , le cui qualità mimetico-ironiche lasciano molto spazio al linguaggio del mimo, Daniela Giovanetti, con il suo surreale sorriso, sembra pronta per fare “La bella addormentata” di Rosso di San Secondo, grazie alle sue capacità di distanziazione dal personaggio, vissuto come in sogno, mentre  Valeria Almerighi dà al personaggio della Governante il suo vero significato, ovvero colei che “governa” l’azione e che lo fa con un certo potere.
Il pubblico non finiva di applaudire.

“LA LEZIONE”, di Ionesco. Regia di Antonio Calenda. Con Nando Paone; Daniela Giovanetti, Valeria Almerighi. Teatro Comunale Walter Chiari, Cervia.

Dal 29 febbraio al 3 marzo al Teatro Politeama Rossetti di Trieste.

I Preraffaelliti in mostra a Forlì con 350 opere. Rinnovarono la pittura reinventando miti, stili e personaggi del passato

FORLÌ, domenica 25 febbraio ► (di Andrea Bisicchia) – Le mostre organizzate dal Museo San Domenico di Forlì non deludono mai, sia per l’originalità delle proposte che per la qualità della ricerca i cui valori, altamente filologici, sono indiscutibili. “Preraffaelliti. Rinascimento Moderno” ne è la conferma, dato che, i curatori, sotto la direzione di Gianfranco Brunelli, si sono cimentati, non tanto con i notissimi Preraffaelliti viennesi, ma con i meno noti, fondamentali per capire in che modo avvenne la rivolta degli artisti europei, tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, quando anche la scuola inglese si fece notare per una sua particolare attenzione all’arte medievale e rinascimentale.
I nomi che spiccano sono quelli di William Hunt, John Millais e Dante Gabriel Rossetti, tutti attenti a rinnovare la pittura anglosassone. In mostra, i visitatori possono ammirare circa 350 opere che raccontano un lungo periodo produttivo, molto intenso, dopo la scoperta del Medioevo e del Rinascimento italiano, soprattutto di quest’ultimo che, utilizzando i ritrovamenti del periodo ellenistico, sia della pittura che della scultura e dell’architettura, impresse quella riforma che non fu certo seconda a quella dei maestri a cui si era ispirata.
È quanto accade nella seconda metà dell’Ottocento e nell’inizio del Novecento, con i movimenti dei Nazareni, più legati all’arte medioevale, dei Preraffaelliti inglesi e austriaci, più legati alla scoperta del Rinascimento, a cui aderiranno anche i nostri pittori del Movimento “Novecento”, inventato dalla Sarfatti, di cui uno dei protagonisti è stato Achille Funi, a cui Ferrara ha dedicato una grande mostra.
Fu per tutti un atto di ribellione? Certamente sì, perché in tutti fu grande l’esigenza di rinnovare non solo il linguaggio pittorico, ma anche le tematiche da affrontare che spaziavano dal mondo visionario medievale, ben riflesso anche nella narrativa di Walter Scott, col romanzo “La donna del lago” e di Horace Walpole, autore del “Castello di Otranto”, considerato il primo romanzo gotico, le cui prime edizioni si possono ammirare in una bacheca.
La mostra ha anche un significato didattico, perché gli organizzatori hanno portato, nelle varie sale, opere di Cimabue, Beato Angelico, Giovanni Bellini, Cosimo Rosselli, Luca Signorelli, Filippo Lippi, Andrea Mantegna e Sandro Botticelli, per potere fare il confronto e capire meglio il concetto di Rinascimento Moderno, dato come sottotitolo alla mostra che si articola in varie sezioni, avendo come filo conduttore il modo con cui è possibile reinventare il passato. A dire il vero, anche molti artisti del terzo millennio hanno fatto largo uso di questo concetto, con la reinvenzione dei miti e dei personaggi della tragedia greca, grazie a modelli precedenti che risalgono a De Chirico e Savinio, ma l’operazione avviene soprattutto in teatro, questo per dire che ci sono delle epoche, durante le quali certi artisti amano confrontarsi con le proprie origini, magari rinnovandole, non solo con la fantasia, ma anche con i nuovi mezzi tecnologici di cui possono disporre.
Secondo i curatori della grande mostra, per la quale è stato determinante il contributo della Cassa di Risparmio di Forlì, i veri precursori del Revival Gotico sono: John Herbert e William Dyce, mentre quella che fu definita” La Confraternita Preraffaellita” fu maggiormente attenta all’arte rinascimentale, discostandosi dal Movimento dei Nazareni, presente con parecchi quadri, che era più di stampo romantico ed idealistico, attivo in Germania, ma anche in Italia, in particolar modo a Roma.
Eppure, entrambi i movimenti ebbero in comune il senso della rivolta che poteva avvenire rinnovando, ciascuno a suo modo, il linguaggio dei classici del passato. Non tutti i Preraffaelliti si rivoltarono contro l’accademismo, furono in tanti a scegliere come modello persino Michelangelo, presente nella mostra con una sua scultura di grandi dimensioni, oltre a Botticelli, presente con tre esemplari, e col il magnifico “Pallade e il Centauro”. Il revival rinascimentale continua con William Morris e Dante Gabriel Rossetti, ai quali sono dedicate due sale, mentre in altre stanze si possono ammirare le opere di George Frederic Watts e Frederic Leighton, ottimi conoscitori dei pittori veneti, come Veronese e Tiziano che portarono a conoscenza degli inglesi.
La mostra si conclude con le opere di Aristide Sartorio, Adolfo De Angelis, Lemmo Rossi Scotti, Filadelfo Simi, Giuseppe Cellini, anch’essi affascinati dalla pittura di Botticelli.

“PRERAFFAELLITI. RINASCIMENTO MODERNO”, al Museo San Domenico di Forlì. Fino al 30 giugno
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Picasso, l’arte “primitiva” e le metamorfosi “senza tempo”. Al Mudec oltre 40 fra dipinti e sculture del maestro di Malaga

MILANO, venerdì 23 gennaio – ► (di Patrizia Pedrazzini) Non c’è passato né futuro nell’arte. Se un’opera d’arte non può vivere sempre nel presente, non ha significato”. Per Pablo Ruiz y Picasso (Malaga, 1881 – Mougins, 1973) nell’arte non esistono un “prima” e un “dopo”, così come non esiste un’arte “altra”, o “diversa”. L’arte, per il maestro spagnolo, è una sorta di “tutto senza tempo”. Da cui il profondo rispetto che sempre l’artista mostrò nei confronti di tutte le manifestazioni artistiche appartenenti ad altre culture e ad altri tempi, e che seppe, più di ogni altro della sua generazione, comprendere e reinventare. A cominciare dall’arte cosiddetta “primitiva”.
Questo il filo conduttore della mostra “Picasso. La metamorfosi della figura”, al Mudec di Milano fino al 30 giugno. Oltre quaranta opere fra dipinti e sculture, e 26 fra disegni e bozzetti di studi preparatori appartenenti al preziosissimo “Quaderno n. 7”, il taccuino del 1907 che racconta, per immagini, l’evoluzione del processo creativo che sfocerà, di lì a poco, in un’opera destinata a modificare nel profondo l’arte del XX secolo: “Les Demoiselles d’Avignon”.
Il tutto all’interno di un percorso espositivo che mai si allontana dalla passione che il genio di Malaga sempre manifestò per le fonti artistiche primigenie, assimilandole nella propria produzione dal 1906 agli ultimi lavori degli anni Sessanta: l’arte africana, prima di tutto, ma anche quella neolitica e proto-iberica, e quella oceanica, e ancora l’antica arte egizia, e quella della Grecia classica (i vasi a figure nere). Un “tutto” preso, fatto proprio, rimodellato e restituito, in una continua e costante “metamorfosi” delle figure, non di rado connotate da un forte significato erotico, destinata a sfociare e a dare corpo a un’arte a tutti gli effetti universale.
Articolata in cinque sezioni, la mostra ha ovviamente il proprio fulcro in quella (la seconda) dedicata al famoso “Quaderno n. 7”, cuore dell’intero percorso espositivo. Da notare come Picasso abbia riempito, nel corso della vita, un gran numero di quaderni da disegno con schizzi e appunti – almeno 189 – e come in almeno 16 di questi si trovino spunti e riferimenti a “Les Demoiselles d’Avignon”. Dipinto che, concepito inizialmente come una scena di bordello, con cinque donne e due uomini, venne fatto oggetto dall’autore di una serie di modifiche, che finirono col porre al centro della scena solo le figure femminili. Mentre l’intera opera evidenzia il rimando a molteplici fonti, dalle “Bagnanti” di Cézanne alla scultura iberica, all’arte catalana, alle maschere africane.
Nella medesima sezione, è esposto anche il dipinto “Femme Nue”, sempre del 1907, prestito del Museo del Novecento di Milano.
Dopo una terza sezione dedicata al Cubismo, cui Picasso diede vita, insieme a Braque, si passa alla quarta, riferita al periodo compreso fra gli anni Venti e la Seconda Guerra Mondiale, quando l’artista abbandonò il Cubismo per tornare alla rappresentazione classica. E quando ancora una volta la forza delle opere africane, e la loro espressività atemporale, tornano prepotentemente alla ribalta, come in alcuni bozzetti per “Guernica” (presenti in mostra) e nelle figure tragiche degli anni della guerra.
Mentre alle opere realizzate fra il 1930 e il ’70, lontane dalle geometrie rigide e decisamente molto più morbide, sorta di forme mescolate e distorte, distanti dalla rappresentazione diretta, tuttavia riconoscibili come elementi umani, è riservata la quinta sezione: l’essenza, la magia finalmente afferrata, il termine di un percorso artistico ora veramente, come la sua idea di arte, “senza tempo”.

“Picasso. La metamorfosi della figura”, Milano, Mudec, via Tortona 56, fino al 30 giugno 2024

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