I massimi autori, da Euripide a Pirandello, a Ibsen, messi in scena da Castri diventavano oggetto di analisi psicanalitiche

(di Andrea Bisicchia) Il Centro Teatrale Bresciano ha fatto le cose in grande per ricordare Massimo Castri a dieci anni della sua scomparsa, lo ha fatto senza badare a spese, con due volumi di circa mille pagine, arricchiti da ampi apparati iconografici e bibliografici e divisi in due parti, la prima di carattere teorico, con una molteplicità di interventi critici e di testimonianze, la seconda con l’analisi degli spettacoli realizzati, da Castri al CTB, arricchiti a loro volta dalla pubblicazione delle recensioni, materiale utilissimo per entrare nel mondo fantastico del regista e capire in che modo con lui sia avvenuto il passaggio dalla regia critica a quella analitica, dopo un breve impegno dedicato al teatro politico che corrispondeva agli anni Settanta, quelli dei sui studi universitari che si conclusero con la tesi di laurea, discussa con Vito Pandolfi, per un po’ di tempo prestato, anche lui, al difficile compito del critico. La tesi divenne un volume , edito da Einaudi, “Per un teatro politico: Piscator, Brecht, Artaud”( 1973 ), le cui teorie aveva già utilizzato durante le sue prime messinscene: “Costruttori di imperi” di Boris Vian, “Fate tacere quell’uomo ovvero Arnaldo da Brescia, storia di papi, imperatori, eretici”, scritto da lui, insieme a Vasco Frati,  “Un uomo è un uomo“ di Brecht, spettacoli che non ebbero una circuitazione, ma di cui sappiamo tutto, grazie a quanto riportato su di loro nel secondo volume.
Seguì la stagione dei Pirandello, a cui dedicò un volume curato da Ettore Capriolo, “Pirandello Ottanta”, Ubu Libri 1981, e quella di Ibsen “Ibsen postborghese”, sempre a cura di Capriolo, Ubu Libri 1984.Il rapporto di Castri con Ettore Capriolo fu fondamentale, ma fu determinante quello con Renato Borsoni che per primo ne intuì l’intelligenza critico-teorica, l’inquietudine intellettuale, il suo rapportarsi col mestiere dell’attore che voleva liberare dalle piccole preoccupazioni ovvero “di essere bravo e di farsi aumentare il cachet”, non dobbiamo dimenticare che Massimo Castri iniziò, come del resto Ronconi, il suo lavoro a teatro come attore-laureato.
I due volumi mostrano un  impegno immenso, come immenso fu lui, e ripropongono il modo con cui veniva ossessionato dai testi che metteva in scena, trattandosi di autori, altrettanto immensi, come Pirandello, Ibsen, Strindberg, Brecht, Goethe, Kleist, Marivaux e classici come Sofocle e il molto amato Euripide, autori messi in scena anche da altri registi, pur con risultati eccellenti, ma che con Castri diventavano oggetto di analisi psicanalitica da fare invidia a Freud  e Jung, dato che egli andava in cerca dei lati oscuri che appartenevano alla psiche dei personaggi, sui quali la sua indagine, più che di regista, sembrava quella di uno psicanalista, come ricordano attori, attrici e registi che hanno lavorato con lui o come ricordiamo noi che abbiamo visto tutti i suoi spettacoli.
Si spiega, cosi, il giusto orgoglio dell’attuale Direttore Gian Mario Bandera che ha fortemente voluto le due pubblicazioni, testimoniando l’impegno del CTB per continuare a ricordare come l’intera opera registica di Castri sia stata caratterizzata da “un rigoroso lavoro sul testo e sulla scena”, ritenendosi egli l’ultimo umanista, dato che nelle sue regie non tralasciava mai la sua cultura, costruita sui classici antichi e moderni che arricchiva con  le sue invenzioni, nelle quali si avvertono anche gli studi di linguistica e di ermeneutica che applicherà ai testi, con quel tanto di irrequietezza, fonte anch’essa di creatività, accompagnata dalla volontà di osare tutto, pur di accedere all’inferno che si trova dentro il testo da realizzare.
Dicevo che i contributi sono moltissimi, citarli tutti vorrebbe dire dedicare le pagine di una recensione, mi limito a ricordare l’intervento alquanto accademico di Claudio Longhi su “Castri e la regia del secondo Novecento”, che rimanda a certe osservazioni fatte già da Roberto Alonge, ma che lui fa partire dalla Comunità Teatrale dell’Emilia Romagna, degli anni Settanta, di cui oltre Castri facevano parte Virginio Gazzolo , Edmonda Aldini, Cesare Gelli, Graziano Giusti ed altri, tutti convinti che si potesse lavorare applicando una metodologia collegiale che però si rivelò subito infruttuosa.
Longhi ricorda inoltre gli scontri con Scabia, in occasione della messinscena degli “Scontri Generali”, senza dimenticare che la Comunità Teatrale dell’Emilia Romagna nacque dopo il Convegno di Ivrea e della crisi degli Stabili, durante la quale Strehler aveva abbandonato il Piccolo Teatro.
Confesso di provare gioia per il secondo volume, dove si trova tutto ciò che possa essere necessario per approfondire la conoscenza dei 23 spettacoli realizzati per il Centro Teatrale Bresciano.

“LE STANZE DELL’UTOPIA. MASSIMO CASTRI E GLI ANNI BRESCIANI”. Volume primo: “Sguardi critici e Testimonianze”, pp. 408 – Volume secondo: “Gli spettacoli”, pp. 440, Edizioni Quaderni del CTB, € 46

“Turandot” all’Arena di Verona. Quando una grandiosa e opulenta regia (di Zeffirelli) fa dimenticare alcuni limiti del canto

VERONA, domenica 23 giugno – NOSTRO SERVIZIO – (di Valentina Basso) – Ci sono casi in cui non c’è scelta migliore che affidarsi a un classico, e così è per la “Turandot” firmata da Franco Zeffirelli, in scena all’Arena di Verona fino a fine giugno.
Sebbene lo spettacolo sia stato ripreso moltissime volte, niente batte la grandezza delle scene, perfette in ogni dettaglio, il senso estetico e la capacità di gestire il movimento di grandi gruppi di persone del regista fiorentino.
La “Turandot” in particolare è dotata di una spettacolarità che ben si accorda al dramma in atto e stupisce il pubblico di oggi come quello di ieri.
La storia della principessa Turandot, che sottopone ogni pretendente alla sua mano a tre enigmi da risolvere, pena il taglio della testa, e di Calaf, che svela gli indovinelli, ma che è molto lontano dal ricevere il suo premio, si svolge all’interno di una scatola magica riccamente decorata in cui si muovono i personaggi della vicenda. Gli abiti sgargianti di Emi Wada e i movimenti coreografici di Maria Grazia Garofoli esaltano le scene di Zeffirelli, ben riprese da Michele Olcese, e si accordano perfettamente con la direzione di Michele Spotti, tutta sfumature dolci e contrasto con i forti toni drammatici. Spotti è giovane, ma conduce l’orchestra con mano salda, scatenandone la potenza quando necessario e sapendone tirare le redini al momento giusto per esaltare la delicatezza pucciniana.
Gli interpreti formano un cast di alto livello, a cominciare dal soprano russo Olga Maslova, che debutta all’Arena di Verona nel ruolo della protagonista dell’opera di Giacomo Puccini. Con la sua voce solida e potente, la Maslova offre una Turandot più umana della convenzione, meno sprezzante. Non la classica principessa di ghiaccio, almeno non dal secondo atto in poi. Ma è piaciuta.
Gregory Kunde, che interpreta Calaf, ha una voce carismatica e un’ottima presenza scenica, ma nello spettacolo del 22 giugno appare stanco e necessita di un paio di respiri in più durante le frasi lunghe. Il suo “Nessun dorma” (aria celeberrima dell’opera, in cui Calaf attende che l’alba sveli il suo destino: l’amore della principessa oppure la morte) manca di carattere e di potenza.
Daria Rybak è una Liù appassionata e intensa, ma difetta un po’ delle sfumature che un’interprete più esperta potrebbe dare al canto. Sono i dettagli che fanno la differenza, come Franco Zeffirelli sapeva bene, e difatti la Rybak, pur con una voce ampia e sicura, non è (ancora) quella Liù che mette in ombra i due reali protagonisti dell’opera pucciniana quando sacrifica la sua vita per non svelare il nome dell’amato Calaf, condannandolo a morte.
Completano il cast della “Turandot” veronese un ottimo Riccardo Fassi (Timur), Leonardo Cortellazzi (Altoum), Hao Tian, Eder Vincenzi, Grazia Montanari, Mirca Molinari e i tre bravissimi interpreti di Ping, Pang e Pong (Youngjun Park, Riccardo Rados, Matteo Macchioni), che movimentano la scena e le donano vivacità.
Menzione d’onore al come sempre ottimo coro della Fondazione Arena di Verona, diretto da Roberto Gabbiani, e a quello di voci bianche A.d’A.Mus, diretto da Elisabetta Zucca.
La “Turandot” dell’Arena non è vocalmente perfetta, ma l’opulenza della scenografia e l’iconica location sotto le stelle sono capaci di nascondere le piccole crepe del canto. Ci sono casi in cui non c’è scelta migliore che affidarsi a un classico, appunto.

Il programma e altre informazioni sugli spettacoli dell’Arena:
https://arena.it

“Turandot” all’Arena di Verona. Quando una grandiosa e opulenta regia (di Zeffirelli) fa dimenticare alcuni limiti del canto

VERONA, domenica 23 giugno – NOSTRO SERVIZIO – (di Valentina Basso) – Ci sono casi in cui non c’è scelta migliore che affidarsi a un classico, e così è per la “Turandot” firmata da Franco Zeffirelli, in scena all’Arena di Verona fino a fine giugno.
Sebbene lo spettacolo sia stato ripreso moltissime volte, niente batte la grandezza delle scene, perfette in ogni dettaglio, il senso estetico e la capacità di gestire il movimento di grandi gruppi di persone del regista fiorentino.
La “Turandot” in particolare è dotata di una spettacolarità che ben si accorda al dramma in atto e stupisce il pubblico di oggi come quello di ieri.

La storia della principessa Turandot, che sottopone ogni pretendente alla sua mano a tre enigmi da risolvere, pena il taglio della testa, e di Calaf, che svela gli indovinelli, ma che è molto lontano dal ricevere il suo premio, si svolge all’interno di una scatola magica riccamente decorata in cui si muovono i personaggi della vicenda. Gli abiti sgargianti di Emi Wada e i movimenti coreografici di Maria Grazia Garofoli esaltano le scene di Zeffirelli, ben riprese da Michele Olcese, e si accordano perfettamente con la direzione di Michele Spotti, tutta sfumature dolci e contrasto con i forti toni drammatici. Spotti è giovane, ma conduce l’orchestra con mano salda, scatenandone la potenza quando necessario e sapendone tirare le redini al momento giusto per esaltare la delicatezza pucciniana.

Gli interpreti formano un cast di alto livello, a cominciare dal soprano russo Olga Maslova, che debutta all’Arena di Verona nel ruolo della protagonista dell’opera di Giacomo Puccini. Con la sua voce solida e potente, la Maslova offre una Turandot più umana della convenzione, meno sprezzante. Non la classica principessa di ghiaccio, almeno non dal secondo atto in poi. Ma è piaciuta.
Gregory Kunde, che interpreta Calaf, ha una voce carismatica e un’ottima presenza scenica, ma nello spettacolo del 22 giugno appare stanco e necessita di un paio di respiri in più durante le frasi lunghe. Il suo “Nessun dorma” (aria celeberrima dell’opera, in cui Calaf attende che l’alba sveli il suo destino: l’amore della principessa oppure la morte) manca di carattere e di potenza.
Daria Rybak è una Liù appassionata e intensa, ma difetta un po’ delle sfumature che un’interprete più esperta potrebbe dare al canto. Sono i dettagli che fanno la differenza, come Franco Zeffirelli sapeva bene, e difatti la Rybak, pur con una voce ampia e sicura, non è (ancora) quella Liù che mette in ombra i due reali protagonisti dell’opera pucciniana quando sacrifica la sua vita per non svelare il nome dell’amato Calaf, condannandolo a morte.
Completano il cast della “Turandot” veronese un ottimo Riccardo Fassi (Timur), Leonardo Cortellazzi (Altoum), Hao Tian, Eder Vincenzi, Grazia Montanari, Mirca Molinari e i tre bravissimi interpreti di Ping, Pang e Pong (Youngjun Park, Riccardo Rados, Matteo Macchioni), che movimentano la scena e le donano vivacità.

Menzione d’onore al come sempre ottimo coro della Fondazione Arena di Verona, diretto da Roberto Gabbiani, e a quello di voci bianche A.d’A.Mus, diretto da Elisabetta Zucca.
La “Turandot” dell’Arena non è vocalmente perfetta, ma l’opulenza della scenografia e l’iconica location sotto le stelle sono capaci di nascondere le piccole crepe del canto. Ci sono casi in cui non c’è scelta migliore che affidarsi a un classico, appunto.

Il programma e altre informazioni sugli spettacoli dell’Arena:
https://arena.it

Boom del teatro ragazzi (e adulti). Dalla rivoluzione del ’68 fino ad oggi. Con pullman di spettatori da Forlì a Faenza

(di Andrea Bisicchia) La prima cosa che colpisce, seguendo il Festival “Colpi di Scena “, organizzato da Accademia Perduta, quest’anno dedicato al TEATRO RAGAZZI, è la partecipazione di circa duecento operatori, provenienti da tutte le parti d’Italia, tra i milanesi c’erano Manifatture Teatrali e Teatro del Buratto, che, se aggiunte alle 16 Compagnie e ai critici, si contavano circa 400 persone.
Si tratta di numeri che fanno riflettere su un genere teatrale che, nel decennio 1970/80 del secolo scorso, aveva vissuto un periodo d’oro che coincideva con una delle trasformazioni sociali, nata sulla spinta della rivoluzione sessantottesca. Si andava a teatro, non solo per vedere i grandi spettacoli degli Stabili, ma per conoscere nuovi gruppi, nuove cooperative, nuovi assemblamenti, ma per vedere anche gli Spettacoli del Teatro del Sole, dove conobbi Antonio Attisani, Carlina Torta, Angela Finocchiaro, quelli del Teatro Verdi, dove operavano Tinin e Velia Mantegazza, quelli di “La Baracca”, del Teatro delle Briciole, della Piccionaia, della Compagnia Marionettistica Carlo Colla e Figli, Quelli di Grock.
Fu una vera svolta nel Teatro Ragazzi che seppe interpretare la logica delle separazioni dei corpi sociali e dei corpi teatrali.
Qualcuno ebbe a dire che agli organizzatori del Teatro Ragazzi bisognava fare un monumento.
Sempre in quegli anni, si capì che era necessario abbattere certi fraintendimenti, dato che nell’ immaginario di molti si credeva che quello fosse soltanto, un teatro per bambini. Non era così, si capì che ci si trovava dinanzi a un linguaggio autonomo, frutto di una eccellente professionalità. Basterebbe pensare al contributo dato da Emanuele Luzzati che consacrò all’infanzia gran parte del suo lavoro, alternandolo con quello di Teatri Stabili e grandi Compagnie.
Perché questo preambolo?
Perché quanto ho visto, per una intera giornata, dalle 10 del mattino alle dieci di sera, mentre due grandi pullman trasferivano le persone presenti nelle varie sedi di Forlì: TEATRO PICCOLO, TEATRO TESTORI, TEATRO DIEGO FABBRI, o nelle sedi di Faenza: TEATRO EUROPA, TEATRO MASINI, perché si lega proprio alla straordinaria qualità dei gruppi, il cui teatro va bene per i ragazzi, ma anche per i grandi.
Mi riferisco a spettacoli come; “Bella Bellissima”, prodotto da Accademia Perduta, rappresentato, in Prima nazionale, con la regia di Nadia Milani, la drammaturgia di Beatrice Baruffini, con Giulia Canali, Eleonora Mina, Noemi Giannico che gestisce, contemporaneamente, PUPPETS e FIGURE ANIMATE, in una bellissima scena di Alessia Dinoi.
Nello spettacolo, si parla di streghe, di incantesimi, d’amore tra Orco, a cui dà la bella voce Claudio Casadio, e Strega, che lui ritiene bella, anche se brutta. Lo spettacolo alterna la recitazione con la drammaturgia di immagini, con un modo di raccontare che coinvolge tutti, con una professionalità che incanta e con una sua morale che riguarda il sentimento della bellezza, che ha una sua soggettività, tanto che Orco e Strega, pur essendo brutti, possono essere visti con occhi diversi e apparire belli, bellissimi.
Altro spettacolo importante, forse più per grandi che per ragazzi, è “DOWN” del Collettivo Clochart, con drammaturgia e regia di Michele Comiti, con Giorgia Benassi, Viviana Pacchin, che alternano recitazione, danza e teatro di figura. Il tema è molto drammatico perché si riferisce alla sindrome di Down, ma viene affrontato con la leggerezza che solo il teatro riece a dare e, soprattutto, a trasformare una storia di paure, in una storia di coraggio e di amore. Il copione è relegato in secondo piano, ma bastano poche parole per capire come anche le iniziali dell’alfabeto, possano essere travisate, per esempio A, non rimanda ad amore, ma ad handicap, M non a mamma, ma a mongoloide, D non a danza, ma a disabile etc. Gli attori portano sulla testa una casetta in miniatura, come a voler significare che essere colpiti da una simile disgrazia, significhi colpire anche l’abitazione.
Altro spettacolo importante è stato “ORBITAL”, della Compagnia Ferrés Brothers, con Pep Farrés, Jordi Farrés e, in video, Judit Farrés, regia Jordi Palet e Puig. In scena, troviamo tre tavoli di plastica che, nei vari collocamenti, vengono trasformati in tanti luoghi che hanno a che fare con l’universo, e un schermo, dove vengono proiettati degli spazi orbitali.
Quello che era stato un gioco, durante la fanciullezza, diventerà, per Jordie, una realtà professionale, dato che sta preparando un viaggio vero su Marte, mentre, per gli altri due, il gioco del viaggio continua anche da adulti. Come dire che si può diventare grandi senza smettere mai di giocare.
Gli altri due spettacoli, “Granny e Lupo” di Danilo Conti e Antonella Piroli, e “Doppiozero”, di e con Katharina Gruener e Luca Sartor, utilizzano, il primo, il teatro di narrazione, il secondo, il teatro circense, con bici acrobatica e clownerie, ma con molta raffinatezza.
Una intera giornata dedicata al teatro, con breve pausa pranzo e Festa serale, in un luogo da favola, grazie a una organizzazione impeccabile.