I miti non solo abbondano in poemi e tragedie, ma anche tra le stelle che, tra misteri e segreti, indicano gli umani destini

(di Andrea Bisicchia) – Facendosi guidare dalle sue infinite conoscenze del mondo greco, oltre che dai primi astrologi e astronomi, come Aristotele, a cui dobbiamo i primi studi sull’Astronomia (“De Caelo”), come Arato, autore di “I fenomeni”, Igino, autore di “Mitologia astrale”, Eratostene “Sulla misurazione della terra”, Giulio Guidorizzi con “I MITI DELLE STELLE”, edito da Cortina, ci introduce alla conoscenza  della volta celeste, legando le Costellazioni, lo Zodiaco e la Via Lattea al mondo dei miti, dopo averci deliziato con i suoi studi, sulla loro presenza, nei Poemi e nelle Tragedie, indagando, nel frattempo, i sogni, le passioni e le follie che li accompagnano.
Anche il cielo, pertanto, è affollato di personaggi che appartengono ai miti, i cui eroi però si muovono, non tra duelli e battaglie, ma tra gli astri che, a loro volta, assumono forme divine, spaziando tra le religioni antiche, sia occidentali che orientali, tanto che Guidorizzi cerca di spiegare il compito che ebbero le stelle, in quel particolare mondo antico, che consisteva nell’accompagnare e soddisfare i bisogni degli uomini, nel momento in cui chiedevano agli aruspici di interpretare, attraverso le stelle, il loro modo di vivere, il loro dolore, le loro malattie, le loro aspirazioni e le loro speranze in un avvenire migliore.
Se la Filosofia nasce dalla meraviglia (Thaumazein), lo stesso si può dire dell’Astrologia che, con i suoi misteri e segreti, suscita non solo stupore, ma anche brama di conoscenza che, alla fine, è la stessa brama che ha la filosofia.
Guidorizzi dice che fu Arato a insegnarci come orientarci nell’apparente disordine del cielo, a cui cercò di dare un assetto conforme alla natura umana, pur essendo nello stesso tempo consapevole che bisogna distinguere il cielo astrologico da quello mitico, dato che al primo si accede attraverso la scienza, mentre al secondo si accede attraverso i racconti che sono, davvero, infiniti, come del resto è attestato dall’Opera di Igino citata.
Inoltre, Guidorizzi è altrettanto consapevole che le stelle della cosmogonia greca non fossero diverse da quelle della cosmogonia cristiana, nel senso che, sia le stelle che gli angeli, avevano il compito di “guidare” gli uomini, infine ci ricorda che Ovidio, nelle “Metamorfosi”, leggeva a suo modo l’osservazione delle stelle, come “il primo segno di una umanità che diventa umana”, ed ancora, ci ricorda come, per Dante, l’amore “muove il sole e le altre stelle”.
Il volume è diviso in tre parti: “Un cielo pieno di stelle” suddiviso, a sua volta, in tanti capitoli, dedicati all’Orsa Maggiore e alla brillantezza delle sue stelle, al “Dragone”, con le sue spire di serpente con le quali custodiva “le mele d’oro”, alla “ Corona”, dove si racconta il mito di Arianna e del Minotauro, alle avventurose storie di Cefeo, Cassiopea, Perseo, Andromeda, Ermes, ed ancora all’“Inginocchiatoio”, con le “monellerie” di Eracle, per arrivare al Centauro Chirone. Le altre due parti riguardano lo Zodiaco e la Via Lattea, dove le storie vanno sempre più moltiplicandosi, assumendo delle dimensioni favolistiche. Un capitolo a parte è dedicato alla “Nostra Patria” che si trova “lassù”, come sosteneva Plotino: “Lassù dove l’anima, libera dal corpo, trova la sua definitiva pace, nell’incontro con la materia più pura del cosmo”, e dove è possibile trovare un tracciato che ci conduce verso un viaggio, non troppo immaginario, dopo le scoperte scientifiche di oggi. Dobbiamo ricordarci che Ulisse, per arrivare a Itaca, si dovette orientare seguendo il tracciato dell’Orsa Maggiore, di Orione e delle Pleadi e che, dopo Omero, furono gli astronomi greci a tracciare e a dare i nomi, sia alle Costellazioni che allo Zodiaco.
Insomma, la selva luminosa delle stelle, non era, certo, la selva oscura di Dante.
Il volume contiene una ricchissima iconografia, non solo con disegni geometrici, ma anche con le tante immagini, prese dalla tradizione pittorica che hanno, come argomento, i miti delle stelle.

“I MITI DELLE STELLE”, di Giulio Guidorizzi – Raffaello Cortina Editore 2023 – pp. 290 – € 24

 

Artaud. L’ossessione della ricerca dell’assoluto. La forza del pensiero tra follia e ragione. Ma nulla si può senza il dolore

(di Andrea Bisicchia) – I veri riformatori della scena non sono coloro che vivono dentro le istituzioni, bensì coloro che utilizzano le istituzioni per portare avanti un progetto. Artaud è sempre vissuto dentro e fuori le istituzioni, è stato importante per il Surrealismo, ma anche per come ha diretto il Teatro Alfred Jarry, ma è stato, inoltre, capace di vivere dentro e fuori la vita, in una sorta di dimensione onirica che aveva a che fare con stati allucinatori.
In tutto il mondo teatrale è conosciuto per il libro “Il teatro e il suo doppio”, considerato un vero e proprio classico, benché contenga argomenti diversi, tra i quali: Note critiche, Recensioni, Riflessioni, solo che tutti gli studiosi hanno cercato di interpretare i concetti trascritti, sia in “Il teatro e la peste”, che sui due Manifesti sul “Teatro della crudeltà”. L’edizione italiana uscì nel 1968, con prefazione di Jacques Derrida, mentre la Nota bio-bibliografica, in quel momento fondamentale per i lettori italiani, fu firmata da Guido Neri.
Da quell’anno, gli studi su Artaud cominciarono a moltiplicarsi, da Carlo Pasi a Franco Ruffini, da Savarese a Umberto Artioli, ciascuno con una propria prospettiva riguardante i rapporti di Artaud con l’arte dell’attore, con i suoi interessi per il teatro orientale e con l’antropologia.
Anche l’editoria si dette da fare, Nuova Alfa Editoriale pubblicò, nel 1989, un volume molto articolato di Monique Borie, “Il teatro e il ritorno delle origini”, dove la studiosa francese si intrattiene sui primi scritti e, pertanto, anche su il “Pesa Nervi”, che oggi possiamo leggere, in versione italiana, grazie alla traduzione di Carmelo Claudio Pistillo, con suo accurato saggio introduttivo e una “Lettera ad Artaud” che dedica, come omaggio, a un artista che amò molto il genere epistolare, vedi, a questo proposito, il volume, pubblicato da Adelphi: “Succubi e Supplizi”, 2004, con traduzione di Jean–Paul Manganaro, contenente una infinità di lettere, che Pistillo ricorda, sottolineando il confine che, in quelle missive, esiste tra follia e ragione, ricordando che Artaud: “è stato un caso unico e irripetibile: profetico, iconoclasta, blasfemo, contraddittorio, ripetitivo, contorto, intraducibile, polemico, imprevedibile, rabbioso e, soprattutto, senza un vero discepolato”.
In questa fitta serie di aggettivi, coniati da Pistillo, c’è tutto Artaud.
Ciò che dilaniava la sua mente era la ricerca dell’assoluto che, in teatro, voleva dire la totalità, solo che l’assoluto non si può raggiungere senza aver attraversato e conosciuto il potere del dolore. Già all’inizio dell’“Agamennone”, Eschilo diceva che non può esserci conoscenza senza il dolore, il medesimo che ha sconvolto tutta la vita di Artaud, perché è proprio il dolore, a suo avviso, che ci mette a contatto col pensiero.
Il “Pesa Nervi” può essere letto come una lotta tra le pulsioni e il pensiero, la paura di Artaud consisteva nel fatto che potesse esserci qualcosa capace di distruggere il pensiero. Ricordo un dramma di Andreev, “Il pensiero” (1914) poco rappresentato, ma necessario per capire quale possa essere la forza del pensiero, capace, persino, di uccidere e di giustificare il proprio atto, da fare intendere come un gesto di follia, insomma una specie di super uomo che fa pensare all’“Enrico IV” di Pirandello.
Artaud sembra volerci dire che l’uomo si costruisce attraverso il pensiero e, quindi, attraverso l’immaginazione. Anche Leopardi, nell’”Infinito”, dice “Io nel pensier mi fingo “, come dire che, col pensiero, si può immaginare persino un infinito che non esiste.
Pistillo ci ricorda che “Pesa Nervi” fu pubblicato nel 1925, nella Collana diretta da Aragon, in 65 esemplari, furono in pochi a comprendere la portata rivoluzionaria di quel testo e la volontà dell’autore di accedere a un pensiero magico, a una alleanza tra carne e intelletto, possibile solo se si cerca di dare vita al pensiero e immetterlo in uno spazio anche invisibile o impossibile, magari attraverso l’eccitazione.
Ecco cosa pensa Artaud del pensiero: “C’ è un punto fosforoso dove tutta la realtà si ritrova, ma mutata, metamorfata, – e da che? – un punto di magico uso delle cose. Io credo alle aeroliti mentali, alla cosmogonie di ognuno”. Bastano queste frasi per capire lo stupore della lingua di Artaud, uno stupore che, lui stesso, era convinto di mostrare, con la consapevolezza che, la terminologia, potesse soffocare il pensiero, il quale deve sempre fare i conti con la lingua, col suo smarrimento, con le sue difficoltà, di cui bisogna prendere atto, anche perché, se non lo si fa, “la scrittura fa schifo” e sono “schifosi” tutti coloro che ne fanno un uso superficiale.
Il volume contiene una ricca Filmografia, Teatrografia e Bibliografia.

Antonin Artaud: “IL PESA-NERVI: FRAMMENTI DI UN DIARIO INFERNALE”, con un saggio introduttivo e una Lettera ad Artaud di Carmelo Claudio Pistillo, anche traduttore. Edito da La Vita Felice 2023, pp. 190, € 14,00

La solitudine, il sogno, l’amore di Dostoevskij, trasfigurati dai meccanismi tecnologici della televisione e del video-live

BAGNACAVALLO (RA), martedì 23 gennaio ► (di Andrea Bisicchia) Sulle pagine di questo giornale ci siamo più volte occupati del rapporto tra testo letterario e testo drammatico, ovvero delle continue incursioni di racconti e romanzi sul palcoscenico attraverso un lavoro di drammaturgia. Abbiamo fatto parecchi esempi di simili incursioni ed abbiamo indicato, come motivo di tali rielaborazioni, un senso di stanchezza nei confronti del testo teatrale, sconfessando chi dice che la drammaturgia italiana sia in crisi, perché i giovani autori sono tanti e stanno riscuotendo un certo successo anche nei Teatri Stabili e non solo in quelli di innovazione.
Abbiamo visto, lunedì 22 gennaio, al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, “Notti” della Compagnia Slowmachine di Bolzano, presente nel programma “Teatri di inverno. Sguardi sulla drammaturgia contemporanea”, ideato da Accademia Perduta/ RomagnaTeatri.
Si tratta di una versione delle “Notti bianche” di Dostoevskij, ridotta da Elena Strada che ne è interprete insieme a Ruggero Franceschini e Alberto Baraghini, con la regia di Rajeev Badhan. Molti di noi hanno in mente il film di Visconti, con Marcello Mastroianni e Maria Schell, e ben conoscono la trama del racconto che ha per protagonista una sedicenne, innamorata di un ragazzo che, per motivi di lavoro, si trasferisce in un’altra città, dopo averle promesso che sarebbe tornato. Passa il tempo, la giovane vive in solitudine e, per caso, incontra un “sognatore” che la salva da un ubriaco e che comincerà a frequentarla, sempre di notte, alla stessa ora, fino a provare un sentimento d’amore che lei avrebbe anche ricambiato se non fosse arrivato il giovane promesso.
Questa materia viene utilizzata nello spettacolo in maniera originale, attraverso parallelismi che utilizzano forme diverse di comunicazione che si avvale della scena, per assoggettarla ad operazioni che fanno un uso ben finalizzato del video, oltre che del video- live che permette di alternare immagini registrate con immagini in diretta, attraverso le quali il racconto viene trasmesso con dei primi piani proiettati sullo schermo, mentre sulla scena si nota una cucina dove si sta preparando un risotto e dove i tre interpreti discutono su come rappresentare le “Notti “, bianche anche per loro, perché cercano, in tutti i modi, di trovare una idea innovativa per la messinscena. Durante la preparazione della cena, i loro interventi assumono anche un carattere saggistico con cui affrontano i temi della solitudine, del sogno, dell’amore, temi centrali del racconto, tanto che ne viene fuori una discussione sul rapporto tra l’amore come era concepito un tempo, prima dello sfaldamento sociale, e l’amore di oggi che si continua a sfaldare e a diventare sempre più “liquido”.
Nei loro interventi si notano parole prese in prestito dal saggio di Bauman “L’amore liquido”, ma siccome le teorizzazioni vengono “espulse” dalla scena, il regista Rajeev Badhan, con laurea in Progettazione delle Arti Visive, vira la sua interpretazione verso il rapporto tra parola e immagine, ovvero verso un uso linguistico del video- live che, a sua volta, crea un suo particolare movimento e una sua creazione dinamica che entra in contrasto con quella statica della scena e che permette livelli diversi di lettura.
I corpi degli attori vengono fagocitati dal meccanismo tecnologico e visivo per essere trasformati in immagine, mentre l’immagine rende fisici i loro corpi. In tal modo lo schermo doppia il palcoscenico, evitando la facile caduta nella recitazione naturalistica e creando quel distacco necessario alla riflessione, già invocato da Brecht con i suoi siparietti, perché l’azione diventi frutto di una interazione con le immagini. In tal modo, il testo diventa uno strumento per mettere in pratica una operazione di tipo metateatrale che si differenzia, grazie all’uso della tecnologia, da quella inventata da Pirandello.
C’è da dire che lo spettacolo, che ha debuttato al Menotti, è stato un po’ snobbato, forse perché c’è troppo teatro a Milano, e non tutto può essere seguito a dovere,

 

Corpi estranei invadono i palcoscenici d’Italia. E due mali, ansia e angoscia, creano un vuoto che diventa un baratro

(di Andrea Bisicchia) – Essendo specchio del mondo, il teatro vive le sue stesse e le continue metamorfosi, con tutte le ascesi e cadute, ma anche col suo precipitare, spesso, nel vuoto, fonte, a sua volta, di lacerazione, la malattia dei teatranti. Il vuoto è creatore d’ansia, in particolare la stessa che deve adeguarsi alle trasformazioni, solo che l’ansia è una nemica della creatività, perché genera angoscia, oltre che mancanza di alternative, così il vuoto diventa baratro.
Ansia e angoscia sono due mali del nostro secolo, la loro diffusione ha generato uno strano malessere che ha coinvolto nuove generazioni di scrittori che utilizzano il romanzo per descrivere tale fenomeno, con le sue note conseguenze.
È chiaro che le reazioni non manchino, ma i risultati non sono sempre adeguati. Anzi, spesso, le reazioni appaiono inconsulte e danno adito, soprattutto in teatro, a coloro che cercano di approfittarne, magari col sostituire il genere drammatico con altri generi, tanto da assistere a una vera e propria invasione di corpi estranei, tra i quali ha maggiore consistenza proprio il genere narrativo che, una volta, veniva usato come forma sperimentale, come una alternativa momentanea ad una crisi linguistica, vedi le trasposizioni fatte da Ronconi, da romanzi come “Er pasticciaccio brutto di Via Merulana”, “Lolita”, etc. Oggi, tale trasposizione, è diventata una consuetudine tanto che sono in molti, attori e registi, che preferiscono leggere e ridurre, novelle, racconti, romanzi, piuttosto che portare in scena opere teatrali.
Il 2003 ha registrato una specie di record e il 2024 non è da meno, visto che è iniziato, a Milano, per esempio, con “Ragazzi di vita “ di Pasolini, al Franco Parenti, interpretazione e regia di Fabrizio Gifuni, col romanzo di Lemebel, “Ho paura torero”, con la regia di Claudio Longhi e l’interpretazione di Lino Guanciale al Piccolo Teatro, con “Il racconto dell’ancella”, capolavoro narrativo di Margaret Atwood, con la regia di Graziano Piazza, interprete Viola Graziosi, applauditissima, al Filodrammatici; nel frattempo altre riduzioni di romanzi girano su altri palcoscenici italiani, come “La ferocia “ di Nicola Lagioia e “Oliva Denaro” di Viola Ardone, con Ambra Angiolini. E che dire degli spettacoli che nascono in rete, con attori che non hanno studiato la materia, che provengono direttamente dal web e che vantano un successo ottenuto solo sui social? Mi riferisco ai Sansoni, ovvero ai fratelli palermitani Fabrizio e Federico Sansone, e ancora alle Coliche, ovvero ai fratelli romani Claudio e Fabrizio Colica.
Se il teatro cade nella trappola di generi e mezzi diversi, perde la sua specificità, tanto che altri corpi estranei ne prendono il sopravvento. Si tratta di politici, accademici, magistrati, giornalisti, i quali, non c’entrano nulla col teatro, se non la possibilità di andare sul palcoscenico a realizzare qualcos’altro, eppure fanno le loro tournée, in certi casi più lunghe di una Compagnia di giro. I due “attori” di maggior successo sono: Marco Travaglio che, da due anni, porta in giro “I migliori anni della nostra vita”, che vanta una quarantina di debutti, e Alessandro Barbero, con un calendario dove c’è un po’ di tutto, da Dante a San Francesco, da Cesare al Papa e anche a cosa si mangia. Entrambi riempiono i teatri come se fossero Orsini e Branciaroli C’è da dire che fanno bene il loro lavoro, ma col teatro vero non hanno nulla a che fare, se non quello di invadere il palcoscenico. E che dire di De Magistris o di Maurizio de Giovanni, magistrati prestati alla scena? Il primo con “Istigazione a sognare”, dove racconta l’intreccio tra mafia e politica, mentre il secondo con “La scatola di biscotti” ci racconta la storia di una donna che si ritrova a fare i conti col passato, la regia è di Andrea Renzi.
Dai magistrati ai politici, il passo è breve, Alessandro Di Battista ha scelto di fare l’attore nello spettacolo “Assange”, mentre Nichi Vendola ha voluto provare il brivido del palcoscenico con “È fatto giorno”, dedicato a Rocco Scotellaro.
Anche uno psicanalista, come Massimo Recalcati, che crede di essere un buon attore quando fa lezioni di psicoanalisi, tanto che si è cimentato con la scena scrivendo “Amen”, visto al Parenti.
C’è chi dice che si tratti di teatro civile, in verità si tratta di corpi estranei che, senza la professionalità e la continuità che richiede il vero teatro, invadono il palcoscenico facendo felici certi Direttori di teatro, essendo i risultati del botteghino eccellenti, i quali, se parli loro di “declino” del teatro, si offendono pure.
Non credo che questo deragliamento sia un fenomeno passeggero, forse c’è da aspettarsi di peggio.