La storia centenaria del PCI in duecento immagini di grandi fotografi italiani e stranieri, talune inedite o sconosciute

La storia centenaria del PCI in duecento immagini di grandi fotografi italiani e stranieri, talune inedite o sconosciute.
A cent’anni dalla nascita viene narrata e illustrata la storia del Partito Comunista Italiano, attraverso una selezione di fotografie, scattate tra il 1921 e il 1991, a cura di Marco Delogu (fotografo e autore di oltre venti libri, fondatore e direttore artistico del FotoGrafia) e di Francesco Giasi (direttore della Fondazione Gramsci. Studioso del pensiero politico, è autore di saggi sulla storia del comunismo e sulla storia degli intellettuali e della cultura italiana del Novecento).
Le immagini provengono dall’archivio fotografico del PCI, recentemente ordinato e inventariato, e da numerosi archivi pubblici e privati, italiani ed esteri.
Accanto a fotografie inedite – di Plinio De Martinis, Guido Guidi, Fausto Giaccone, tra gli altri – si ritroveranno le immagini che hanno contribuito a costruire la rappresentazione e l’autorappresentazione visiva del PCI sulla stampa e nella propaganda, insieme a scatti dei grandi fotografi, come Margaret Bourke White, Robert Capa, Christian Schiefer, Alfred Eisenstaedt e David Seymour, per la prima volta riuniti in un volume.
I singoli e la moltitudine, i volti e i luoghi, i simboli e i riti, i drammi collettivi e le feste, le lotte e le mobilitazioni di diverse generazioni di militanti ci restituiscono innumerevoli tratti del Novecento italiano.
«Nel progettare questo libro fotografico per il centenario della nascita del Partito comunista italiano – osservano, in apertura del volume, Delogu e Giasi – abbiamo cercato di coniugare una duplice esigenza: da una parte raccontarne la storia dalle origini allo scioglimento, provando a esibire i caratteri originali, più o meno mutati nel corso degli anni; dall’altra selezionare quelle foto in grado di testimoniare la relazione tra il partito e la fotografia, soprattutto dalla Liberazione in avanti».
Un libro sul passato della politica, dunque, affidato a una sequenza di fotografie in grado di documentare e raccontare le tensioni, le tragedie, le passioni, i “momenti di vita intensamente collettiva” che hanno segnato la storia nazionale e mondiale del XX secolo: il fascismo, la guerra, la Resistenza, la ricostruzione, i mutamenti globali avvenuti tra gli anni Sessanta e Ottanta.
In chiusura “Botteghe Oscure” (2021), una nuova inedita opera di Paolo Ventura che ha voluto realizzare appositamente per l’occasione; mentre nella “Cronologia” – sintesi di periodi e date rilevanti nella storia del PCI – la scelta del corredo fotografico guarda soprattutto alla dimensione internazionale del comunismo italiano.

(PAP, dal comunicato dell’ufficio stampa di “Villaggio Globale International”)

Marco Delogu, Francesco Giasi (a cura di) “IN MOVIMENTO E IN POSA – ALBUM DEI COMUNISTI ITALIANI” – MARSILIO EDITORI 2021 – pp. 280 (con 250 illustrazioni a colori e b/n); euro 39.
www.marsilioeditori.it

Tramonto della Metafisica. E il “Pensiero debole” del filosofo torinese Gianni Vattimo la sostituì con Saggezza e Caritas

(di Andrea Bisicchia) – Nel biennio 1982-84, l’attività culturale del Pier Lombardo, promossa da Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah, trasformò l’idea stessa di come comunicare la cultura, dando vita a tre eventi, rimasti nella memoria dei milanesi e non solo, eventi che riguardavano la Mafia, con la consulenza di Nando Dalla Chiesa, il rapporto tra Religione e Potere, sotto la guida di Sergio Quinzio, e Processo alla cultura, con la direzione di Emanuele Severino.
Non si trattava di semplici conferenze, ma di un programma strutturato in diversi incontri che portarono sul palcoscenico, di via Pier Lombardo, il meglio dell’intelligenza di quei tempi. Il successo fu tale che non bastarono i 500 posti del teatro, per cui, molti incontri, furono spostati al Lirico, dove non risultarono sufficienti neanche i 1500 posti della platea e della galleria, tanto che molti giovani dovettero sedersi sulle tavole del palcoscenico, attorno ai relatori.
Fu così che, in quegli anni, gli intellettuali e il pubblico che qualcuno, con un po’ di gelosia, definì della “Milano bene”, si identificarono col teatro diretto da Parenti e dalla Shammah.
“Processo alla cultura” fu strutturato in cinque incontri che riguardavano la Religione, la Scienza, l’Economia, la Politica, la Filosofia. Per questa disciplina, Severino scelse Nicola Abbagnano, Augusto Del Noce, Aldo Masullo, Vittorio Mathieu, Carlo Sini, Massimo Cacciari e Gianni Vattimo. (Quell’idea straordinaria fu ripresa da tutti i festival successivi, dedicati a simili argomenti). Si partiva dall’idea che la società tradizionale fosse destinata al tramonto, per una sorta di malattia mortale, invisibile agli occhi di quella cultura che si credeva vincente e che non percepiva la sua fine.
Per Vattimo, fu un vero e proprio battesimo della scena e, in quella occasione, ebbe modo di parlare di Post-moderno e di Pensiero debole.
Elisabetta Sgarbi ha voluto che La Nave di Teseo, da lei diretta, pubblicasse quasi tutte le Opere del filosofo torinese che ha già compiuto 85 anni. Il poderoso volume ha una dotta introduzione di Antonio Gnoli che fa convivere gli elementi biografici con la nascita e l’evoluzione del pensiero di Vattimo e una presentazione di Gaetano Chiurazzi che ha raccolto i testi preferendo delle sezioni tematiche che riguardassero i Filosofi da lui studiati e tradotti, da Nietzsche a Heidegger a Gadamer, l’Ermeneutica e, infine, il “Pensiero debole” che lo rese noto nel mondo. Gli argomenti trattati riguardano il Nichilismo, la morte di Dio, intesi, entrambi, come conseguenza dell’emancipazione del pensiero, dinanzi al declino della metafisica, l’Interpretazione, concepita come ricerca di senso che solo l’opera d’arte può dare, la debolezza del pensiero che equivale, a suo avviso, a teorizzare la diminuita forza progettuale che caratterizza il pensiero stesso, benchè abbia tante ragioni per rivendicare la stessa sovranità che rivendicava il pensiero metafisico, ormai oltrepassato dalla prassi e dalla scienza, il cui compito dovrebbe essere quello di guidare gli uomini.
Per Vattimo, è necessario scoprire il valore della “phronesis”, ovvero della responsabilità o della saggezza, la sola che possa ritenersi capace di indirizzare delle scelte che possano, a loro volta, prescindere da un “fondamento”, già messo in discussione da Nietzsche, a favore del tramonto della metafisica che comportava la morte di Dio, ma che per Vattimo comporta anche la fine di una religione autoritaria a favore di un cristianesimo che sappia identificarsi nella caritas.
Il volume che porta il titolo: “Gianni Vattimo, scritti filosofici e politici”, ne raccoglie, per la prima volta, gli scritti e ripercorre la traiettoria del suo pensiero che si scopre essere sempre più attuale.

Gianni Vattimo, “Scritti filosofici e politici”. Introduzione di Antonio Gnoli. Presentazione di Gaetano Chiurazzi – La Nave di Teseo 2021 – pp. 2638 – € 50.

www.lanavediteseo.eu

Tanti bla bla bla e banalità quotidiane. In scena allo Studio una “tragedia” tutta da ridere. Ma che altro ci si può fare?

Un particolare di “Edificio 3” nel novembre scorso, quado provarono, in pieno Covid, sul sagrato del Teatro Strehler

MILANO, domenica 3 ottobre ► (di Paolo A. Paganini) In un’intervista all’argentino Claudio Tolcachir, autore di “Edificio 3”, ora in scena al Teatro Studio dopo la coatta interruzione iniziale dello scorso novembre, è stato chiesto quale fosse il suo metodo di lavoro:
Quando sento la necessità di creare un testo (…), per un lungo periodo annoto frasi, fisso immagini, pensieri, situazioni, sulla carta, oppure mandandomi messaggini con il telefonino. Trascorro mesi impegnato in questo lavoro di raccolta, mettendo insieme le tessere del mosaico…” (dal programma di sala di “Edificio 3”).
Più che un mosaico, il risultato, alla prima, ci è parso una composizione dodecafonica, un concerto polifonico di voci, ciascuna delle quali ha da dire la sua, in un ufficio dove vengono costruiti i caratteri di tre impiegati (più due presenze di ragazzi, più iconici che operativi). Tutti senza fisse incombenze, ma con molte complesse problematiche esistenziali, che non hanno niente a che vedere con il lavoro.
E quale sia il loro effettivo lavoro, nessuno lo sa. Forse contabili, catalogatori, studiosi di statistiche, chissà. Hanno tutt’altro per la testa: rapporti di relazione fuori ufficio, intricate e misteriose storie sessuali, crisi sentimentali, segreti scambi telefonici.
Nell’antico teatro di tradizione agli attori si insegnava dove mettere quelle maledette mani che ingombravano la recitazione. Si inventavano sedie su cui appoggiarsi, libri od altri oggetti da tenere in mano, oppure i gesti plateali di toccarsi il cuore o la testa.
Qui, in Tolcachir, autore e regista di “Edificio 3”, il problema non si pone, si sa dove mettere mano. Quattro scrivanie, cinque librerie, due classificatori, una poltrona, sedie e telefoni, una macchina del caffè che dovrebbe funzionare, luci che si accendono e si spengono… Ma è l’Argentina del dopo 2001, con gli istituti di credito in bancarotta, con correntisti senza più un soldo, tremendi giorni di crisi, di manifestazioni di piazza, con madri e nonne che ancora, dopo trent’anni, aspettavano figli e mariti, incarcerati, torturati, spariti…. Ed ora l’Argentina e il mondo del dopo (?) pandemia.
Ma tutte queste angosce, problemi, fantasmi, incubi, tragedie personali non c’entrano. Il mondo è tutto qui, in questo sgangherato ufficio. La crisi economica non c’è. E la pandemia? I cinque milioni di morti da Covid sono improvvisamente scomparsi.
L’importante è entrare in teatro attraverso quei rituali che tanto danno fastidio ai no vax, e non solo: green pass, misurazione della temperatura, sanificazione delle mani, mascherina e distanziamento in sala.
E poi ridere. E tutti ridono. Perché lo spettacolo è decisamente liberatorio, divertente, costruito con intelligenza, recitato con perizia comica, con esattezza di tempi da pentagramma.
Per dirla ora, così, alla buona, come dice la ragazzina “rivoluzionaria”: bla bla bla, ecco, lo spettacolo, che però, come dice Colcachir, è ispirato a Beckett e Cechov, per lombi di presunta discendenza, forse c’è. È tutto un chiacchiericcio, specchio delle nostre quotidiane consuetudini dialettiche, tra problemi di banale e logorroica mediocrità, per non dire niente.
Qui, “Edificio 3” regge per un’ora e venti. Ma potrebbe andare avanti così per due o tre ore, e sarebbe la stessa cosa. Occorre molta abilità anche in questo. E in questo capolavoro in esaltazione della comune mediocrità, c’è senz’altro della genialità.
Grazie anche agli attori Rosario Lisma (qui vecchio impiegato con recente perdita di mammà, ma lui ha altro per la testa), Valentina Picello e Giorgia Senesi, le due impiegate dai grovigli sentimentali, sublime modello di impiccionistici pettegolezzi. E poi i due giovani Stella Piccioni ed Emanuele Turetta. Tutti bravi, affiatati e tutti azzeccatissimi nel loro eterogeneo miscuglio di umane mediocrità nell’aggrovigliata matassa metaforica della nostra vita da due anni così sprecata. Ma poi, per strada, sotto la maschera, chi capisce se ridi o piangi?…
“Edificio 3” si replica fino a domenica 7 novembre. Lo raccomandiamo.

 

Stabile di Torino Stagione ‘21/’22. Lunedì 4 ottobre al Teatro Carignano: “Casa di bambola” di Ibsen. Regia di Filippo Dini

TORINO, venerdì 1 ottobre – “Casa di bambola”, di Henrik Ibsen, un classico della drammaturgia di fine Ottocento rivisitato in chiave moderna da Filippo Dini, inaugura, in prima nazionale, la nuova stagione del Teatro Stabile di Torino lunedì 4 ottobre, alle 20.30, al Teatro Carignano.
Dopo il successo di “Così è (se vi pare)” e l’allestimento di “The Spank”, novità assoluta dello scrittore Hanif Kureishi, Dini – da quest’anno regista residente al TST fino al 2024 – si misura con il capolavoro ibseniano, firmando una rilettura inedita dello scontro di genere in casa Helmer che ribalta le regie tradizionali.
Spogliando la pièce dalle stratificazioni femministe attribuite nel secolo scorso al personaggio di Nora, l’artista genovese mette a fuoco il nucleo della vicenda, cogliendo nelle ipocrisie di un’esistenza coniugale solo apparentemente rispettabile quel dualismo cruciale fra uomo e donna, ancora oggi attualissimo e in gran parte tutto da risolvere.
Protagonista al fianco di Dini, impegnato anche come interprete principale nel ruolo del marito Torvald Helmer, è la Nora di Deniz Özdoğan, attrice di origini turche naturalizzata italiana, vincitrice di numerosi premi (fra cui il Golden Graal 2013 e l’Adelaide Ristori 2018) e nota per aver collaborato più volte con Valerio Binasco e la sua Popular Shakespeare Kompany.
Completano il cast Orietta Notari (Anne Marie, bambinaia e cameriera presso gli Helmer), Andrea Di Casa (Nils Krogstad, il procuratore legale), Eva Cambiale (la signora Linde) e Fulvio Pepe (il dottor Rank).
Coprodotto dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e dal Teatro Stabile di Bolzano, con il sostegno dalla Fondazione CRT, “Casa di bambola” si avvale delle scene di Laura Benzi, delle luci di Pasquale Mari, dei costumi di Sandra Cardini e delle musiche di Arturo Annecchino. Collaborazione coreografica Ambra Senatore. Aiuto regia Carlo Orlando.

Scritto nel 1879 durante un soggiorno ad Amalfi, Casa di bambola suscitò grande indignazione al suo debutto al Teatro Reale di Copenaghen. La figura di Nora, incompresa sposa-bambina disposta a lasciare marito e figli per conquistare la propria indipendenza, non riscosse molta comprensione presso il pubblico borghese dell’epoca, per il quale i vincoli del matrimonio erano sacri. Lo stesso Ibsen prese le distanze da quanti la applaudirono come un’antesignana dell’emancipazione femminile. In Italia Casa di bambola approdò proprio a Torino nel 1889 come prima rappresentazione ibseniana, quando Emilia Aliprandi la propose assieme al marito Vittorio Pieri al Teatro Gerbino, gloriosa sala ottocentesca demolita nel 1905. Due anni più tardi, fu Eleonora Duse ad attirare le attenzioni sul genio norvegese, suscitando le perplessità del pubblico e gli imbarazzi della critica con una versione milanese del dramma. Divenuto ben presto uno dei testi più frequentati del Novecento, “Casa di bambola” resta un’opera di sorprendente modernità, che continua a parlare attraverso i secoli rinnovando il tema della fedeltà alla vita quale assoluto morale, al di fuori del quale non esiste possibilità di salvezza.

www.teatrostabiletorino.it

Lo spettacolo sarà replicato al Teatro Carignano per la Stagione in abbonamento fino al 31 ottobre e poi sarà rappresentato in tournée nei mesi di novembre e dicembre 2021 con il seguente calendario:
ANCONA, Teatro delle Muse, dal 4 al 7 novembre;
NAPOLI, Teatro Mercadante, dal 9 al 14 novembre;
BOLZANO, Teatro Comunale, dal 2 al 5 dicembre:
PISTOIA, Teatro Manzoni, dal 9 al 12 dicembre.