Scala. Stagione 2021/2022. 13 opere, 7 concerti, dieci titoli di balletto. E poi recital, convegni e spettacoli per i bambini

MILANO, martedì 1 giugnoNonostante le interruzioni imposte dai lockdown non ci siamo fermati e nel corso del 2020 abbiamo realizzato oltre 100 spettacoli; dall’altro abbiamo impiegato questi mesi per ripensare e riordinare gli assetti del Teatro per presentarci al momento del ritorno del nostro pubblico con una Stagione di alto profilo artistico e una struttura rinnovata, più moderna, più accogliente e più sostenibile”. Con queste parole Dominique Meyer, Sovrintendente e Direttore artistico della Scala, ha introdotto e illustrato il cartellone della Stagione 2021/2022 del Teatro alla Scala. Qui sotto in sintesi.
Sono in programma 13 allestimenti d’opera, dei quali uno solo è stato già visto dal pubblico milanese: 9 sono nuove produzioni e 3 sono spettacoli provenienti da altri teatri. Viene confermata la centralità della tradizione italiana con otto titoli dal Settecento al Novecento, ma si ascolteranno anche capolavori del repertorio francese, russo, austriaco, tedesco, inglese.
Due sono le opere che vengono rappresentate alla Scala per la prima volta, “Thaïs” di Massenet e “The Tempest” di Adès. Giuseppe Verdi è l’unico compositore presente con tre titoli, gli altri ne hanno uno per ciascuno, e anche tra gli interpreti solo pochi artisti ricorrono in diverse produzioni.
Accanto al Direttore Musicale Riccardo Chailly nel prossimo anno saranno alla Scala grandi Maestri come Daniel Barenboim, Valery Gergiev, Esa-Pekka Salonen, Christian Thielemann; e poi Evelino Pidò, Ottavio Dantone e Tugan Sokhiev; e due trentenni di grande talento, Lorenzo Viotti e Michele Gamba; e, in una lunga lista di debutti, in cartellone anche Thomas Adès, Alain Altinoglu, Marco Armiliato, Giampaolo Bisanti, Michael Boder, Frédéric Chaslin, Pablo Heras-Casado, e Speranza Scappucci. Tra i registi, da segnalare il debutto di Marco Arturo Marelli, Adrian Noble e Olivier Py.

Le nuove produzioni

Il Direttore Musicale Riccardo Chailly dirige due nuovi allestimenti di titoli verdiani: il “Macbeth” inaugurale di Stagione con la regia di Davide Livermore e un cast che schiera Anna Netrebko, Luca Salsi, Francesco Meli e Ildar Abdrazakov, e “Un ballo in maschera” con Sondra Radvanovsky, Francesco Meli e Luca Salsi: regia di Marco Arturo Marelli.
Torna in Stagione Vincenzo Bellini, che dei grandi operisti italiani dell’Ottocento è il meno eseguito: “I Capuleti e i Montecchi” sono diretti da Evelino Pidò con la regia di Adrian Noble, alla sua prima opera alla Scala, e un cast ideale formato da Lisette Oropesa, Marianne Crebassa, René Barbera e Michele Pertusi.
Terzo debutto registico di Olivier Py, cui è affidata la prima milanese di “Thaïs” di Massenet diretta da Lorenzo Viotti con le voci di Marina Rebeka, Ludovic Tézier e Francesco Demuro.
Valery Gergiev, dopo il successo della recente “Chovanščina”, propone un altro caposaldo del repertorio russo con “La dama di picche” di Čajkovskij nella regia di Matthias Hartmann, protagonisti Asmik Grigorian (in alternanza con Elena Guseva) e Najmiddin Mavlyanov.
Il direttore e compositore Frédéric Chaslin debutta nella buca scaligera con “La Gioconda” di Amilcare Ponchielli nell’allestimento di Davide Livermore, protagonisti Sonya Yoncheva, Daniela Barcellona, Judit Kutasi, Fabio Sartori, Roberto Frontali ed Erwin Schrott.
Il Teatro alla Scala presenta una nuova produzione di “Rigoletto”, affidato al regista Mario Martone e al giovane direttore Michele Gamba. Protagonisti Enkhbat Amartüvshin, Nadine Sierra e Piero Pretti.
Il progetto Accademia guarda al XVIII secolo con “Il matrimonio segreto” di Cimarosa. I giovani allievi saranno guidati musicalmente da Ottavio Dantone e scenicamente da Irina Brook, che ha recentemente debuttato con il dittico dedicato a Kurt Weill diretto da Riccardo Chailly.
“Fedora” di Umberto Giordano sarà riletta dallo sguardo cinematografico di Mario Martone e Margherita Palli con la direzione di Marco Armiliato e la carismatica coppia di protagonisti formata da Sonya Yoncheva e Roberto Alagna.

Produzioni provenienti da altri teatri e riprese

“Adriana Lecouvreur” di Francesco Cilea torna alla Scala nell’allestimento concepito da David McVicar per il Covent Garden e segna il debutto alla Scala del milanese Giampaolo Bisanti, direttore del Teatro Petruzzelli di Bari.
“Don Giovanni”, unica ripresa della Stagione, torna nel celebre allestimento di Robert Carsen che ha aperto la Stagione 2011-2012.
Dalla Wiener Staatsoper proviene “Ariadne auf Naxos” nell’allestimento novecentesco di Sven-Eric Bechtolf. Debutta sul podio di Michael Boder.
Nel 2022: “The Tempest” di Thomas Adès, spettacolo di Robert Lepage, coprodotto da Metropolitan e Wiener Staatsoper, concluderà degnamente la Stagione shakespeariana inaugurata da “Macbeth”.

I concerti

La tradizionale Stagione Sinfonica presenta sette concerti con Orchestra e Coro del Teatro. Ai concerti straordinari e ai Recital di canto si aggiungono un nuovo ciclo di Orchestre ospiti e uno di Grandi pianisti, ciascuno con 5 appuntamenti. Rinnovati anche i Concerti da camera con i solisti e i gruppi dell’Orchestra che trovano una collocazione più intima nel Ridotto dei Palchi. Per il pubblico più giovane: alle riduzioni di opere del grande repertorio, si affiancheranno in futuro lavori esplicitamente destinati ai ragazzi. Ai più piccoli saranno destinati i concerti della domenica pomeriggio in una nuova formula più narrativa e spettacolare pensata da Mario Acampa, mentre nuovi appuntamenti con un carattere più esplicitamente didattico per i ragazzi più cresciuti sono previsti per il lunedì.

La Stagione di balletti

Manuel Legris, Direttore del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, ha presentato i sette balletti in programma: un trittico e un dittico, quindi dieci titoli che portano alla Scala molte novità: due creazioni per gli artisti della Compagnia in prima assoluta, tre debutti di lavori già noti ma mai presentati al Pier Marini, e cinque titoli ripresi dal repertorio della Compagnia.
Novità già in apertura di Stagione, il 15 dicembre, con il debutto de “La bayadère” di Rudolf Nureyev, mai rappresentata da altre compagnie al di fuori del Balletto dell’Opéra di Parigi per cui fu creata nel 1992. Ora per la prima volta verrà messa in scena alla Scala dagli artisti del Corpo di Ballo, con Svetlana Zakharova in due recite a gennaio, e verrà presentata con un nuovissimo allestimento: scene e costumi saranno firmati da Luisa Spinatelli.
E, in programma, il 22 luglio 2022, in ricordo e in onore di Carla Fracci: “Giselle”, musica Adolphe Adam. Coreografia Jean Coralli – Jules Perrot (ripresa coreografica Yvette Chauviré). Scene e costumi Aleksandr Benois (rielaborati da Angelo Sala e Cinzia Rosselli). Corpo di Ballo e Orchestra del Teatro alla Scala.

Maggiori informazioni e il programma in dettaglio della Stagione scaligera su:
www.teatroallascala.org

(p.a.p.)

Gli amori, le liti con Grassi, gli allestimenti, i trionfi. La vita di Giorgio Strehler presentata come un romanzo d’avventura

(di Andrea Bisicchia) – Per il teatro sono stati scritti tanti libri necessari, il cui valore accademico è dato dalla qualità della ricerca e dalle conoscenze dell’argomento trattato. Esistono, però, altri libri, altrettanto necessari, che mettono a contatto l’uomo con l’artista e che ne tracciano le qualità straordinarie, oltre che i difetti.
Nel giro di pochi mesi sono stati pubblicati due libri su Strehler, uno di Alberto Bentoglio: “20 lezioni su Strehler”, edito da Cue Press, e uno di Cristina Battocletti: “Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste – Vita morte e miracoli”, edito da La nave di Teseo, se il primo appartiene alla ricerca erudita e accademica, il secondo appartiene al genere narrativo, nel senso che l’autrice, dopo essersi documentata sul vastissimo materiale archivistico, ha aggiunto delle testimonianze di tanti che hanno lavorato con lui e che ne hanno conosciuto la genialità.
Il volume della Battocletti si legge, pertanto, come un romanzo d’avventura, visto il suo protagonista, costruito con somma sapienza, avendo distribuito la ricerca erudita in tanti avvenimenti che stanno a base dell’avventura umana e artistica di Strehler, con qualcosa in più, che ha a che fare col teatro dell’oralità, nel senso che, se il testo venisse drammatizzato, potrebbe essere rappresentato da un attore come Marco Paolini, date le sue origini venete. Ciò sarebbe possibile avendo, la Battocletti, scritto il suo libro come un “copione”, diviso in sette parti, ciascuna in cinque atti, con sei intervalli e con chiusura di sipario a sorpresa.
Attraverso i vari atti, l’autrice ci racconta le origini triestine, la città della luce, che diventerà il pensiero assillante di tutte le messinscene, non quella del lighting designer, bensì quella dell’elettricista, dato che il Maestro rifiutava la consolle computerizzata, a vantaggio della luce fredda e naturale che solo il bravo artigiano riesce a catturare.
Segue il racconto del rapporto con la mamma, quasi edipico, tanto che il suo corpo verrà tumulato nello stesso cimitero di Trieste, in una tomba poco curata, avendo fatto, la Battocletti, molta fatica a trovarla, quindi quello del nonno e del papà, benché li avesse poco conosciuti, ben sapendo che entrambi si fossero occupati dei teatri della città, come organizzatori.
Seguiranno il trasferimento a Milano, il diploma all’Accademia dei Filodrammatici, i primi anni trascorsi come attore, il matrimonio con Rosita Lupo che, col suo stipendio di mille lire al mese, lo aiutava a sopravvivere, gli anni della clandestinità, l’incontro con Grassi, la crisi matrimoniale, mentre metteva in scena spettacoli di Pirandello, Eliot, Camus, quindi la nascita del Piccolo, con i Dioscuri che pongono le basi di un modello di teatro che presto sarà ripreso da altre città, prima fra tutte Genova, con Ivo Chiesa.
Anche la storia del Piccolo viene presentata come un romanzo d’avventura, tra assillanti problemi economici, tra liti ai limiti della tragedia: “Vado a comprare un’arma e lo ammazzo” urlava Strehler contro Grassi, a cui rispondeva la Vinchi, facendogli notare che non aveva una lira in tasca. Non mancarono le epurazioni, quella del cattolico Mario Apollonio e quella del comunista Vito Pandolfi. Nel frattempo si moltiplicavano i grandi successi e la fama di Strehler arrivava in Europa e nel mondo. Con i successi, si moltiplicarono gli amori, per la Vanoni, per Valentina Cortese, per Andrea Jonasson.
Nel ’68 arrivano anche le accuse contro il “reazionario e destrorso” Strehler, il quale risponde con delle invettive che coinvolgono il modo di fare teatro di Grotowski e del Living di cui accusa le “banali nudità”, che “scimmiottavano la volontà di spogliarsi dalle sovrastrutture sociali”, mentre tra il disprezzo e l’indignazione urlava: “Tutti contro di me”.
Sono gli anni in cui spuntano i nomi di Trionfo, Cobelli, Castri, Ronconi, ma Strehler non si lascia allontanare dal Piccolo, deciderà lui di lasciarlo e di ritornarvi dopo il passaggio di Paolo Grassi alla Scala. Qualcuno dirà: cose note, solo che è nuovo il modo con cui vengono raccontate, vedi le pagine dedicate all’amore per Andrea che, da regina, diventerà dama di corte, essendo stata soppiantata da Mara Bugni, una giovanissima studentessa di estetica della Statale di Milano, che sarà spettatrice involontaria della sua morte.
Cristina Battocletti fa sempre dei distinguo, come quello che riguardava il modo di far politica dei Dioscuri, Grassi pragmatico, con la volontà di portare i lavoratori a teatro, o di portare il teatro ai lavoratori, utilizzando il Circo Medini, Strehler convinto che la politica si fa interpretando i testi, alla luce della contemporaneità.
E, a proposito di politica, invito a leggere l’atto in cui viene rappresentata la truce storia del nuovo teatro, con Strehler costretto a evocare più volte le dimissioni, vista l’ottusità della Destra leghista, andata al potere, a dimostrazione di quanto sia volgare e iniqua la politica quando utilizza, non la ragione, ma i dispetti. Solo Albertini si mostrò al di sopra delle parti.

Cristina Battocletti, “Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste. Vita, morte e miracoli” – Ed. La nave di Teseo 2021 – pp. 420 – € 20.
www.lanavediteseo.eu

Via, via, sempre più lontano, sempre più a Nord. Per una sempre più profonda conoscenza della natura. E di se stessi

(di Emanuela Dini) Un uomo, una baita di montagna, un cane, un paio di sci, una distesa innevata. La libertà? La felicità? Forse. Ma non basta, e allora scatta il senso dell’avventura, della ricerca, di una fusione con una natura che ti fa sentire piccolo, di un andare verso un confine e un limite sempre più lontano, sempre più a nord…
Un po’ diario intimo, un po’ autobiografia, inno all’amicizia e alla voglia di farsi domande, “Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord” è la storia del viaggio di due amici tra Canada e Alaska, sulle orme degli autori più amati – Ernest Hemingway, Raymond Carver, H.D. Thoreau, Jack London, Herman Melville e Chris McCandless di Into the Wild – alla ricerca di una nuova dimensione, nel confronto con una natura gigantesca e potente, un mettersi alla prova per sperimentare in prima persona un nuovo rapporto con se stessi e con l’ambiente.
Paolo Cognetti è l’autore del fortunato romanzo “Le otto montagne”, vincitore del Premio Strega 2017 e tradotto in 35 lingue, storia dell’amicizia tra due ragazzi, Pietro e Bruno, e del loro diventare uomini in montagna, «Un modo di vivere la vita, un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura».
Milanese, Cognetti a 30 anni abbandona la città e va a vivere in una baita di pietra e legno in Valle d’Aosta, seguendo il sogno di diventare scrittore. Dieci anni più tardi, cioè ai giorni nostri, quarantenne di successo, parte con l’amico Nicola Magrin, artista e illustratore, verso quel Grande Nord che attira entrambi.
Viaggio di scoperta, viaggio sulle orme degli scrittori più amati, con tanto di visita alle loro tombe, viaggio di riflessione e introspezione, con ricordi d’infanzia, frequenti pensieri ai padri, visita a un’anziana coppia amica dei genitori che vive isolata sulle rive di un lago canadese, incontro con una poetessa che vive anche lei in una baita isolata in mezzo al nulla e legge Italo Calvino. Un itinerario verso il Grande Nord che ha per meta il mitico bus di Chris McCandless di “Into the wild” (rimosso nel giugno 2020 per motivi di sicurezza, in quanto molti turisti che cercavano di raggiungerlo rischiavano la vita e dovevano essere soccorsi) ma anche un viaggio dentro se stessi, un domandarsi  a 40 anni “chi siamo e cosa vogliamo”, frammenti di dialogo e ricordi dei due amici che si uniscono a esperienze quotidiane del viaggio, dal fare benzina a comperare gli attrezzi necessari alla loro avventura.
Il film è girato sapientemente (e possiamo immaginare faticosamente, viste le ambientazioni), a metà tra documentario e diario, con affettuosi ed emozionanti primi piani, particolari di vita quotidiana, panorami possenti ma mai da cartolina. Anzi, ritrae anche gli aspetti più sgradevoli di città deserte mezze abbandonate, personaggi border line, clima ostile. E racconta un misurarsi faticoso con una natura che non regala niente, il guado di un fiume, gli incendi nei boschi, i sentieri nella foresta, il fuoco acceso con i rami secchi, gli stivali pieni d’acqua messi ad asciugare…
Un Grande Nord dell’anima, che non è una meta conclusiva e non dà risposte ma regala l’aprirsi a uno scenario di nuove domande.

Paolo Cognetti. “Sogni di Grande Nord”. Regia di Dario Acocella. Nelle sale solo il 7, 8, 9 giugno
www.nexodigital.it

Addio a Carla Fracci. Mille ruoli, ma fu la più grande Giselle mai esistita. Nessuna come lei. Leggera come una piuma

MILANO, giovedì 27 maggio ► (di Carla Maria Casanova) È morta Carla Fracci. Mi chiamano sul cellulare mentre sono in campagna toscana e sto zappando nell’orto. Sto a 6 km da Pisignano, dove Carla e Beppe hanno la loro residenza estiva, bellissima. Ci stavo pensando ieri. Saranno qui o sono rimasti a Milano? Adesso mi si chiede un ricordo, subito, a tamburo battente. E così faccio, senza pretendere di perlustrare il curriculum mondiale della più grande ballerina italiana, date, studi, successi. Non so nemmeno come sia morta, Carla (le notizie mi dicono “ieri era grave”). All’improvviso? Naturalmente scrupolosamente vaccinata. Ci eravamo sentite in piena pandemia e mi aveva detto “Tutti i giorni faccio tutte le scale del palazzo, su e giù, per tenermi in forma.”
La consideravo una sorella, quasi gemella: nate tutte due d’agosto, stesso anno (1936), lei 20 giorni dopo di me. L’ho seguita – casualmente – dal suo debutto alla Scala: in quella Cenerentola (31 dicembre 1955) quando dovette sostituire la titolare Violetta Verdy indisposta e debuttò in un ruolo protagonista. Aveva 19 anni. Era già una star.
Nella sua carriera (e nella vita) Carla fece tutto giusto. A ventisei anni sposò il regista Beppe Menegatti. Nel 2002 festeggiarono le loro nozze d’oro.
Disse Beppe “Carla è una donna straordinaria. La convivenza, per chiunque, non è facile. Abbiamo voluto restare insieme a tutti i costi e spesso è stato a caro prezzo… L’importante è che siamo insieme ancora.
Disse Carla “Beppe è stato molto importante per me, mi ha insegnato tante cose. Io non ho mai amato camminare da sola.”
Con Beppe, Carla ebbe il coraggio (raro nelle ballerine) di fare un figlio (il gigantesco Francesco, che studiò seriamente, è diventato architetto, si è sposato ed ha avuto a sua volta due figli) e Carla divenne amorosissima nonna. Anche severa, come lo era stata con Francesco, rivelandosi educatrice perfetta quel giorno in cui, a casa sua, aveva un incontro professionale con registi e coreografi e Francesco (otto anni o giù di lì) cincischiava intorno. Carla molto diva, molto in palcoscenico. Poi la Diva si girò e in tono improvvisamente casereccio ma fermissimo, disse al figlio “Adesso tu vai a studiare. Ricordi, vero? Geografia da pag 16 e gli esercizi di aritmetica. Stasera vengo a provarteli.” Rimasi di stucco.
D’altra parte, leggera come una piuma, volatile, senza peso (nessuna aerea come lei, né Pavlova né Karsavina né Plitseskaja, nessuna al mondo), Carla Fracci, la più grande Giselle mai esistita, aveva carattere fortissimo, proprio quello che le permise di imporsi su tutte le “difficoltà del mestiere” ed anche quelle fisiche, perché quando fu ammessa alla scuola di ballo della Scala (aveva otto anni) la giudicarono troppo gracilina e con i tendini del malleolo (se non sbaglio) troppo lunghi, il che le avrebbe costato molta fatica in certi esercizi. La presero perché aveva “un bel faccino”. Il resto lo fece lei. Danzatrice di fama mondiale, Carla Fracci affrontò ogni genere di ruolo, dalla classica al musical, al jazz, alla contemporanea. Moltissimi i ruoli creati dalla fervida fantasia del marito. Uno per tutti “Il lutto si addice ad Elettra”, balletto in tre atti con musica di Bela Bartok, andato in scena in prima assoluta a Jesi nel 1995. Carla aveva 59 anni. Ma ballò molto e molto più in là con gli anni. Fu ineffabile interprete di Giuseppina Strepponi nella serie televisiva dedicata a Giuseppe Verdi.
Potrei citare mille altre cose, magari storpiando nomi e date. Una però la ricordo bene: a Cuba 1998 Festival del Balletto.
A Cuba si sa che governava una stella “Alicia Alonso” il cui nome valeva quello di Fidèl. I ballerini sbiancavano in volto per l’emozione al solo nominarla. Nel contingente italiano c’erano anche Carla Fracci, Bolle, Alessandra Ferri. Dopo l’esibizione della Fracci, Alicia Alonso, immobile come una statua (cos’aveva: 100 anni?) nel Palco reale del Teatro Nacional, si alzò in piedi ad applaudire. Bisogna aver vissuto l’atmosfera di Cuba per capire l’importanza di quel gesto.
Carla Fracci non c’è più. Starà volando tra le nuvole. La sola “terra” che veramente le convenga.

—————————

L’ANNUNCIO E IL RICORDO DEL TEATRO ALLA SCALA

MILANO, giovedì 27 maggio – Il Teatro alla Scala annuncia con commozione la notizia della scomparsa di Carla Fracci avvenuta oggi nella sua casa di Milano. Il Teatro, la città, la danza perdono una figura storica, leggendaria, che ha lasciato un segno fortissimo nella nostra identità e ha dato un contributo fondamentale al prestigio della cultura italiana nel mondo.
“Con Maria Taglioni Carla Fracci è stata la personalità più importante della storia della danza alla Scala” ha dichiarato il Sovrintendente Meyer. “Cresciuta all’Accademia, ha legato intimamente il suo nome alla storia di questo Teatro”….
Carla Fracci è una figura cardine della storia della danza e di quella del Teatro alla Scala, ma anche un personaggio di riferimento per la città di Milano e per tutta la cultura italiana. La storia fiabesca della figlia del tranviere che con talento, ostinazione e lavoro diventa la più famosa ballerina del mondo ha ispirato generazioni di giovani, non solo nel mondo della danza. Entrata nel 1946 alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, dove studia tra l’altro con Esmée Bulnes e Vera Volkova, Carla Fracci si diploma nel 1954 e nel marzo 1955 partecipa al “Passo d’addio delle allieve licenziande della Scuola di ballo” al termine di una rappresentazione de La sonnambula diretta da Leonard Bernstein con la regia di Visconti e Maria Callas protagonista. Nello stesso anno si rivela al pubblico sostituendo Violette Verdy nella Cenerentola di Prokof’ev e inizia un’ascesa che dal 1958 la vede prima ballerina. Nello stesso anno John Cranko, dopo Il principe delle pagode, la vuole nella parte di Giulietta in trasferta veneziana a San Giorgio Maggiore e la invita alla Royal Festival Hall, inizio di un’ascesa internazionale che tocca i maggiori palcoscenici e le più importanti compagnie del mondo, ma in cui la Scala conserva un ruolo centrale. Qui Carla Fracci danza tra gli altri con Mario Pistoni, Roberto Fascilla, Vladimir Vassiliev, Amedeo Amodio, Paolo Bortoluzzi, Mikhail Barishnikov, George Iancu e negli anni più recenti Massimo Murru e Roberto Bolle. Partner fondamentali restano Erik Bruhn, che le schiude le porte degli Stati Uniti, e Rudolf Nureyev con cui forma una coppia leggendaria.  Interprete d’elezione dei grandi balletti romantici e delle nuove versioni dei classici create da Nureyev, la Fracci è anche dedicataria alla Scala di un numero imponente di nuove coreografie pensate per lei, da Sebastian di Luciana Novaro a La strada di Nino Rota e Mario Pistoni, Pelléas et Mélisande e Images d’Ida Rubinstein di Beppe Menegatti, fino a Chéri di Roland Petit (danzato per l’ultima volta alla Scala nel 1999 con Massimo Murru), e carismatica interprete dei balletti incastonati nelle opere inaugurali di Stagione: da Guglielmo Tell ai Vespri Siciliani e La Vestale, oltre che protagonista della rinascita di Excelsior con la regia di Pippo Crivelli. Proprio nella parte della Luce in Excelsior Carla Fracci ha calcato per l’ultima volta il palcoscenico del Piermarini nel 2000.