“Marat Sade”: il Manicomio non è certo uno strumento di assistenza sociale. Spersonalizza, ma per rieducare

(di Andrea Bisicchia) – Nel 1994, al Teatro di Porta Romana, diretto da Gianni Valle, di cui continuiamo a sentire la mancanza, molti di noi videro “MARAT SADE” di P. Weiss, trasformato, da Armando Punzo, in un canovaccio scritto per la Compagnia della Fortezza di Volterra, nel quale mise in evidenza dei temi come: reclusione, libertà, rivoluzione, che riprenderà negli spettacoli successivi.

Ricordo una scenografia claustrofobica che rimandava ad un luogo di reclusione quale era il manicomio dell’Ospizio di Charenton dove, sotto la guida del Marchese De Sade, recitava una Compagnia di Filodrammatici, ma ricordo ancora le grate sulla quali gli attori sbattevano delle pentole creando un rumore assordante fatto di violenza mista a rabbia.

Soffermiamoci per un attimo su due categorie di attori, quelli Filodrammatici che sono sempre esistiti e quelli definiti Attori Detenuti che non sono mai esistiti.

Ammetto che tale categoria la ritengo molto stretta quando a dirigerla è un artista che ha seguito i tempi, le modalità, gli esercizi preparatori, i laboratori che hanno preceduto la messinscena, realizzando uno spettacolo di tipo professionistico. Certo, per la cronaca, il Marat Sade divenne un pretesto per parlare di Teatro e Carcere, di attività rieducativa, di Istituti di pena diventati luoghi di crescita, grazie al teatro, di rieducazione, di reinserimento sociale, come vuole l’articolo 27 della Costituzione, di ricostruzione psicologica dei detenuti.

La critica, al completo, fu chiamata per giudicare lo spettacolo, che non esito a ritenerlo addirittura un evento, pari a qualsiasi spettacolo di qualità.

Per un po’ di tempo, quando si giudicava il lavoro della Compagnia della Fortezza, prevalevano i giudizi della cronaca che facevano cassa di risonanza, tanto che la Compagnia divenne il simbolo storico di una pratica teatrale che verrà ripresa, nel giro di poco tempo, da altre 17 Case Circondariali, tutte concorde nel ricostruire quel processo di spersonalizzazione al quale erano sottoposti gli attori detenuti.

La critica, per quanto riguarda Marat Sade e altri spettacoli di Punzo, si era opposta a questa lettura di tipo istituzionale avendoli giudicati come il prodotto di una equipe di attori diretta da un artista e non da un educatore. Intanto, dopo questa operazione e quella dei suoi proseliti della materia, cominciarono a occuparsi criminologi, studiosi del Teatro Sociale, giovani ricercatori che dedicarono i loro studi alla Storia del teatro in carcere, all’Impatto del Teatro tra i carcerati e al cambiamento prodotto nel sistema penitenziario.

Tutto questo, però, non ha nulla a che fare quando si discute del concetto di artisticità che ha una sua specificità e un suo mondo fantastico.

A dimostrare tale teoria sono Armando Punzo e Rossella Menna nel “BREVIARIO DI ETICA ARTISTICA. ARTE, PERSONE, ISTITUZIONI”, nel quale cercano di dimostrare come il Teatro in carcere possa ritenersi una pratica artistica a tutti gli effetti e non certo una forma di assistenza sociale. Compito dell’artista è quello di guardare dove non guarda nessuno, avendo egli la capacità di osservare l’invisibile che c’è in ciascuno di noi, tanto che il suo compito non è quello di subordinare il suo metodo di lavoro o la sua fantasia alle esigenze delle Istituzioni, ma di andare oltre, alla ricerca delle dissonanze che abitano l’agire umano e il lavoro degli attori.

Armando Punzo ha sempre dichiarato di essere un regista e tale è riconosciuto dalla critica, quindi è un artista che esclude ogni forma di “servizio”. Egli ritiene i detenuti con cui lavora delle persone che diventano personaggi nel momento in cui percorrono i tempi per diventarlo, tempi fatti di studio, di partecipazione ai seminari, alle lunghe prove a tavolino. Quando svolgono questo lavoro, i suoi attori non badano all’arte come terapia, oppure al teatro che cura, non si sentono al servizio delle istituzioni, ma del regista che li guida che è anche artista.

Punzo sostiene che l’artista deve guardare all’ignoto, a ciò che è sconosciuto, non certo all’ordinario, il che vorrebbe dire sottomettersi al sistema. Il pensiero creativo non ammette lacci, non imprigiona la fantasia, non ha nulla a che fare col Welfare di cui si debbono occupare le Istituzioni, le aziende, le banche, l’artista deve favorire il benessere spirituale a coloro con cui lavora. Per questo motivo, nel suo Breviario, Punzo si scaglia contro coloro che pensano che l’arte sia un dopolavoro. Il teatro d’Arte non ha nulla a che fare con gli operatori del benessere, con gli influencer, suo compito è difendere la libertà creativa.

Se l’Arte e la Cultura sono un diritto, debbono avere un loro spazio dove sia possibile creare una “Forma” che contiene le infinite possibilità dell’Essere, come dire che il teatro è competenza, responsabilità, maestria.

“BREVIARIO DI ETICA ARTISTICA. Arte, Persone, Istituzioni“, di Armando Punzo, con Rossella Menna – Luca Sossella Editore 2026 – pp 102, € 10.

 

 

“Marat Sade”: il Manicomio non è certo uno strumento di assistenza sociale. Spersonalizza, ma per rieducare

(di Andrea Bisicchia) – Nel 1994, al Teatro di Porta Romana, diretto da Gianni Valle, di cui continuiamo a sentire la mancanza, molti di noi videro “MARAT SADE” di P. Weiss, trasformato, da Armando Punzo, in un canovaccio scritto per la Compagnia della Fortezza di Volterra, nel quale mise in evidenza dei temi come: reclusione, libertà, rivoluzione, che riprenderà negli spettacoli successivi.
Ricordo una scenografia claustrofobica che rimandava ad un luogo di reclusione quale era il manicomio dell’Ospizio di Charenton dove, sotto la guida del Marchese De Sade, recitava una Compagnia di Filodrammatici, ma ricordo ancora le grate sulla quali gli attori sbattevano delle pentole creando un rumore assordante fatto di violenza mista a rabbia.
Soffermiamoci per un attimo su due categorie di attori, quelli Filodrammatici che sono sempre esistiti e quelli definiti Attori Detenuti che non sono mai esistiti.
Ammetto che tale categoria la ritengo molto stretta quando a dirigerla è un artista che ha seguito i tempi, le modalità, gli esercizi preparatori, i laboratori che hanno preceduto la messinscena, realizzando uno spettacolo di tipo professionistico. Certo, per la cronaca, il Marat Sade divenne un pretesto per parlare di Teatro e Carcere, di attività rieducativa, di Istituti di pena diventati luoghi di crescita, grazie al teatro, di rieducazione, di reinserimento sociale, come vuole l’articolo 27 della Costituzione, di ricostruzione psicologica dei detenuti.
La critica, al completo, fu chiamata per giudicare lo spettacolo, che non esito a ritenerlo addirittura un evento, pari a qualsiasi spettacolo di qualità.
Per un po’ di tempo, quando si giudicava il lavoro della Compagnia della Fortezza, prevalevano i giudizi della cronaca che facevano cassa di risonanza, tanto che la Compagnia divenne il simbolo storico di una pratica teatrale che verrà ripresa, nel giro di poco tempo, da altre 17 Case Circondariali, tutte concorde nel ricostruire quel processo di spersonalizzazione al quale erano sottoposti gli attori detenuti.
La critica, per quanto riguarda Marat Sade e altri spettacoli di Punzo, si era opposta a questa lettura di tipo istituzionale avendoli giudicati come il prodotto di una equipe di attori diretta da un artista e non da un educatore. Intanto, dopo questa operazione e quella dei suoi proseliti della materia, cominciarono a occuparsi criminologi, studiosi del Teatro Sociale, giovani ricercatori che dedicarono i loro studi alla Storia del teatro in carcere, all’Impatto del Teatro tra i carcerati e al cambiamento prodotto nel sistema penitenziario.
Tutto questo, però, non ha nulla a che fare quando si discute del concetto di artisticità che ha una sua specificità e un suo mondo fantastico.
A dimostrare tale teoria sono Armando Punzo e Rossella Menna nel “BREVIARIO DI ETICA ARTISTICA. ARTE, PERSONE, ISTITUZIONI”, nel quale cercano di dimostrare come il Teatro in carcere possa ritenersi una pratica artistica a tutti gli effetti e non certo una forma di assistenza sociale. Compito dell’artista è quello di guardare dove non guarda nessuno, avendo egli la capacità di osservare l’invisibile che c’è in ciascuno di noi, tanto che il suo compito non è quello di subordinare il suo metodo di lavoro o la sua fantasia alle esigenze delle Istituzioni, ma di andare oltre, alla ricerca delle dissonanze che abitano l’agire umano e il lavoro degli attori.
Armando Punzo ha sempre dichiarato di essere un regista e tale è riconosciuto dalla critica, quindi è un artista che esclude ogni forma di “servizio”. Egli ritiene i detenuti con cui lavora delle persone che diventano personaggi nel momento in cui percorrono i tempi per diventarlo, tempi fatti di studio, di partecipazione ai seminari, alle lunghe prove a tavolino. Quando svolgono questo lavoro, i suoi attori non badano all’arte come terapia, oppure al teatro che cura, non si sentono al servizio delle istituzioni, ma del regista che li guida che è anche artista.
Punzo sostiene che l’artista deve guardare all’ignoto, a ciò che è sconosciuto, non certo all’ordinario, il che vorrebbe dire sottomettersi al sistema. Il pensiero creativo non ammette lacci, non imprigiona la fantasia, non ha nulla a che fare col Welfare di cui si debbono occupare le Istituzioni, le aziende, le banche, l’artista deve favorire il benessere spirituale a coloro con cui lavora. Per questo motivo, nel suo Breviario, Punzo si scaglia contro coloro che pensano che l’arte sia un dopolavoro. Il teatro d’Arte non ha nulla a che fare con gli operatori del benessere, con gli influencer, suo compito è difendere la libertà creativa.
Se l’Arte e la Cultura sono un diritto, debbono avere un loro spazio dove sia possibile creare una “Forma” che contiene le infinite possibilità dell’Essere, come dire che il teatro è competenza, responsabilità, maestria.

“BREVIARIO DI ETICA ARTISTICA. Arte, Persone, Istituzioni“, di Armando Punzo, con Rossella Menna – Luca Sossella Editore 2026 – pp 102, € 10.

 

 

“Marat Sade”: il Manicomio non è certo uno strumento di assistenza sociale. Spersonalizza, ma per rieducare

(di Andrea Bisicchia) – Nel 1994, al Teatro di Porta Romana, diretto da Gianni Valle, di cui continuiamo a sentire la mancanza, molti di noi videro “MARAT SADE” di P. Weiss, trasformato, da Armando Punzo, in un canovaccio scritto per la Compagnia della Fortezza di Volterra, nel quale mise in evidenza dei temi come: reclusione, libertà, rivoluzione, che riprenderà negli spettacoli successivi.

Ricordo una scenografia claustrofobica che rimandava ad un luogo di reclusione quale era il manicomio dell’Ospizio di Charenton dove, sotto la guida del Marchese De Sade, recitava una Compagnia di Filodrammatici, ma ricordo ancora le grate sulla quali gli attori sbattevano delle pentole creando un rumore assordante fatto di violenza mista a rabbia.

Soffermiamoci per un attimo su due categorie di attori, quelli Filodrammatici che sono sempre esistiti e quelli definiti Attori Detenuti che non sono mai esistiti.

Ammetto che tale categoria la ritengo molto stretta quando a dirigerla è un artista che ha seguito i tempi, le modalità, gli esercizi preparatori, i laboratori che hanno preceduto la messinscena, realizzando uno spettacolo di tipo professionistico. Certo, per la cronaca, il Marat Sade divenne un pretesto per parlare di Teatro e Carcere, di attività rieducativa, di Istituti di pena diventati luoghi di crescita, grazie al teatro, di rieducazione, di reinserimento sociale, come vuole l’articolo 27 della Costituzione, di ricostruzione psicologica dei detenuti.

La critica, al completo, fu chiamata per giudicare lo spettacolo, che non esito a ritenerlo addirittura un evento, pari a qualsiasi spettacolo di qualità.

Per un po’ di tempo, quando si giudicava il lavoro della Compagnia della Fortezza, prevalevano i giudizi della cronaca che facevano cassa di risonanza, tanto che la Compagnia divenne il simbolo storico di una pratica teatrale che verrà ripresa, nel giro di poco tempo, da altre 17 Case Circondariali, tutte concorde nel ricostruire quel processo di spersonalizzazione al quale erano sottoposti gli attori detenuti.

La critica, per quanto riguarda Marat Sade e altri spettacoli di Punzo, si era opposta a questa lettura di tipo istituzionale avendoli giudicati come il prodotto di una equipe di attori diretta da un artista e non da un educatore. Intanto, dopo questa operazione e quella dei suoi proseliti della materia, cominciarono a occuparsi criminologi, studiosi del Teatro Sociale, giovani ricercatori che dedicarono i loro studi alla Storia del teatro in carcere, all’Impatto del Teatro tra i carcerati e al cambiamento prodotto nel sistema penitenziario.

Tutto questo, però, non ha nulla a che fare quando si discute del concetto di artisticità che ha una sua specificità e un suo mondo fantastico.

A dimostrare tale teoria sono Armando Punzo e Rossella Menna nel “BREVIARIO DI ETICA ARTISTICA. ARTE, PERSONE, ISTITUZIONI”, nel quale cercano di dimostrare come il Teatro in carcere possa ritenersi una pratica artistica a tutti gli effetti e non certo una forma di assistenza sociale. Compito dell’artista è quello di guardare dove non guarda nessuno, avendo egli la capacità di osservare l’invisibile che c’è in ciascuno di noi, tanto che il suo compito non è quello di subordinare il suo metodo di lavoro o la sua fantasia alle esigenze delle Istituzioni, ma di andare oltre, alla ricerca delle dissonanze che abitano l’agire umano e il lavoro degli attori.

Armando Punzo ha sempre dichiarato di essere un regista e tale è riconosciuto dalla critica, quindi è un artista che esclude ogni forma di “servizio”. Egli ritiene i detenuti con cui lavora delle persone che diventano personaggi nel momento in cui percorrono i tempi per diventarlo, tempi fatti di studio, di partecipazione ai seminari, alle lunghe prove a tavolino. Quando svolgono questo lavoro, i suoi attori non badano all’arte come terapia, oppure al teatro che cura, non si sentono al servizio delle istituzioni, ma del regista che li guida che è anche artista.

Punzo sostiene che l’artista deve guardare all’ignoto, a ciò che è sconosciuto, non certo all’ordinario, il che vorrebbe dire sottomettersi al sistema. Il pensiero creativo non ammette lacci, non imprigiona la fantasia, non ha nulla a che fare col Welfare di cui si debbono occupare le Istituzioni, le aziende, le banche, l’artista deve favorire il benessere spirituale a coloro con cui lavora. Per questo motivo, nel suo Breviario, Punzo si scaglia contro coloro che pensano che l’arte sia un dopolavoro. Il teatro d’Arte non ha nulla a che fare con gli operatori del benessere, con gli influencer, suo compito è difendere la libertà creativa.

Se l’Arte e la Cultura sono un diritto, debbono avere un loro spazio dove sia possibile creare una “Forma” che contiene le infinite possibilità dell’Essere, come dire che il teatro è competenza, responsabilità, maestria.

“BREVIARIO DI ETICA ARTISTICA. Arte, Persone, Istituzioni“, di Armando Punzo, con Rossella Menna – Luca Sossella Editore 2026 – pp 102, € 10.

 

 

Officina per i giovani. Teatro di formazione per il pubblico. Anche Faenza ora merita il massimo riconoscimento

IL PICCOLO TEATRO D’INNOVAZIONE, A FAENZA, HA PRESENTATO LA NUOVA STAGIONE CON OTTO SPETTACOLI TRA PRODUZIONI E COPRODUZIONI, PROTAGONISTI MARCO BALIANI, LAURA CURINO, PAOLA FRESA, MARIOLINA COPPOLA, ANGELA MALFITANO e il COLLETTIVO LES MOUSTASCHES.

(di Andrea Bisicchia) – Il PICCOLO di Forlì è la sede stabile di Accademia Perduta. Si tratta di un Teatro d’Innovazione, ovvero di uno spazio sempre aperto al Contemporaneo e al Teatro Ragazzi.

Svolge una attività artistica multidisciplinare ed è identificato come Centro di Produzione Permanente della Nuova Drammaturgia.

Per la sua qualità artistica, è stato riconosciuto dal Ministero della Cultura come “Primo Centro di Produzione Teatrale in Italia”, motivo per cui sostengo che, riconosciuta  l’Attività Artistica di Accademia Perduta anche per l’attività che svolge al Diego Fabbri di Forlì, al Masini di Faenza, al Goldoni di Bagnacavallo, sia arrivato il momento del suo passaggio ai “Teatri di Interesse Culturali”, TRIC, per l’attività produttiva, in primis, e quindi per la Ricerca, l’Innovazione, l’Inclusione, ovvero per il radicamento nel territorio, ma in particolar modo, per aver saputo intercettare i segnali più sofisticati della innovazione scenica.

Sono passati circa 40anni dalla nascita del Piccolo, in una sede non centrale, ma popolatissima, durante i quali, la sua attività viene riconosciuta a livello nazionale, inoltre è promotrice del Festival COLPI DI SCENA per artisti esordienti nell’ambito del Teatro Contemporaneo e del Teatro Ragazzi, attraverso tappe di selezione molto accurate che hanno, come fine, lo spessore del lavoro creativo dei gruppi, oltre che l’eterogeneità dei linguaggi.

Questi risultati sono stati possibili grazie anche alla Convenzione col Comune di Forlì che, attraverso la voce del Vicesindaco e Assessore alla Cultura, ritiene, Il Piccolo, una Officina per i giovani e un teatro di formazione per il pubblico, grazie anche alle Lezioni di Michele Pascarella e al lavoro svolto insieme al Centro Famiglie di Forlì.

Questa mia breve indagine storico-teorica trova conferma nella impostazione della Nuova Stagione, la cui apertura avviene con “Processo a Elena” di e con Paola Fresa, di cui ci siamo già occupati, sulle pagine di questo giornale, a proposito della sua “ Penelope”, seguono gli spettacoli con Laura Curino e Francesco Gargiulo; “Dialoghi con mia madre”, di Santiago Carlos Oves, regia Beppe Rosso, che pone, al centro dell’azione, il rapporto difficile tra figli e genitori, nel nostro caso, tra una madre anziana e un figlio cinquantenne, “La mite”, capolavoro di Dostoevskij, con Mariolina Coppola, storia di un amore travagliato che si conclude col suicidio della giovane moglie, un gesto disperato che, solo alla fine, se ne capisce il motivo, “Liberata” di Nicola Bonazzi che cura anche la regia, con protagonisti quattro personaggi che raccontano le loro  storie per scontare, ciascuno, la propria pena.

Gli argomenti trattati hanno sempre a che vedere con le difficoltà della vita, difficoltà di tipo ontologico, anche se hanno a che fare col mondo reale, mi riferisco a ”L’isola dei ciccioni felici” di e con Andrea Mattei, una favola amara di un personaggio in sovrappeso che cerca di essere felice in una isola dove tutti sono grassi. Una storia quasi simile è quella di Ciccio Speranza, nella commedia omonima, scritta da Aberto Fumagalli della Compagnia Les Moustaches.

Per concludere vorrei ricordare due spettacoli molto importanti, si tratta di “Marcinelle, storia di muratori”, di Ariel Vincenti, che racconta la vicenda di quattro muratori che trovano la morte nella miniera di Marcinelle, e “L’ombra perduta di Peter Schlemihl”, riduzione di Marco Baliani di un straordinario racconto di Adelbert von Comisso, una storia di tipo faustiano, regia Maria Maglietta.

Ricordo ancora “Nuda Preghiera” di Emilio Rentocchini, con Angela Malfitano, un atto unico sulla impossibilità di dire la verità, “Happy Birth-Day Stelle Terresti” di Anna Zago, regia di Nicoletta Robello, storia di amori complessi che hanno lasciato tante ferite. Sarà presente il Teatro Filodrammatici di Milano con “Tape La registrazione”.

Otto sono gli spettacoli programmati per Teatro Ragazzi, Favole che sanno parlare di ieri e di oggi.