Pur fra tensioni e attese, ci è caro dedicare ai Lettori, ai loro affetti e a tutti gli amici i più festosi pensieri di ogni bene

(di Paolo A. Paganini)
Sogni speranze illusioni ideali. E, soprattutto, tanti amici. Alcuni sono scomparsi, altri si sono appartati e non li vediamo più. Cos’è successo, intorno a noi, senza che quasi ce ne accorgessimo? Colpa del Covid? Della guerra? Della recessione, del debito pubblico, della disoccupazione, della povertà, o di alcuni neuroni scombinati?
È come se ci sentissimo tutti responsabili.
Abbiamo perso la gioia di vivere.
Eppure, i ristoranti sono pieni (e i cinema vuoti). Sembra che Milano abbia perso i propri antichi attributi di impresarialità, di amore, di generosità: nell’arte, nell’editoria, nella cultura, negli spettacoli, nella creatività, dedicandosi, invece, con sempre maggiore voluttà, al mangiare, alle vacanze. Per stordirsi? Per dimenticare?…

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Con i tre quadri, qui sopra, dedichiamo un pensiero d’amore a una città sempre romantica e consolatoria, la città di Giulietta e Romeo, di Angelo dall’Oca Bianca, di Berto Barbarani, di Renato Simoni (la famosa “triade” veronese) e di tanti altri, pittori, scultori, scrittori e poeti, non tutti finiti nell’oblio. Anche perché rimangono tante loro opere. Che continuano a parlare. O a gridare.
Che è quello che vorremmo fare noi, redattori e collaboratori de “lo Spettacoliere”, in un coro augurale, dedicato ai nostri cari, ai nostri amici, a tutti i Lettori.
Non molliamo. Teniamoci aggrappati al filo sottile dei nostri aquiloni, dei nostri sogni.
Che il 2023 porti a tutti gioia, felicità, salute. E che il Cielo ce la mandi buona.

L’evento teatrale, “connessione di un istante con l’eternità” in un itinerario capace di collegare il passato con il presente

(di Andrea Bisicchia) Nella Collana “Farsi una idea” il Mulino ha pubblicato, di Francesco Ceraolo, docente di Storia del Teatro nell’Università del Salento, “IL TEATRO CONTEMPORANEO”. Non si tratta di un libro di storiografia vera e propria, quanto di un itinerario che parte dal presente per parlare del passato e ritornare al contemporaneo.
Le “Guide” hanno un valore didattico, tanto che possono usufruirne sia gli studenti che i lettori che vogliono porre le basi per continuare uno studio in maniera più approfondita. L’autore parte da alcune domande che riguardano lo scopo di una rappresentazione, da non intendere solamente come il risultato di un processo mimetico, quanto come una vera e propria spiegazione sul senso della vita, tanto che il teatro è da intendere non soltanto come il luogo dove si consuma una azione, ma anche quello in cui avviene una ”procedura”, il cui compito consiste nel legare il presente al passato e viceversa, o, come direbbe Alain Badiou, di cui Ceravolo aveva curato “Rapsodia per il teatro”, di connettere ”l’istante con l’eternità”, “l’atemporalità con la temporalità sperimentale dovuta alla singolarità dell’evento teatrale”.
Su questa base, Ceraolo introduce il lettore nel presente, essendo convinto che il compito di una messinscena consista nell’abbattere il tempo e affidarsi al suo “procedere”, ovvero alla sua capacità di raccontare il teatro senza incappare, rigorosamente, nel metodo storiografico e, per giunta, con le sue cronologie, ma di offrire una “mappa” per orientarsi. Ci sono già spettacoli che contengono in sé questa mappa, capace di collegare il passato al presente, ben visibile, per esempio, negli spettacoli di Castellucci, come “Orestea” o l’“Inferno”, quest’ultimo andato recentemente in scena al Palazzo dei Papi, ad Avignone, entrambi liberamente “ispirati” a due noti classici.
Ceraolo fa altri due esempi, per avvalorare la sua tesi, quello di “Sabato, Domenica e Lunedì” di Eduardo, con la regia di Servillo, e quello di “Così fan tutte”, con la regia di Martone, esempi che rimandano al mistero del teatro e che permettono di riportarci alle Origini, se non alla “Poetica” aristotelica, attraversandone la natura estetica, con i suoi codici spettacolari, politici, sociali, antropologici, che mutano sia con i tempi che con i luoghi in cui il teatro agisce.
Ceraolo suddivide la sua ricerca in cinque capitoli, nei quali evidenzia il continuo rinnovarsi della scena, partendo da quella in cui dominava il Grande Attore, per arrivare al teatro di Regia e di Drammaturgia, che lo aprirono a nuove prospettive. Successivamente, conduce il lettore nei luoghi della sperimentazione e della performatività, fino a quelli che subiscono l’invasione della scena da parte dei media che favoriranno, a loro volta, le forme di teatro del terzo millennio che, a dire il vero, erano già note nel secondo millennio, come quella del “Teatro Immagine”, in cui la scena veniva concepita come ”immagine plastica” , già evidente nelle messinscene di Bob Wilson, o quella del “Teatro Voce”, da intendere come medium tra corpo e racconto e, ancora, quella del “reenactment” (rivisitazione) che consiste nel ridurre il copione ai confini tra teatro e documento, tra teatro e vita e che rimanda a “I performer Studies”, o a Milo Rau, più volte visto a Milano, che  basa, proprio sul reenactment, le vicende e i personaggi storici della cronaca che abbiano avuto particolare notorietà, insomma, un “Teatro documento” degli anni Sessanta-Settanta, riveduto e corretto.
A questo punto, Ceraolo, con andamento saggistico, esplora gran parte del teatro contemporaneo di cui è stato testimone, senza tralasciare, però, la genealogia del pubblico e l’utilizzo di “sipari virtuali”, durante l’ondata del covid.

Francesco Ceraolo, “IL TEATRO CONTEMPORANEO. Presente e futuro nell’arte scenica”, Il Mulino 2022, pp. 148, € 12.

 

Non il classico triangolo borghese, ma una incontrollabile partita di violenze e di soprusi, tra osceni pensieri malati

BAGNACAVALLO (RA), domenica 11 dicembre (di Andrea Bisicchia) Non siamo i soli a sostenere che lo Stabile di Torino sia il teatro più rappresentativo, tra i Teatri Nazionali, non solo per la coerenza delle scelte, ma anche per la qualità artistica delle sue realizzazioni che coinvolgono Valerio Binasco, Filippo Dini e il giovane Leonardo Lidi, tre registi che portano in giro tre spettacoli dello Stabile: “Dulan la sposa”, “Il Crogiuolo” e “Il Gabbiano”, che hanno riscosso successo di pubblico e di critica. C’è molta concretezza, nella programmazione, che si differenzia da quella, fin troppo teorica, del Piccolo, dove, appunto, si teorizzano: “Immersioni”, “Laboratori performativi”, “Residenze”.
Abbiamo visto al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, esaurito, “Dulan la sposa”, di Melania Mazzucco, un radiodramma scritto circa vent’anni fa e interpretato proprio dallo stesso Binasco, il quale certamente fin d’allora ha pensato a come portarlo in scena, avendolo, quindi, elaborato per lungo tempo, fino a farne uno spettacolo decisamente inquietante, anche se, potrebbe sembrare, a prima vista, la storia di un “triangolo borghese”: marito, amante, moglie che, nel nostro caso, diventano: Lui, La sposa, La ragazza, ma che Binasco ha stravolto, creando un triangolo oscuro, sia perché è coinvolta una donna di colore, sia perché ha a che fare col genere noir, sia perché è il risultato di pulsioni ingovernabili che appartengono al lato più nero del nostro inconscio, dato che, quel che vien fuori, da questo triangolo, è uno strano rapporto di sessi, fatto di violenza, soprusi e passione incontrollabile.
Sono, pertanto, assenti gli elementi base del triangolo borghese: amore, seduzione, bisogno di una nuova relazione, desiderio, sostituiti da rapimento, violenza, sequestro, brama di possesso e predominio del maschile sul femminile, elementi che hanno a che fare con l’eros, piuttosto che col sesso tradizionale. Non si tratta, però, di una guerra dei sessi, come accadeva in Strindberg (vedi “Il padre”) o in Rosso di San Secondo (vedi “L’ospite desiderato”), ma di una guerra che coinvolge la psiche, soprattutto, del protagonista, che vive il suo amore per una giovane clandestina, senza nome, come una vera e propria patologia. La scena, tutta bianca, asettica, quasi l’interno di un luogo di cura, più che di una stanza dove la ragazza è segretata, è attraversata da lampi di luce oscura, ovvero dai pensieri malati di Lui che vive una attrazione conturbante, ai limiti dell’osceno.
Lo spettatore si trova dinanzi al “Teatro di coppia”, non quello già visto, bensì quello vissuto in una dinamica alla soglia dell’irrazionale e, pertanto, tragica, quasi sorretta da un principio distruttivo, per il quale, l’unico rimedio sarebbe quello di andare da un analista che non potrà, certo, offrire delle soluzioni, ma dei rimedi temporanei, perché l’ossessione erotica, ai limiti della libidine, è sorretta da impulsi celati che deformano le nostre relazioni e che portano all’irrimediabile, ovvero, al gesto estremo, che è quello dell’omicidio.
Il problema per Binasco, sia come regista che come attore, bravissimo nel rappresentare la sua volgarità, non è stato come risolvere il dissidio amare-tradire e neanche quello dello  scandalo, bensì, come risolvere scenicamente il rapporto eros e pathos che appartiene a una esperienza amorosa, le cui cause, spesso inconsce, escludono ogni forma di sentimento per donare, al corpo e alla fisicità, un apporto tra il realistico e l’onirico (si parla, spesso, di sogni nello svolgersi dell’azione), tra l’ambivalenza e la contraddittorietà, tra sofferenza e anelito di morte, perché l’attrazione fatale finisce per trasformarsi in angoscia, trasgressione, esasperazione, per le quali non esistono più margini di ricomposizione.
A questo punto, il regista ha dovuto lavorare molto sulle due attrici, Mariangela Granelli (La sposa) e Cristina Parku (La ragazza), molto applaudite dal pubblico, insieme a Binasco.
Lo spettacolo, che aveva debuttato al Gobetti di Torino il 30 ottobre, dopo una tournée di due mesi, da Terni a Perugia, a Genova, Bolzano, Pistoia, senza toccare Roma e Milano, ha concluso, il suo tour, al Goldoni di Bagnacavallo, in attesa della ripresa, nella Stagione prossima.

“DULAN LA SPOSA” di Melania Mazzucco, al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, regia e interpretazione di Valerio Binasco, con Mariangela Granelli e Cristina Parku.

Lettura quasi shakespeariana d’un possente “Boris Godunov” alla Scala. Grandi Riccardo Chailly e Ildar Abdrazakov

Il Direttore Riccardo Chailly

MILANO, giovedì 8 dicembre ► (di Carla Maria Casanova)
Boris Godunov alla Scala per l’inaugurazione di stagione 2022-2023. Se ne è parlato da tempo anche perché si è trattato quasi di una inaugurazione del Teatro in senso lato. Per via del Covid, ovviamente. Ma, al contrario di quanto ci si sarebbe aspettato, è subentrata una sorta di parola d’ordine (“Si estinguano le faci e non si offenda, col clamor del trionfo, i prodi estinti”, ordina il Doge nel Simon Boccanegra ). Agire quasi “in sordina”, parola non confacente ad uno spettacolo musicale … Diciamo allora “in austerità”, citando solo la presenza dei nomi della politica (presidente della Repubblica, del Senato, del Consiglio) con l’aggiunta di Ursula von der Leyen. Infatti, una platea con il nero imperante e nessuna divagazione trasgressiva nelle toilettes delle dame. Per la prima volta, l’usata infiorata della sala riguardava esclusivamente il balconcino del palco ex-reale. Gli applausi per gli occupanti di questo palco hanno accumulato minuti 5 (oso dire esagerati). Due gli inni nazionali: Italiano ed europeo.
Lo spettacolo essendo stato proiettato in 32 luoghi dei 9 Municipi milanesi e in tre spazi nell’area metropolitana per un totale all’incirca di 10.000 persone, oltre allo streaming su Rai Uno che deve aver accontentato migliaia di appassionati casalinghi, se qualcuno non ha visto questo Boris è segno che proprio non voleva vederlo. La ormai imperante soluzione dello streaming, indispensabile nei due anni di galera, ha però un inconveniente. Essere un deterrente assoluto per la presenza in teatro del pubblico, che diserta sempre più le sale. Ci sarà un modo per farlo ritornare (il pubblico)? Non so.

Boris e il “fantasma” del fanciullo assassinato.

Dunque il Boris. Gigantesco capolavoro dalla lunga e travagliata storia. Modesto Musorgskij incominciò a comporlo, sulla tragedia di Puškin, nel 1868 e nel 69 era bell’e pronto. Ma non piacque alla censura dei Teatri Imperiali che gli impose delle rettifiche, per esempio aggiungere un personaggio femminile nel senso di una storia d’amore (erano previste nell’opera ben quattro donne, ma un po’ defilate). Il musicista aggiunse il famoso “atto polacco”, con il personaggio della bella Marina, niente male se si vuole, ma che non c’entra un granché con il resto dell’opera. Comunque così alla giuria il Boris piace. Purtroppo, nel 1881 Musorgskij, alcolizzato, muore cinquantenne e per il Boris seguono altri rifacimenti, addirittura ri-orchestrazioni, per mano di Rimskij-Korsakov e poi di Šostakovič. Versioni brillanti più “teatrali” con un bel duettone d’amore e gli atti un po’ rimescolati, chiudendo con una scena meno traumatica, per il pubblico, della morte dello zar, finale di grande impatto che per fortuna è toccato a noi ieri sera. Il maestro Riccardo Chailly direttore dell’opera ha infatti scelto la prima edizione originale, 1869. Il “mai data alla Scala” non è però esatto. Anche Gergiev, che diresse il Boris agli Arcimboldi nel 2002, usò l’edizione 1869 (senza atto polacco) ma Chailly ha ripescato una ennesima nuova edizione critica (di Levašev) con qualche battuta in più.
E adesso subito, senza più tergiversare, questo bellissimo Boris Godunov. Regìa di Kasper Holten, scene di Es Devlin, costumi di Ida M. Ellekilde, luci di Jonas Bogh. Cast di cantanti russi. Protagonista Ildar Abdrazakov. Il sipario si apre su una scena nera in cui si immette il coro femminile dai costumi rossi. Bellissimo effetto. Poi ci sarà anche un coro di pellegrini in vesti bianche e, per l’arrivo e incoronazione dello zar, un tripudio di oro. Bello, bello. L’apparizione di Boris al popolo adorante avviene con una immagine da Flauto magico: al centro si apre un corridoio pieno di luce dal quale escono i monaci e i boiari in costumi lucenti e poi lui, lo zar di tutte le Russie, con l’imperio trascendentale del Sarastro mozartiano. Nella successiva scena della cella di Pimen il fondale e il pavimento sono la proiezione di uno scritto: il diario che il monaco sta scrivendo sugli eventi sanguinosi che hanno portato Boris al trono. Lo zar è infatti accusato di aver ordito l’uccisone dello zarevic Dimitri, legittimo successore di Ivan il Terribile (che nel racconto di Puskin viene ricordato come meraviglioso monarca lungimirante). Qui, nella regìa, qualcosa di troppo: l’apparizione del bambino insanguinato, che puzza di gran Guignol. Presenza ripetuta nel finale, quando addirittura i bambini insanguinati sono i due figli di Boris, presentimento di un futuro carico di orrori. È invece molto ben congeniata la fuga del falso Dimitri dal confine con la Lituania, facendolo minacciare con la pistola il doganiere che gli aprirà il cancello. Nella seconda parte del’opera (quattro atti e sette quadri) i personaggi vestono abiti ottocenteschi, portati ad una dimensione umana più accessibile, seguendo il dramma psicologico del regicidio. Boris non muore cadendo dal trono ma dal suo letto, abbracciato ai figli. Sul corpo oramai esanime dello zar plana il sorriso sardonico del falso Dimitri: “È trapassato” (vedi Jago a Otello “Ecco il Leon” o Tosca a Scarpia: “E davanti a lui tremava tutta Roma…”).
Boris Godunov è teatro e soprattutto musica. Musica possente ma anche intimista. Chailly (questa la sua nona inaugurazione di stagione scaligera) affronta la partitura integra di Musorgskij per la prima volta, dopo sporadiche esperienze nel repertorio russo. Entusiasta di questa prima versione, ne ha fatto una lettura “shakespeariana” avvicinando Boris al Macbeth, diretto nella inaugurazione scorsa. I due protagonisti sono uniti nell’ambizione del potere, nel delitto e nelle allucinazioni. E così Chailly li ha descritti, puntando sul versante psicologico, sottolineando l’evidenza drammatica nelle sue sfumature più intime.
Gli interpreti (15, con 6 protagonisti ma con parti minori distribuite perfettamente) sono tutti dei fuoriclasse specialisti di questo repertorio. Protagonista Ildar Abdrazakov, probabilmente oggi il miglior Boris sulla piazza. La storia cita tanti grandi e grandissimi Boris passati dalla Scala, dallo storico Fiodor Chaliapin (il Caruso dei bassi) a Zaleski e Carlo Galeffi diretti da Toscanini, e Tancredi Pasero, Boris Christoff, Nicola Rossi Lemeni, Nicolai Ghiaurov, Nicola Ghiuselev e i nostri Ruggero Raimondi e Ferruccio Furlanetto, tanto per ricordare che non furono solo i russi a spopolare. Su Rossi Lemeni c’è un piccolo prezioso aneddoto. Il basso, nato a Istanbul da padre italiano e madre russa, si chiamava Nicola Rossi. Fu Toscanini a dirgli “Non puoi affrontare un personaggio come Boris Godunov con quel nome, devi aggiungerne un secondo”. Il cantante aggiunse il nome elaborato della madre: Lemeni. Di Boris, Lemeni aveva oltre alla voce e alla figura anche il viso impressionante, che manca ad Abdrazakov il quale, sia pur con imponente statura fisica, ha un viso pacioso da bravo ragazzo, poco confacente all’imperio di uno zar. E che zar. I primi piani televisivi non lo avvantaggiano. È però efficace ed avvincente l’espressione delle sue tormentate allucinazioni. E la voce grande, calda, rivelatasi nel 2000 al Concorso Maria Callas di Parma, gli hanno permesso di costruire un Boris di forte emozione. Cantante oramai internazionale di enorme prestigio, Abdrazakov è alla sua sesta inaugurazione scaligera. Alla Scala tornerà nel marzo 2023 per interpretare i quattro personaggi diabolici nei Contes d’Hoffmann diretti da Frédéric Chaslin.
Nel cast del Boris si evidenziano altri due formidabili bassi: il monaco Pimen e il vagabondo Varlaam, rispettivamente Ain Anger e Stanislav Trofimov (parecchi grandi protagonisti hanno interpretato tutti e tre i ruoli). Sono tenori Grigorjij (Dmitry Golovnin) , il viscido Sujskij (Norbert Ernst) e l’Innocente (Yaroslav Abaimov). È baritono Scelkalov (Alexey Markov). L’ostessa è Maria Barakova. Direi che Ain Anger, nel monologo di Pimen con il falso Dimitri, abbia toccato punte assolute nel tono sussurrato, quasi estatico.
Impegno grandissimo quello del Coro del Teatro alla Scala diretto da Alberto Malazzi con la partecipazione del Coro di Voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni. L’Orchestra della Scala sotto alla bacchetta di Chailly ha dato una ennesima pregevolissima prova.
Lo spettacolo, iniziato alle ore 18,10 (10 minuti di ritardo per via degli applausi alla compagine governativa) dura tre ore e mezza. Mi dicono che i commenti alla TV dei presentatori, durante la mezz’ora di intervallo (anche io ricordo quelli degli anni passati), sono di una pochezza e inesperienza imbarazzanti. Uno spettacolo lirico non è “Ballando con le stelle”. Possibile che Mamma Rai non possa offrire niente di meglio? Magari una sostanziosa carrellata sul pubblico, che tanto sgomita per farsi riprendere dalla potente TV , sarebbe la soluzione migliore (senza far parlare le belle signore, per carità!).

“Boris Godunov” si replica il 10, 13, 16, 20, 23, 29 dicembre alle ore 20