Maggio Musicale Fiorentino 2024. Apre stasera Gatti con Bruckner. Muti il 12 maggio con i “Wiener Philarmoniker”

FIRENZE, sabato 13 aprile ► (di Carla Maria Casanova)Con grande coraggio e la dignità che lo contraddistingue il Maggio Musicale Fiorentino ha presentato la sua 86.ma edizione: 13 aprile-13 giugno 2024.
Dopo le grandi difficoltà degli ultimi anni, il forzato cambio di sovraintendente, il commissariamento straordinario, i mesi di attesa e di incertezza, il MMF riprende la sua “normale” attività. È bene ricordare che anche in tempo di Covid l’istituzione fiorentina ha cercato di mantenere “regolari” le stagioni, producendo spettacoli in ottemperanza alle disposizioni sanitarie della emergenza.
Siamo in convalescenza – ha esordito alla conferenza stampa presieduta dal Sindaco Dario Nardella il direttore principale Daniele Gatti – e come tali dobbiamo comportarci. Quindi con cautela.”
Il maestro milanese – il cui nome è già stato dato quale successore di Riccardo Chailly allo scadere del mandato di questi, poi rimandato di un anno per improvvisa decisione del Sindaco di Milano Giuseppe Sala – Gatti, dicevo, ha avuto parole di grande positività (ottimismo?), ringraziando Carlo Fuortes, neo-sovraintendente, per la collaborazione già avvenuta nella accettazione del cartellone, impostato dall’allora commissario straordinario Onofrio Cutaia.
Una esplicita dichiarazione di buona intesa – quella di Gatti – che lascia sperare in una proficua stagione.

Non è un programma travolgente, quello del Festival, ma propone serate interessanti. Comprende tre opere liriche e 14 concerti, di cui il primo a inaugurazione della stagione: il 13 aprile Daniele Gatti dirige Bruckner (Ecce Sacerdos Magnus), il Salmo di Zemlinsky e la Sinfonia n.4 di Mahler (soprano Sara Blanch) trasmessa in diretta su Rai Radio 3. Le opere liriche esordiscono con la celebre edizione della Turandot “di” Zhang Yimou, ripresa da Stefania Grazioli. Interpreti Olga Maslova, Angelo Samartzis, Simon Lim. Liù è Valeria Sepe (Napoli, 1985) artista di grande talento premiata con l’Oscar della lirica nel 2015. L’opera pucciniana, che rappresenta un top assoluto della storia del Maggio, sarà diretta dal direttore emerito Zubin Mehta (anni 88) che, molto in forma dopo i recenti acciacchi, ha espresso la sua riconoscenza verso questo Teatro che gli ha serbato tante soddisfazioni.

Seconda opera, Jeanne Dark di Fabio Vacchi. Il titolo non è un errore grafico. D’altronde anche l’opera, prima esecuzione assoluta, commissionata dal Maggio, sarà una sorpresa, annunciata come “tragicomica”. “L’ho presa dal poema di Voltaire – ha detto Vacchi – senza nessuna intenzione di vilipendio della Storia. Sia chiaro. Ma si tratta di una vicenda che non ha i toni né epici né spirituali di quella storica.” Sarà diretta da Alessandro Cadario, regìa di Valentino Villa.  In scena il 14, 16, 18 maggio. La prima in ripresa diretta da Radio 3.

Ultimo molto atteso titolo, sempre incluso nelle celebrazioni del centenario della morte di Puccini, Tosca, (24, 26 maggio, 3,6,8 giugno) diretta da Daniele Gatti. Il regista è Massimo Popolizio (Genova 1961) attore di teatro, cinema, televisione, doppiatore, regista di innumerevoli lavori in gran parte in collaborazione con Luca Ronconi alla cui scuola si è formato dal 1983. Popolizio, detentore di vari riconoscimenti e premi quale il prestigioso Ubu, ha detto di aver spostato l’epoca “un po’ avanti” (oramai siamo pronti a tutto). Scene di Margherita Palli. La celebre scenografa ha appena perso il suo compagno di vita, il versatile architetto Italo Rota. Costumi di Silvia Aymonino. Interpreti: Vanessa Goikoetxea, Piero Pretti, Alexey Markov. Quanto a Vanessa (soprano ispano-americana, Palm Beach 1980) forse un ritocco grafico al suo nome le gioverebbe. Mai capito come si pronuncia.

Nel panorama dei molti concerti si distinguono quelli diretti da Daniele Gatti, oltre alla inaugurazione, con l’Orchestra e Coro del Maggio di cui è direttore principale: il 5 maggio, sono in programma il Magnificat di Petrassi e la Sinfonia n.19 di Šostakovič; e il 7 giugno, il Salmo IX di Petrassi e la Sinfonia n. 4 di Šostakovič. Il 25 maggio Myung-Whun Chung dirige l’Orchestra del Maggio in Schubert e Brahms; il 1° giugno Riccardo Bisanti e l’Orchestra della Toscana propongono Busoni, Mahler, Ives e Čajkovskij; il 10 giugno Alexander Lonquich si presenta come pianista e direttore dell’Orchestra Giovanile Italiana; il 13 giugno Zubin Mehta e l’orchestra del Maggio concludono con Wolf, Chopin (solista Alexander Gadjiev), Dvořak.

Un evento speciale sarà quello del 12 maggio: Riccardo Muti arriva a capo dei Wiener Philarmoniker per dirigere la sinfonia Haffner di Mozart e la Grande di Schubert. Il Balletto ha un suo spazio il 30 e 31 maggio con il progetto di Roberto Zappalà “Trilogia dell’estasi”. Il programma del Festival, del quale molte serate sono già sold out, sostenuto da Ministero della Cultura, Comune di Firenze e Regione Toscana, si vale anche di numerosi sponsor pubblici e del sostegno dei Soci fondatori privati Fondazione CR Firenze e Intesa San Paolo. Da non sottovalutare le molte serate cosiddette “minori”, dedicate a incontri, studi, convegni, conversazioni, recitals.

Per il programma completo e informazioni riguardanti i biglietti, si veda il sito della Fondazione: www.maggiofiorentino.com

Tragicomica vicenda d’una madre: sola, desolata, senza più scopi. Dopo che il figlio – 25 anni – se n’è andato di casa

MILANO, mercoledì 10 aprile ► (di Emanuela Dini) Gli ho mandato un messaggino, non mi ha ancora risposto”, “Non viene mai a trovarmi”, “Sta con quella…put***”. Sono le lamentele di Anna, madre di mezza età, che non si rassegna a lasciar vivere la vita al figlio venticinquenne uscito di casa.
“La madre”, di Florian Zelle – autore anche de “Il figlio” andato in scena al Teatro Franco Parenti nel febbraio scorso – indaga con acume, spietatezza ma anche umorismo, il tema di un amore materno esagerato e sbagliato, che può condurre a derive drammatiche e patologiche.
Sul palco del Teatro Carcano, una scena essenziale e simbolica. Cornici di porte che non ci sono, ma da cui escono ed entrano i personaggi della commedia: il marito, in partenza per un congresso e ossessionato dalle domande sempre uguali della moglie; il figlio, che rientra di notte nella casa materna dopo il litigio con la fidanzata, e alla mamma chioccia non sembra vero di averlo di nuovo in casa; la fidanzata del figlio, che torna a cercarlo per tentare di fare pace e viene acidamente rimbalzata dalla suocera.
In mezzo, sola e seduta su una sedia, Lunetta Savino dà vita e voce alla solitudine della madre che non ha più ragione di vita dopo che il suo “bambino” è uscito di casa e si rifugia nei ricordi di quando i figli erano piccoli e lei si alzava al mattino presto a preparare la colazione e la sua vita era realizzata nell’accudimento dei due figli “anzi, tre”, considerando anche il marito come un figlio di cui prendersi cura.
Un testo che oscilla dal comico al drammatico, con battute e situazioni in cui molte madri in piena sindrome da nido vuoto si ritroveranno, madri che si comperano il vestito bello per invitare il figlio a una cena con ostriche e champagne, donne mature con un matrimonio spento e niente interessi oltre alla cura della casa e della famiglia che si rifugiano nelle pastiglie e nella bottiglia, lo squarcio della solitudine e la disperazione di non avere più il “bambino” che gira per casa che porta a momenti drammatici, sottolineati in scena da un agghiacciante fondo nero e luci bianche intermittenti e con un culmine tragico, un dramma spietato e l’unica opzione possibile per lasciare che entrambi, madre e figlio, riescano a trovare una nuova realtà e una vita lontani l’uno dall’altra.
La scena pulita, essenziale, lucida e severa fa da contorno allo svolgersi del dramma, che da tranquillo ménage familiare si dipana in una black comedy macabra; alcune soluzioni sonore (musica coprente le voci, sprazzi di testo recitati col microfono in mano, mentre tutto lo spettacolo è – finalmente!! – non microfonato) lasciano un po’ perplessi, così come il grande specchio che si inchina a moltiplicare gli stipiti delle non-porte.
Bravissima Lunetta Savino che si trasforma man mano che il testo si gonfia di drammaticità, e da normale moglie annoiata diventa madre ansiosa e gelosa, poi donna disperatamente sola con l’univo conforto di sonniferi e alcol, infine malata accudita in ospedale, in una fatica ricerca di una nuova sé.
Un’ora e venti di spettacolo, sala piena, applausi calorosi e chiamate alla ribalta per Lunetta Savino.

“La Madre”, di Florian Zeller – Con Lunetta Savino, Andrea Renzi, Niccolò Ferrero, Chiarastella Sorrentino – Regia Marcello Cotugno, scene Luigi Ferrigno, luci Piero Sperduti, costumi Alessandra Benaduce – Al Teatro Carcano di Milano, fino al 14 aprile.

La tournée, iniziata il 17 febbraio a Atri (Teramo), proseguirà, dopo Milano, a:
Lecce – 16/04
Corato (Bari) – 17/04
Bari – 18-24/4
Cosenza – 23/04
Crotone – 24/04
Ragusa – 26/04
Agrigento – 27-28/04
Noto (Siracusa) – 29-30/04

Visita del Papa in un orfanotrofio femminile. Paolo Rossi prepara un concerto. Un disastro. Provvederà una servetta

(di Marisa Marzelli) – Gloria! è un film musicale ma non il classico musical tradizionale all’americana; è una frizzante commedia musicale in costume, ambientata alla fine del ‘700 in un modesto orfanotrofio femminile dove alle ragazze veniva insegnato a suonare.
Succede che, in occasione dell’elezione a papa di Pio VII, l’arrogante mediocre prete e insegnante di musica dell’istituto venga incaricato di scrivere un concerto in onore della visita del pontefice. Ma la vena creativa del religioso si è inaridita e lui non sa cosa fare. Ci penseranno le allieve più intraprendenti e creative, capitanate dalla servetta dell’orfanotrofio, sempre considerata un po’ ottusa e trattata da Cenerentola ma dotata di straordinario talento per le note (affinato dall’esercizio di un pianoforte che ha scoperto relegato in cantina), ad allestire un sorprendente concerto pop capace di gettare nel panico i bigotti e ipocriti benefattori del convento riunitisi per l’evento.
Opera prima della cantautrice italiana Margherita Vicario, che è anche co-sceneggiatrice e autrice delle musiche, il film è stato presentato in concorso nel febbraio scorso al Festival di Berlino dove, ancor prima del debutto sullo schermo, è stato venduto in Francia, Germania, Austria e in altri paesi europei ma anche in Corea. Si tratta produttivamente di un piccolo film italo-svizzero (tra gli altri c’è Rai Cinema ma anche il supporto dell’Ufficio Federale elvetico della Cultura e il contributo della vivace Ticino Film Commission) girato in Friuli Venezia Giulia, con alcune riprese effettuate nello storico Palazzo dei Landfogti di Malvaglia, nell’alto Canton Ticino, un edificio risalente alla metà del ‘400, periodo caratterizzato dal dominio del Ducato di Milano.
La musica sprizza da ogni inquadratura in quest’operetta fresca che trascende la propria epoca storica e unisce cultura alta e bassa, non solo musicale ma anche cinematografica, avendo – pur senza pretese estetiche fuori dalla propria portata – modelli al top come Amadeus (l’impotente invidia del tradizionalista Salieri verso l’inarrivabile e irriverente Mozart), Barry Lindon (tante immagini a lume di candela, attente inquadrature espressive di volti e ambienti), Sister Act (un sound energetico, un feel-good movie di tutto rispetto). Anche il contenuto, partendo da una situazione più o meno dickensiana, si dispiega in un inno al talento, all’innovazione, alla sorellanza. Ad un’ansia di modernità capace di travolgere e incorporare la tradizione.
La regista esordiente Margherita Vicario è figlia d’arte: nipote del regista Marco Vicario e di Rossana Podestà e figlia del regista in particolare di fiction tv Francesco Vicario (tra l’altro è stato il primo autore del grande successo I Cesaroni).
Tra gli interpreti, Veronica Lucchesi, voce della band La rappresentante di lista, che quest’anno era al Festival di Sanremo, accanto a Elio (leggendaria voce del gruppo Elio e le Storie Tese), Natalino Balasso e un imperdibile Paolo Rossi, il prete in manco di ispirazione musicale, che imposta il suo personaggio tragicomico ispirandosi probabilmente al manzoniano don Abbondio.

 

Una Marsiglia di ordinaria normalità. Per una storia dove alla fine vincono i sentimenti. Militanza politica permettendo

(di Patrizia Pedrazzini) – Marsiglia, 5 novembre 2018. Sono le 9 del mattino quando un boato scuote rue d’Aubagne, alle spalle del vecchio porto. I due edifici popolari ai numeri 63 e 65, vecchi, degradati, instabili e mezzo inagibili, crollano d’un colpo come castelli di sabbia, accartocciandosi su se stessi. Alla fine si conteranno otto morti (fra i quali anche una giovane italiana, in Francia per studiare e trovare un lavoro).
Incomincia così, con le immagini “reali” di quella tragedia, il fumo, i calcinacci, le sirene di polizia, ambulanze e vigili del fuoco, “E la festa continua!”, del regista francese (armeno per parte di padre) Robert Guédiguian. E così in un certo senso finisce, con la commemorazione dell’intero quartiere, quanto mai segnato dalla disgrazia, e l’intitolazione, due anni dopo, di “Place du 5 Novembre 2018”. In memoria delle vittime e sotto il busto, che si erge su una colonna nello slargo vicino, di Omero. “Che non vedeva, perché era cieco, però sentiva…”.
Nel mezzo, le ordinarie esistenze di persone comuni. L’infermiera Rosa, prossima alla pensione e politicamente impegnata a favore dei più svantaggiati. Il figlio di lei, la fidanzata di questi, il padre della ragazza, Henri, del quale la donna si innamora, parenti vari e amici. Gente “normale” e perbene, normalmente abituata a non girare la testa dall’altra parte, normalmente generosa quanto basta. Che se arriva un ospite inatteso non fa che mettere in tavola in piatto in più. Senza tante storie.
In una Marsiglia normalmente multietnica e nell’ambito della comunità armena (che – è il caso di ricordarlo – è tuttora fra le più numerose d’Europa, dopo che negli anni Venti del Novecento il porto francese divenne punto di arrivo, e di riparo, per almeno 60.000 profughi, in fuga da tre decenni di violenze e di genocidi).
Una Marsiglia lontana anni luce dall’immagine “criminale” che tanto cinema ha confezionato e prodotto. Modesta ma non misera, ribelle ma non inconsapevole del fatto che, se si buttano a mare intelligenza e cultura, nessuna rivoluzione è destinata ad andare in porto. Generosa ma non buonista. Vera. Tra un bicchiere di Pastis e un brano di Aznavour (che canta la sua canzone più bella, “Emmenez-moi”).
E allora è fin troppo facile tirar fuori, nel caso specifico di Guédiguian, la crisi della sinistra, la solidarietà di classe, la militanza, l’utopia e tutte queste belle cose.
“E la festa continua!” è un film di sentimenti. Universali, in quanto tali. Che un po’ affondano in quella immensa commedia umana che è il Mediterraneo. Ma che si rivelano essere, alla fine, la sola cura possibile.
Per la sofferenza, per la vita, per la morte. Senza mai dimenticare il passato, quel piatto di “pasta, acciughe e noci” che riporta all’infanzia e ai profumi di casa. Senza temere il sacrificio e la rinuncia. Senza scordare la riconoscenza. E la capacità di capire, perché l’errore tocca a tutti. Senza smettere di crederci.
Perché solo così “la festa continua!”.