I film della scorsa settimana. Lei perde la memoria, lui è un cleptomane, ma se c’è l’amore…

“Ti ricordi di me?” (Durata: 91 – Regia: Rolando Ravello – Con Ambra Angiolini, Edoardo Leo, Ennio Fantastichini, Paolo Calabresi – Commedia – Italia). Roberto e Bea si incontrano davanti al portone della terapista che li ha in cura. Lui è cleptomane e autore di surreali favole. Lei fa l’insegnante elementare, è narcolettica, apparentemente svagata e, in seguito a forti shock emotivi, reagisce con improvvise quanto imprevedibili perdite di memoria. Ha inizio un corteggiamento tenace e buffo che finirà per farla innamorare. Servirà, forse, a farli guarire, dando loro la possibilità di imparare a vivere le loro emozioni (nella foto: i due scombinati innamorati).
“Divergent” (Durata: 139 – Regia: Neil Burger – Con Shailene Woodley, Theo James, Kate Winslet, Miles Teller – Fantascienza – Usa). Il film è tratto dal primo libro dell’autrice americana Veronica Roth, che in realtà ha scritto una trilogia su questo mondo apocalittico. In molti hanno paragonato “Divergent” alla saga di “Hunger Games”. La trama del primo libro: dopo la firma della Grande Pace, Chicago è suddivisa in cinque fazioni consacrate ognuna a un valore. Beatrice deve scegliere a quale unirsi, con il rischio di rinunciare alla propria famiglia. Prendere una decisione non è facile, perché in lei non c’è un solo tratto dominante ma addirittura tre! Beatrice è una Divergente, e il suo segreto, se reso pubblico, le costerebbe la vita…
“The Special Need” (Durata: 84 – Regia: Carlo Zoratti – Con Enea Gabino, Alex Nazzi, Carlo Zoratti, Bruna Savorgnian – Documentario, drammatico – Italia, Germania). Enea ha trent’anni, un lavoro e un problema. Anzi: più che un problema, una necessità speciale: fare (finalmente) l’amore. Enea ha anche due amici, Carlo e Alex, fermamente decisi ad aiutarlo. A prenderlo sottobraccio con allegra dolcezza. Se non è facile realizzare i propri sogni, non è certamente facile realizzare quelli degli altri…
“Nymphomaniac” – Volume 1 (Durata: 124 – Regia: Lars von Trier – Con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf – Drammatico – Danimarca). Una storia selvaggia e poetica sul viaggio erotico di una donna dalla nascita fino all’età di 50 anni, raccontata dalla stessa protagonista Joe (Charlotte Gainsbourg). La sera di un freddo inverno il vecchio Seligman (Stellan Skarsgard), scapolo affascinante, trova Joe percossa e tumefatta in un vicolo. La porta nel suo appartamento dove si prende cura delle sue ferite mentre lei gli racconta la sua vita… In Italia “The Nymphomaniac” sarà diviso in due parti: la prima riguardante l’età giovanile e l’adolescenza della protagonista, la seconda la sua maturità.
“Father and Son. Soshite chichi ni naru” (Durata: 120 – Regia: Hirokazu Koreeda – Con Masaharu Fukuyama, Machiko Ono, Yoko Maki, Lily Franky – Drammatico – Giappone). Lo sguardo leggero e profondo dell’autore culto del cinema giapponese, osannato a Cannes per questo emozionante affresco sul percorso di un uomo che impara il mestiere di padre.
“I corpi estranei” (Durata: 98 – Regia: Mirko Locatelli – Con Filippo Timi, Jaouher Brahim, Gabriel E Tijey De Glaudi, Dragos Toma – Drammatico – Italia). Antonio è solo a Milano con il suo bambino, Pietro, affetto da una grave malattia: sono andati al nord per cercare uno spiraglio di salvezza. Jaber, quindici anni, vive a Milano con un gruppo di connazionali: è arrivato in Europa da poco, in fuga dal Nord Africa e dagli scontri della primavera araba. L’ospedale è una città nella città dove entrambi sono costretti a sostare: Antonio per guarire Pietro, Jaber per assistere il suo amico Youssef. La malattia è l’occasione per un incontro tra due anime sole e impaurite, due “corpi estranei” alle prese con il dolore.
“Il pretore” (Durata: 90 – Regia: Giulio Base – Con Francesco Pannofino, Sarah Maestri, Mattia Zàccaro Garau, Eliana Miglio – Commedia – Italia). Augusto Vanghetta (Francesco Pannofino), pretore di una piccola provincia sul Lago Maggiore, è sposato con la giovane Evelina (Sarah Maestri), ma da sette anni il loro matrimonio si è ridotto ad essere una formalità. Mentre Evelina si spegne ogni giorno di più, il Vanghetta coltiva le sue due grandi passioni: le donne e il teatro. Di giorno si dedica alle amanti che si alternano nel suo studio in Pretura, mentre la sera dà libero sfogo alla sua dubbia vena teatrale nella stesura della commedia “L’amore è un’equazione”…
“Nottetempo” (Durata: 130 – Regia: Francesco Prisco – Con Giorgio Pasotti, Nina Torresi, Gianfelice Imparato, Esther Elisha – Drammatico – Italia). Un incidente stradale rimette in gioco la vita di un poliziotto (Pasotti), di una ragazza (Torresi) e di un comico televisivo (Imparato). In una corsa contro il tempo i tre personaggi attraversano l’Italia, inseguendosi alla ricerca di una vendetta e dell’amore, tra odio e redenzione, fallimento e riscatto, rimpianto e passione.

Il ghigno amaro della risata con Arturo Cirillo nella sala delle torture del più turpe dei vizi, l’avarizia

Milano. Sabrina Scuccimarra e Arturo Cirillo in una scena di “L’avaro” di Molière al Teatro Carcano (foto di Marco Ghidelli)

Milano. Sabrina Scuccimarra e Arturo Cirillo in una scena di “L’avaro” di Molière al Teatro Carcano (foto di Marco Ghidelli)

(di Paolo A. Paganini) Suona sempre male la virtù in teatro. Il virtuoso sa di saccenteria, è antipatico come la prosopopea d’un moralista, si dà un sacco di arie o si dà toni di punitive autoflagellazioni per far vedere quant’è bravo, quant’è superiore alle sue stesse ricchezze morali. Vuoi mettere com’è ben più fornito di tocchi d’insostituibile teatralità il vizio? Il vizioso è l’unico grande personaggio della scena: interpreta il sangue, la carne, le pulsioni di tutti noi, poveri peccatori. Ladro, mentitore, ipocrita, traditore, puttaniere, falso. Nel suo bagaglio morale (immorale) c’è sempre qualcosa di noi.
Metti per esempio Molière, che di teatro (e di vizi) aveva capito tutto. Dalla cretina vanità di “Le preziose ridicole” alle scene di malata gelosia di “Il cornuto immaginario”, dal paradigmatico “trattato” sulla repressione morale di “La scuola dei mariti” alle tragicomiche inquietudini dell’altra scuola, quella “delle mogli”, dalle insopportabili adulazioni di “Tartufo” all’accidia del “Misantropo” e così via. Tutti strepitosi successi d’indimenticabili rappresentazioni. Tutti ci si son provati, con ciambelle più o meno riuscite, da Benassi a Moschin, da Servillo a Cecchi, da Tieri a Popolizio, da Romolo Valli a Bonacelli…
Ed ora Arturo Cirillo, che conclude una buona tournée a Milano, al Teatro Carcano, con un cupo “Avaro”, che – come tutte le descrizioni dei vizi – si presta così bene alla caricatura, alla forzatura dei toni, alla coloritura degli effetti comici. Personalmente, in passato, ricordo dell’Avaro solo una storica, superba e svettante interpretazione, fatta da Memo Benassi anni Cinquanta. Poi, da qui ad allora, ne abbiano viste anche di decenti, come quella (non memorabile) di Tognazzi nell’88; di Paolo Villaggio nel ’97, di Roger Planchon nel ’99 al Piccolo. Ora da sbellicarsi, ora cupe come si addice al più turpe dei vizi, il più asociale, amorale, quello che distrugge l’anima del tirchio, offusca la mente dell’usuraio, distoglie da ogni sentimento ed affetto, in tutti vedendo ladri e attentatori del proprio patrimonio, tutti da tenere alla larga, da guardare con perenne sospetto, con insanabile diffidenza. Ecco Arpagone.
Cirillo, che firma anche la regia, l’ha costruito in una scena da camera degli orrori, da sala delle torture. E la tortura c’è, quella che Arpagone infligge al figlio spendaccione, alla figlia succube ma infine disubbidiente a fronte di un matrimonio combinato con un ricco e vetusto amico del padre, che la raccaterebbe anche senza dote. Quando questo torvo personaggio passa di stanza in stanza, fa terra bruciata, un arido deserto. Conoscenti e famigli lo evitano come una mala pianta, contagiosa e purulenta, dal cuoco al cocchiere, dal cameriere a quant’altri abbiano l’impudenza di sfiorarlo, senz’altro per derubarlo! Cirillo, accentuando toni mimica voce ed espressioni, va talvolta fuori riga, ma risulta sempre di piacevole impatto nella sua draculesca interpretazione qua e là un po’ troppo invasiva. Ma quando per carattere e capacità s’incontra-scontra con interpreti che gli tengono testa, saltan fuori piccoli capolavori comici, come la scena adulatoria della sensale di matrimoni (Sabrina Scuccimarra, bravissima, e si merita il primo applauso a scena aperta) o come la scena affamatoria dell’allestimento del pranzo con ospiti che dovrebbero essere d’amore e di riguardo e che invece son visti come avidi sbaffatori dalle contenibili mascelle (e, che a suo dire, dovrebbero accontentarsi d’un sobrio brodino…)
Le quasi due ore di spettacolo senza intervallo sono state seguite con cordiale godimento. Alla fine, applausi per tutti, dai succitati Cirillo e Scuccimarra a Michelangelo Dalisi (il figlio Cleante), a Monica Piseddu (la figlia Elisa), a Rosario Giglio, Antonella Romano, Luciano Saltarelli, Giuseppina Cervizzi.
“L’avaro” di Molière, regia di Arturo Cirillo. Al Teatro Carcano, corso di Porta Romana 63, Milano. Repliche fino a domenica 13 aprile.

È possibile il perdono dopo il tradimento? Sì, ma è lungo, come la durata d’un lutto, dice Recalcati

(di Andrea Bisicchia) Massimo Recalcati, uno dei più noti psicanalisti, dopo essersi cimentato con le fasi del desiderio (“Ritratti del desiderio”,2012), si intrattiene sui tormenti d’amore, sulla cause, sulle degenerazioni, che sono conseguenza dell’infedeltà, generata, a sua volta, dalla gelosia o dall’estinzione della passione amorosa, dovuta alla ricerca del “nuovo” e, quindi, dall’aspirazione a un legame che stia al di là del quadro familiare, all’interno del quale, il sesso risulta in via d’estinzione. L’autore sembra volerci dire che solo nel “nuovo” si può concepire la via diversa che conduce alla felicità, grazie al quale, si ritorna a vivere la fase di innamoramento che costituisce una specie di doping, capace di annebbiare le zone cerebrali e di alimentarle con un incremento di dopamina, il noto ormone che attiva i nostri impulsi irrazionali. Tale fase, secondo Robin Dumbar, ha la durata di quindici o diciotto mesi, passati i quali, subentra l’amore che si trasforma, spesso, in inganno e che si giustifica con la fatidica frase: “Non è più come prima”, oggetto di analisi di Recalcati nel libro omonimo, il cui sottotitolo è: “Elogio del perdono nella vita amorosa”.
Perché “elogio del perdono”? Perché, molte volte, accade che, dopo aver detto “non è più come prima”, che corrisponde alla fase di allontanamento, si ritorni all’ovile e si esiga che “tutto ritorni come prima”, magari attraverso il perdono. Recalcati intrattiene la sua analisi sulle basi emotive e psicologiche che contraddistinguono simili relazioni d’amore, con la consapevolezza che spetta al biologo studiare le componenti chimiche dei sentimenti che legano due persone, ma che compito dello psicanalista è studiare le emozioni, oltre che la misteriosa fascinazione del desiderio. Le conclusioni delle sue ricerche tendono a dimostrare come, nell’era del capitalismo avanzato, la durata dei legami abbia subìto una lunga abbreviazione e che anche l’amore si sia assoggettato alla logica capitalista, essendo la donna utilizzata come un oggetto che, nel momento in cui non serve più, bisogna sostituirlo, con la consapevolezza che la sostituzione possa produrre dei traumi concepiti come conseguenza dell’abbandono.
Nell’era capitalista, l’amore è sottoposto a un continuo declassamento, tanto che la donna amata appare diversa dalla donna del desiderio. Nel nostro tempo, a dire il vero, le cose non sono cambiate di molto rispetto a quanto accadeva al tempo di Freud, quando la frase “Ti amo”, voleva soltanto dire:”amo me attraverso di te”, evidenziando la fase narcisistica ed egoistica del sentimento d’amore, una fase che persevera nella tendenza nichilista della nostra era, contraddistinta dalla menzogna, che la giustifica col bisogno di esseri liberi o con la necessità del “nuovo”, inteso come un principio fondamentale per orientare la vita del desiderio, a conferma dell’idea che la salvezza risiede, non in ciò che si ha, bensì in ciò che non si possiede ancora.
Può accadere che lo stesso amante desideri di possedere la libertà dell’Altro, per quanto lo voglia prigioniero di sé. Se amare vuol dire condividere la gioia ed esorcizzare la solitudine, perché si tradisce? Perché, dopo il tradimento si chiede il perdono che, in fondo,è un gesto gratuito? Il tempo del perdono è lungo, sostiene Recalcati, ha la stessa durata del lutto.
Massimo Recalcati, “Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa” – Cortina Editore – 2014 – pp. 160, euro 13,00

Le adorabile bizze dei giovani “innamorati” goldoniani, con una straordinaria Marina Rocco, da sberle!

Milano. Marina Rocco e Matteo De Blasio in una scena di “Gli innamorati” di Goldoni, al Teatro Franco Parenti (foto di Fabio Artese)

Milano. Marina Rocco e Matteo De Blasio in una scena di “Gli innamorati” di Goldoni, al Teatro Franco Parenti (foto di Fabio Artese)

(di Paolo A. Paganini) Bizze, dispetti, ripicche, smanie, permalosità, gelosie, cocciutaggini, orgoglio, rissosità… Se questo è amore! E invece sì. Goldoni, nel 1759, dopo molte distrazioni romane, ritornando a Venezia con sosta a Bologna, scrisse, in una quindicina di giorni, “Gli innamorati” (nei “Mémoires” dedica poche righe, ma enuncia anche il suo metodo di lavoro: auree riflessioni per chi vuol scrivere di teatro).
La commedia, in italiano, rispetta quel campionario di malagrazia bisbetica e tormentona che abbiamo appena enunciato. In una città di oziose e capricciose futilità, tra i pochi nobili e i molti “cittadini”, cioè tra nullafacenti con danée ed altri che s’industriano a farne, due giovani milanesi ventenni, Eugenia e Fulgenzio, la meglio gioventù meneghina, impiegano il loro tempo a tormentarsi, “per amore”. Uno perché antepone l’onore alla passione (il fratello, da lungo assente per lavoro, gli ha affidato la moglie perché ne avesse cura ed attenzioni, con ciò trascurando l’amante), l’altra perché, divorata dalla gelosia per l’odiata cognata dell’amato bene, antepone la passione a qualsiasi altro valore, senza rendersi conto – l’una e l’altro – dell’incoerenza e sproporzione delle loro parole e delle loro azioni.
Già, in passato, venne definita “una tragedia delle anime”, espressione d’un amore che “è una disperata impossibilità, un sogno vano di annullare due esseri per farne uno solo”. Commedia della gelosia e del puntiglio, è tutta giocata sul dialogo e precede la serie dei capolavori dialettali, ne è anzi una specie di esercizio propedeutico prima di arrivare al “massimo di raffinatezza espressiva”, come, che so, nella “Famiglia dell’antiquario”, nella “Bottega del caffè”, nella “Locandiera”.
Già, nel 1950, “Gli innamorati” fu una specie di banco di prova del giovanissimo Strehler, al Piccolo Teatro, allora atteso dai più, Dino Buzzati in testa, per vedere come se la sarebbe cavata, “senza capriole, saluti, girotondi e balletti”, senza cioè poter “sfogare il suo funambolismo”. Se la cavò, eccome. Così come adesso se l’è cavata Andrée Ruth Shammah nella Sala Grande del milanese Teatro Franco Parenti, con uno staff attoriale da encomio solenne.
Senza azione, tutta giocata sulla parola (in due tempi di un’ora e quindici e di 35 minuti: volati via d’un fiato), la commedia ha tre protagonisti assoluti: in successione di merito, Marina Rocco (Eugenia), Matteo De Blasio (Fulgenzio), Umberto Petranca (Fabrizio, zio e tutore di Eugenia), tutti attori di Filippo Timi in “sinergia” con la Shammah. La prima, trentaduenne attrice di cinema teatro e TV, è una simpaticissima amante viperina, scatenata in una performance ch’è un perfetto paradigma della gelosia, delle bizze e dell’arte di fare impazzire un uomo, che qui è un ormai fuori di zucca Fulgenzio, sempre al limite (oh, mio dio) di dare un solenne sganascione all’insopportabile amante. E, per fortuna, tra i due c’è Fabrizio, una delle più squisite macchiette dell’inventiva goldoniana, che stempera mitiga e diverte con i suoi assurdi esagerismi elogiatori.
Roberto Laureri, Elena Lietti, Alberto Mancioppi (personaggio “saggio” e squisito dicitore delle didascalie e di una sintesi della praefatio goldoniana), Silvia Giulia Mendola e Andrea Soffiantini (il simpatico servitore Succianespole) sono giusto corretto generoso contorno di un allestimento che piace, anche senza i vertici di ben più impegnate commedie di Goldoni, che qui ha trovato nella Shammah una garbata, onesta e tenera mess’in scena (costumi e scena di Gian Maurizio Fercioni: azzeccati, come sempre! Musiche di commento di Michele Tadini, appropriate e suggestive, senza sopraffare).
Tutti in scena in un gran finale di applausi. Mancava solo l’antica passerella di variettistica memoria!
“Gli innamorati” di Goldoni, regia di Andrée Ruth Shammah. Al Teatro Franco Parenti, Via Pier Lombardo 14, Milano. Repliche fino a domenica 6 aprile.